Ho venticinque anni, e mi hanno assassinata.

Avete contaminato l’aria che respiro. Il mare che guardo. La terra su cui cammino, la terra che mi dà i frutti che mangio. Col fuoco siete entrati nei miei polmoni, dentro di me.

Avete reso mortale ogni elemento, ogni fonte di vita. Avete consapevolmente assassinato generazioni e generazioni cresciute sul mio territorio. Ci avete tutti condannati a morte.

A venticinque anni vivo con la quasi totale certezza che io, o sicuramente parte di quelli che conosco, avremo un tumore. Vivere con la consapevolezza di dover morire per mano di qualcun altro. Morti annunciate, e ve ne stiamo facendo la cronaca. Quando improvvisamente realizzi che sei giovane e che non è detto che diventerai vecchio è come uno schiaffo in faccia all’improvviso. Spalanchi gli occhi. Resti a bocca aperta. Ti senti soffocato dal terrore e dall’impotenza, dal senso di ingiustizia e dalla frustrazione.

Possibile che l’unico modo per non essere costretti ad odiare la propria terra sia lasciarla, fuggirne?

Possibile che si facciano i conti e si tenda al risparmio anche sulla vita di centinaia e centinaia di persone che hanno la sola colpa di essere nate nella propria terra? Come fai ad amare la tua terra se sai che il solo fatto di esserci nata può essere per te certezza del fatto che ti assassinerà? Che se non è l’aria, l’acqua, la terra o il fuoco, sarà qualcosa che ti porti scritto già dentro, perché ti hanno avvelenato pure il DNA?

Ho venticinque anni, e ho paura di morire, e non so se morirò ma so che è largamente possibile, per tutto quello che ci avete fatto, e perché ci viene detto che per rimediare ci vogliono troppi soldi. Semplicemente troppi soldi. Soldi che non si possono spendere. Anche se l’alternativa è la morte. Anche se l’alternativa è un genocidio. Anche se l’alternativa è abbandonarci. Perché i soldi per le grandi opere ci sono, ma per salvare la mia terra no. E magari non basterebbero nemmeno, ma una soluzione va cercata, per trovarla. Perché la soluzione non può essere lasciarci morire. Perché se su quei fusti c’era scritto “Milano” io mi chiedo in quanti modi, in questo paese, si declini la questione meridionale.

Ho deciso di restare per la mia terra, nonostante la disoccupazione, nonostante la camorra, nonostante l’arretratezza, nonostante l’assenza di prospettive. Ho deciso di restare per combattere contro tutto questo. Non toglietemi pure la vita. Ho sempre detto che da questo posto non me ne sarei andata mai, perché era tutta la mia vita. Non costringetemi ad andarmene per sopravvivere.

Ho venticinque anni, e mi hanno assassinata.

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