La mia prima volta. Ovvero racconti di partigiani che non vincono alcun premio, quindi posso pubblicarli.

Gli portavo pane e formaggio e vino rosso. Era il nostro segreto. Quando io arrivavo, lui non c’era mai. Allora mi sedevo su un sasso, con le gambe penzoloni e i gomiti sulle ginocchia, e lo aspettavo. Era una specie di rito, almeno per me. Lui mi raggiungeva dopo poco: in realtà era sempre stato lì nascosto ad osservare per accertarsi che non fossi stato seguito. Durante quelle attese mi piaceva immaginarmelo acquattato su un ramo a spiarmi, o disteso in silenzio sotto un manto di foglie. Quando arrivava mi fingevo disinteressato, freddo, ma mi batteva forte il cuore e mi sentivo speciale, come uno grande. Non era stato lui a chiedermi di aiutarlo, avevo cominciato a farlo e basta. Dal giorno in cui l’avevo trovato addormentato su quelle radici, e avevo diviso con lui la mia merenda. Mio padre era morto qualche mese prima in guerra, e mia madre aveva smesso di esistere. Non usciva più di casa, non si muoveva mai dalla sua sedia, per lei tutto quello che c’era intorno era semplicemente annullato, subordinato a quel dolore che la straziava dentro ma che non riusciva ad esternare in alcun modo, che la paralizzava con lo sguardo fisso nel vuoto. Io me ne stavo in giro, bighellonavo come tutti i ragazzini della mia età lasciati a loro stessi. Alcuni di quelli che un tempo erano stati miei compagni di classe ora erano in qualche brigata partigiana, lo si sapeva, ma a me la cosa sembrava troppo grande, avevo paura: fino ad un anno prima passavo le mie giornate a giocare alla guerra, ora il pensiero di combatterla mi terrorizzava. E allora aiutavo lui. Ogni giorno mi arrampicavo per il sentiero infilandomi negli spazi più angusti, grazie al mio corpo di bambino, passavo tra i rovi, attraversavo il boschetto senza perdermi e sedevo ad aspettarlo. Sentivo che questo era il mio modo di non restare indifferente alla morte di mio padre, di fare qualcosa. Era la mia guerra partigiana: tenere in vita un partigiano. Sapevo quanto importante fosse che lui fosse nutrito a dovere perchè potesse combattere con lucidità. Quando finalmente, dopo che l’avevo aspettato per un po’, lui si manifestava, mangiavamo insieme il pane ed il formaggio, e lui beveva il vino delle botti di papà. Forse se mamma avesse saputo che ne rubavo un po’ ogni giorno mi avrebbe impedito di farlo, infondo era una delle poche cose che le restavano. Per questo non le dissi mai nulla. Non parlavamo mai molto. Per la verità io non parlavo mai. Lui qualche volta mi diceva qualcosa, con frasi brevi pronunciate in maniera velocissima ed a voce molto bassa, delle quali non capivo però più di tanto. Nonostante questo, gli volevo bene. E credo anche lui me ne volesse. Un giorno semplicemente scomparve. Io ero seduto sul mio sasso ad aspettarlo, ma lui non arrivò. Quella fu la prima volta che assaggiai del vino.

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