Niente da dire su oggi?

1Possibile che in questo paese non esista un editoriale che sia uno di una penna che sia una che si degni di dire “oh, quello che è accaduto oggi è inammissibile”?

Possibile che tra le notizie di Repubblica ci sia un articolo sul menù del giorno dei leader europei e non si sollevi da nessuna parte una voce critica sul fatto che è stato messo in atto il più grande dispositivo di criminalizzazione e repressione preventive di piazza che la storia recente ricordi, sul fatto che si è militarizzata una città, ci si è presi il diritto di perquisire la gente per strada a caso, si sono fatti piovere fogli di via come fossero caramelle, si è impedito alle persone di partecipare a una manifestazione anzi, di entrare in una città, sulla base di valutazioni arbitrarie delle forze dell’ordine?! Continua a leggere

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Gestire le assenze

1Il dolore è un fatto fisico.

Il dolore vero è una cosa che ti senti, che fisicamente ti pesa sulla bocca dello stomaco, una specie di presenza evanescente materialmente collocata al centro del tuo petto che preme in tutte le direzioni.

Preme sullo stomaco, preme sopra al cuore, ma preme pure al petto, spingendo per venire fuori.

Che ti fa pensare che potresti esplodere.

Ti intorpidisce le braccia, ti dà una sensazione di stanchezza avvilita, sconfitta, che ti pesa sulle palpebre, sulle spalle, in ogni singola falange, e ti accorcia il respiro.

È come se ti tagliasse il fiato, prima a metà, poi di nuovo a metà e così via, fino a che non ti resta che un flebile soffio che ti affanna solo parlare, solo pensare, e ti ritrovi in una bolla di vetro.

L’unica cosa positiva del dolore è che finisce. Non finisce per sempre, ma si stoppa. Per motivi brevi o lunghi si assenta, quasi te lo scordi ma lui sta sempre là. Solo che ha smesso di premere, e tu te lo scordi.

Il dolore vero ti fa sentire idiota per tutte le cose che in ogni momento pensi ti facciano male, ti fa sentire idiota perché ti dà una lucidità disincantata, fatalista, per la quale sai che ogni piccola cosa che ti ha fatto male aveva o poteva avere una soluzione precisa, determinata, che stava là e che magari se non l’hai trovata è solo, in qualche modo, colpa tua.

Perché quello non era dolore vero.

Il dolore vero è il dolore che non ci puoi fare niente. È quello che si risveglia in un momento, e a quel punto tu non ci puoi fare niente. Devi aspettare, e quello passa un’altra volta.

Perché non puoi porre rimedio. Lui arriva, basta una scintilla qualunque e ritorna, e si impadronisce di te. Occupa fisicamente il tuo corpo e riempie di vuoto la tua testa e a te non resta che accettare che sia così. Tu non sei più niente, anche se da fuori sei la stessa cosa, la stessa persona, la stessa faccia e tutto il resto, in realtà tu non sei più niente.

Sei solo il dolore, e non puoi fare niente per rimediare. Devi aspettare e quello passa un’altra volta.

Il dolore vero è una presenza, ma una presenza che non è una presenza vera. È una presenza che è un’assenza. Dire che è un vuoto è banale. È sostanza, è un’assenza che è fisica e che non accenna a smettere di esserci. È l’assenza che non prevede un ritorno. È perdita che non prevede ritorno.

Io lo conosco il dolore vero. È una cosa che ti capita, per fortuna, di incontrare poche volte.

Il dolore vero è questa notte di sei anni fa, è domani mattina di sei anni fa e la certezza immediata e irrazionale che niente sarebbe più stato come prima, e la certezza ragionata e digerita che niente sarà più come prima ed è l’assenza, il vuoto, la certezza più fisica che avrai mai perché continua a morderti per sempre.

Ti cambia per sempre, è come se portassi qualcosa in più dentro di te. Ci sei tu, e c’è il dolore, e lui sta dentro di te per sempre ma a volte si assopisce mentre altre ritorna e si prende il tuo posto. E all’inizio, quelle volte, ti senti in colpa perché te lo sei dimenticato ma poi, dopo un po’, non ti senti più in colpa, ti senti solo in attesa. In attesa che finisca. Lo capisci da lontano quando sta arrivando, quando comincia a fare capolino dentro di te, e sai che l’incubo è tornato e vuoi solo che finisca di nuovo, e non ti senti in colpa. Aspetti.

Il dolore vero è rassegnato.

