La ragione per la quale non vi permetterò mai più di parlare del mio corpo

1L’avete posta come un problema di classifiche, come l’inopportunità di fare i conti sulla pelle delle persone e di stare a verificare quali e quanti stupri commettessero italiani, migranti, biondi, belli o brutti.

La verità è che non ve ne frega un cazzo, non ve n’è mai fregato un cazzo.

La ragione per la quale non vi permetterò mai più di parlare del mio corpo, della mia sicurezza, della necessità di proteggermi o meno, della mia intimità violata, è che a voi non è mai fregato niente di quello di cui si stava parlando. Continua a leggere

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Làb-uso ovvero: avete costruito una società infame e l’avete chiamata sicura

1È interessante questa nozione di “abusivo” di cui vi riempite la bocca, di cui fate “abuso” da un paio di giorni a questa parte.

“Quell’occupazione è abusiva”

“Quegli allacci sono abusivi”

E’ molto interessante, al punto che adesso ci mettiamo a fare un bel gioco con le paraetimologie del termine.

Abuso, da ab-usus, da ab-utor, dove utor sta per “utilizzare” e “ab” una preposizione latina che indica un moto da luogo, un allontanamento. Continua a leggere

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Noi Trump lo dobbiamo solo ringraziare

1Comunque ci voleva Trump a questo G7.
I vari Capi di Stato stanno tutti in imbarazzo: non sanno che dire e come porsi perché non riescono a fare un’uscita comune su temi come sicurezza, ambiente, migranti, perché il Presidente degli Stati Uniti non ci sta a prendere impegni che in realtà non ha alcuna intenzione di rispettare.
Non se ne parla, per Trump, a differenza degli altri grandi leader, tutti in imbarazzo come il nostro premier Paolo Gentiloni.
Lui sì che è in imbarazzo, lo ha dichiarato in più interviste.

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Balene blues

1Oh comunque io conosco una versione diversa di Balena Blu.

E’ un fatto un po’ più lungo di 50 giorni, però funziona assai.

Devo dire, non sempre finisce con la morte dei protagonisti, però sul tema dell’annichilimento e dell’induzione alla depressione funziona alla grande.

Praticamente si parte quando hai più o meno 13 o 14 anni quando, senza che tu abbia idea di quello in cui ti stai cacciando e senza che nessuno ti spieghi l’entità della cosa, ti chiedono di prendere una decisione che determinerà il corso della tua vita e lo sviluppo di tutte le tue inclinazioni e attitudini.

Quasi sempre senza possibilità di tornare indietro, te la accolli per un minimo di cinque e un massimo di sette-otto anni, in linea di massima. Qui praticamente sei costretto ogni giorno a svegliarti tra le sette e le otto e recarti nello stesso posto, dove devi stare seduto per svariate ore fermo a fare in modo che ti entrino nella testa delle cose che non c’entrano niente con tutto quello che ti accade intorno.

La tua capacità di alienarti e non guardare più alla realtà vera, ma solo a quel pezzo che qualcuno decide che conta, viene di tanto in tanto messa alla prova e giudicata. Ti assegnano un punteggio costantemente, per tutto quello che fai. La cosa importante è che tu accumuli punti, e per farlo non devi inventarti assolutamente niente di nuovo.

Meno di te ci metti, meno novità ti sforzi di immaginare e più sei ligio alle prescrizione dei tuoi controllori, più il tuo punteggio e alto e hai la possibilità di uscire dalla prima fase del gioco entro il tempo minimo, cioè cinque anni.

A quel punto arriva un ulteriore livello di difficoltà, perché dal posto iniziale che bene o male era identificato da quattro mura e una serie di prescrizioni abbastanza semplici da seguire, viene invece mandato, anche qui per un tempo indeterminato, in un labirinto in cui praticamente devi pagare per entrare e per restarci, e non devi assolutamente mettere niente di te in quello che fai per fare in modo da poterne uscire nel più breve tempo possibile, altrimenti sei condannato a vagare per sempre in questa dimensione: nessuno verrà a salvarti.

Per affrontare questo labirinto c’è un livello di difficoltà maggiore di quello precedente: qui hai bisogno di soldi, di tempo, di investire totalmente la tua vita e non più una porzione ridotta di essa, per districartene.

Nel corso di questo livello del gioco man mano ti vengono riproposte delle prove.

A volte uno o più dei tuoi controllori, invece di svolgere la propria funzione, abdica per guardare soltanto a sé, al proprio percorso e a quello dei suoi sodali. Non si è mai tutti uguali in questo labirinto.

Altre volte, siccome per entrare nel labirinto hai bisogno di soldi, e non tutti ce li hanno, arriva un bonus esterno che ti garantisce la possibilità di partecipare al gioco come tutti gli altri.

Perché il gioco è democratico, tutti devono poter partecipare per capire chi è il migliore e ne esce meglio.

Solo che anche questa, che potrebbe sembrare un’agevolazione, è un’altra delle perverse soluzioni del gioco stesso per renderti difficile la partecipazione.

E quindi in realtà il bonus esterno non esiste, e anche se qualcuno te lo ha promesso non arriva, o arriva in ritardo, o è insufficiente, e a questo punto scatta un’altra delle difficoltà programmate nel gioco.

E’ un insieme di prove di forza che tu devi fare, che consistono nel farti sfruttare da gente a caso per raccattare risorse, nel mettere a dura prova anche tu, come nel caso della Balena Blu, i ritmi del tuo sonno per far entrare nelle tue giornate tutte le attività di cui hai bisogno per stare al gioco, nell’affrontare il fatto che mentre le difficoltà e le attività aumentano, il sistema di assegnazione del punteggio resta inesorabilmente lo stesso, e tu devi fare il possibile per stare al passo.

Se sei particolarmente tenace, a una certa esci dal labirinto e pensi di avercela fatta.

E qua il gioco ti fotte, perché si annulla completamente la nozione di sfondo, di scenario, e tutta la tua vita diventa parte del gioco: a questo punto non puoi più rapportarti al gioco come a qualcosa di esterno dalla tua vita perché è tutta la tua vita, ti è entrato dentro e ti ha pervaso al punto che non puoi uscire più.

Non c’è più un grande spazio, fisico o concettuale, in cui tu ti rechi e ti accolli una serie di prove.

Il grande spazio è sostituito da tanti piccoli spazi, una miriadi di piccole bolle di spazio e di tempo in cui stai seduto a una scrivania a rispondere al telefono a centinaia di persone al giorno, stai per strada di giorno e di notte a distribuire pezzi di carta e passanti scocciati, fai la trottola in giro per una città, due, tre città, a fare cose a caso che consistono, essenzialmente, nel mettere il tuo corpo e il tuo cervello al servizio di tutti quelli che hanno giocato a un gioco migliore del tuo fino a quel momento, e a farlo in linea di massima in mille modi e maniere che non hanno niente a che fare con il gioco che hai fatto fino a ora. Qui vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo non nel senso delle forti emozioni, ma perché ogni giorno potrebbe essere l’ultimo delle poche certezze che riesci a costruire.

Perché le certezze in questo gioco hanno un tempo determinato e non ti è mai dato sapere quale sia.

Ho conosciuto molte persone coinvolte in questo gioco.

Non sempre sono morte, a volte sì.

Ma, anche quelle che non sono morte, alla fine hanno perso.

Perché in questo gioco perdi sempre.

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Niente da dire su oggi?

1Possibile che in questo paese non esista un editoriale che sia uno di una penna che sia una che si degni di dire “oh, quello che è accaduto oggi è inammissibile”?

Possibile che tra le notizie di Repubblica ci sia un articolo sul menù del giorno dei leader europei e non si sollevi da nessuna parte una voce critica sul fatto che è stato messo in atto il più grande dispositivo di criminalizzazione e repressione preventive di piazza che la storia recente ricordi, sul fatto che si è militarizzata una città, ci si è presi il diritto di perquisire la gente per strada a caso, si sono fatti piovere fogli di via come fossero caramelle, si è impedito alle persone di partecipare a una manifestazione anzi, di entrare in una città, sulla base di valutazioni arbitrarie delle forze dell’ordine?! Continua a leggere

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Gestire le assenze

1Il dolore è un fatto fisico.

Il dolore vero è una cosa che ti senti, che fisicamente ti pesa sulla bocca dello stomaco, una specie di presenza evanescente materialmente collocata al centro del tuo petto che preme in tutte le direzioni.

Preme sullo stomaco, preme sopra al cuore, ma preme pure al petto, spingendo per venire fuori.

Che ti fa pensare che potresti esplodere.