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Sceneggiate, capére e antagonisti

Io non faccio la giornalista, tutt’al più mi ritrovo ogni tanto a fare l’opinionista non richiesta in uno spazio virtuale che, sempre ogni tanto, gode di un discreto successo. Ciò non toglie che io non sia una giornalista e quindi non debba rispondere, in quello che scrivo, a nessun tipo di deontologia, al massimo a una serie di valutazioni di buon gusto che, comunque, sono del tutto soggettive.

Io non faccio la giornalista però sono un sacco curiosa. Curiosa rispetto a cose che ritengo serie, s’intende. O meglio, anche rispetto a sciocchezze e inciuci, sui quali magari sono più informata che sulle cose serie. Ma li ritengo sciocchezze e inciuci, e quindi me li tengo per me o al massimo li confido a due o tre persone fidate davanti a un caffè o a un bicchiere qualunque.

Recentemente mi pare di aver capito che il patrimonio di inciuci di cui sono detentrice, però, sia di pubblico interesse al punto che, se mi impegnassi, troverebbe addirittura spazio non solo nel mio piccolo luogo virtuale, ma addirittura sulle pagine stampate di uno dei più importanti quotidiani della mia città. Continua a leggere

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Io sono napoletana, e sono molto arrabbiata, ma il signor Petralito non parla a nome mio.

Le immagini della nube tossica che sta abbracciando i cieli di Napoli sono impressionanti. Da un campo rom a Casalnuovo, cittadina della provincia, è stato appiccato un incendio che ancora infuria, in questo momento, per la vastità delle proporzioni e per l’insufficienza dei mezzi dei vigili del fuoco.

Quelle del fuoco che si mangia quel pezzo di terra sono immagini che fanno male, molto più di quanto sia possibile descrivere, così come lo sono quelle del fumo che man mano si è diffuso, oscurando il Vesuvio, arrivando alla zona collinare della città.

Io sono lontana, e ho potuto vederle innanzitutto in un video. Continua a leggere

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Un’altra storia dalle saittelle

omicidioL’altra sera eravamo a Piazza Bellini a guardare scorrere lente le ore afose che caratterizzano la laconica estate napoletana. Non facevamo niente di che, seduti intorno al solito tavolino tondo di Peppe chiacchieravamo protraendo quello che era partito come un aperitivo per evolversi, come è naturale che sia, in un’uscita serale qualunque.

Come ogni volta che sei là da un paio d’ore, alternavamo discorsi a silenzi, scrutando ogni tanto i dintorni per vedere chi arrivasse, ché tanto una faccia amica ci esce sempre.

E una visita pure l’abbiamo ricevuta: non è arrivata dall’orizzonte ma dal cielo. Una blatta gigante è caduta decidendo che il suo atterraggio dovessero essere le spalle del mio coinquilino, generando panico e urla e un fuggi fuggi generale, fino a che un eroico energumeno si è alzato e ha provveduto ad ammazzarla. Continua a leggere

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Le domeniche a Via Po

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Agorà. Informazione all’italiana.

Sono le quattro del pomeriggio di domenica.

Sono in sede attaccata a questo computer che è diventata una mia appendice da inizio marzo e tendenzialmente lo resterà fino a fine mese.
Mi fanno male le gambe, le spalle, la schiena e ho sonno. Le mie occhiaie sono impressionanti e non mi fermo, nel senso proprio che non ho una giornata in cui fisicamente non esco di casa e vado a occuparmi di questa campagna, da almeno venti giorni.
Non è una cosa che mi pesa nella misura in cui so benissimo che tutto ‘sto stress, ‘ste giornate concitate, mai un attimo di tregua, nemmeno il tempo per fare una lavatrice, dedicare diciotto ore al giorno a questa cosa e tutto il resto, sono uno sforzo che vale la pena fare, perché stiamo parlando di una battaglia molto più grande di quella che ci vogliono rappresentare.

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Gli altri traditori delle Patrie

1914104_793016764164875_8722942189291237093_nMichele Serra.
Signori, Michele Serra.
Niente, visto che a quanto pare deve proprio parlare, ha ben pensato di dire la cosa più odiosa, più antistorica, più superficiale ma non nel senso di banale, proprio nel senso che non è degna di dirsi rappresentazione manco della superficie delle cose.
Ci parla di “traditori”, Michele Serra. Gli europei che sono cresciuti e pasciuti in Europa che diventano terroristi sono dei traditori dei valori europei.
Traditori delle patrie, delle città, dei quartieri, delle Costituzioni che gli hanno garantito le libertà di espressione, di movimento e di cultura.
Io non ho capito bene però se tra questi valori ci sta pure lo sfruttamento, ci sta pure l’invasione e l’imperialismo militari ed economici, ci sta pure il fondamentalismo neoliberista, ci sta pure la difesa degli interessi di chi si arricchisce sulla pelle dei più.

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