Ti intorpidisce le braccia, ti dà una sensazione di stanchezza avvilita, sconfitta, che ti pesa sulle palpebre, sulle spalle, in ogni singola falange, e ti accorcia il respiro.

È come se ti tagliasse il fiato, prima a metà, poi di nuovo a metà e così via, fino a che non ti resta che un flebile soffio che ti affanna solo parlare, solo pensare, e ti ritrovi in una bolla di vetro.

L’unica cosa positiva del dolore è che finisce. Non finisce per sempre, ma si stoppa. Per motivi brevi o lunghi si assenta, quasi te lo scordi ma lui sta sempre là. Solo che ha smesso di premere, e tu te lo scordi.

Il dolore vero ti fa sentire idiota per tutte le cose che in ogni momento pensi ti facciano male, ti fa sentire idiota perché ti dà una lucidità disincantata, fatalista, per la quale sai che ogni piccola cosa che ti ha fatto male aveva o poteva avere una soluzione precisa, determinata, che stava là e che magari se non l’hai trovata è solo, in qualche modo, colpa tua.

Perché quello non era dolore vero.

Il dolore vero è il dolore che non ci puoi fare niente. È quello che si risveglia in un momento, e a quel punto tu non ci puoi fare niente. Devi aspettare, e quello passa un’altra volta.

Perché non puoi porre rimedio. Lui arriva, basta una scintilla qualunque e ritorna, e si impadronisce di te. Occupa fisicamente il tuo corpo e riempie di vuoto la tua testa e a te non resta che accettare che sia così. Tu non sei più niente, anche se da fuori sei la stessa cosa, la stessa persona, la stessa faccia e tutto il resto, in realtà tu non sei più niente.

Sei solo il dolore, e non puoi fare niente per rimediare. Devi aspettare e quello passa un’altra volta.

Il dolore vero è una presenza, ma una presenza che non è una presenza vera. È una presenza che è un’assenza. Dire che è un vuoto è banale. È sostanza, è un’assenza che è fisica e che non accenna a smettere di esserci. È l’assenza che non prevede un ritorno. È perdita che non prevede ritorno.

Io lo conosco il dolore vero. È una cosa che ti capita, per fortuna, di incontrare poche volte.

Il dolore vero è questa notte di sei anni fa, è domani mattina di sei anni fa e la certezza immediata e irrazionale che niente sarebbe più stato come prima, e la certezza ragionata e digerita che niente sarà più come prima ed è l’assenza, il vuoto, la certezza più fisica che avrai mai perché continua a morderti per sempre.

Ti cambia per sempre, è come se portassi qualcosa in più dentro di te. Ci sei tu, e c’è il dolore, e lui sta dentro di te per sempre ma a volte si assopisce mentre altre ritorna e si prende il tuo posto. E all’inizio, quelle volte, ti senti in colpa perché te lo sei dimenticato ma poi, dopo un po’, non ti senti più in colpa, ti senti solo in attesa. In attesa che finisca. Lo capisci da lontano quando sta arrivando, quando comincia a fare capolino dentro di te, e sai che l’incubo è tornato e vuoi solo che finisca di nuovo, e non ti senti in colpa. Aspetti.

Il dolore vero è rassegnato.

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Sceneggiate, capére e antagonisti

Io non faccio la giornalista, tutt’al più mi ritrovo ogni tanto a fare l’opinionista non richiesta in uno spazio virtuale che, sempre ogni tanto, gode di un discreto successo. Ciò non toglie che io non sia una giornalista e quindi non debba rispondere, in quello che scrivo, a nessun tipo di deontologia, al massimo a una serie di valutazioni di buon gusto che, comunque, sono del tutto soggettive.

Io non faccio la giornalista però sono un sacco curiosa. Curiosa rispetto a cose che ritengo serie, s’intende. O meglio, anche rispetto a sciocchezze e inciuci, sui quali magari sono più informata che sulle cose serie. Ma li ritengo sciocchezze e inciuci, e quindi me li tengo per me o al massimo li confido a due o tre persone fidate davanti a un caffè o a un bicchiere qualunque.

Recentemente mi pare di aver capito che il patrimonio di inciuci di cui sono detentrice, però, sia di pubblico interesse al punto che, se mi impegnassi, troverebbe addirittura spazio non solo nel mio piccolo luogo virtuale, ma addirittura sulle pagine stampate di uno dei più importanti quotidiani della mia città. Continua a leggere

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