Storie di un corpo. I conati della domenica.

Ci sono vari livelli ai quali si vive questa cosa. Intanto, quello della sincerità. Alcuni di questi sono ignobili. Roba da vergognarsene. Ma in fin dei conti, per quanti libri possiamo aver letto, restiamo umani, e fragili, e confusi, e incoerenti, e non possiamo farci nulla.

Il primo livello è quello del banale. Sono le otto del mattino, come è possibile che sia così? E’ una riflessione quasi volgare, una domanda retorica che ci si pone per legittimare l’insofferenza, la frustrazione. L’odio. Il primo livello è una domanda essenziale, quasi statistica: ma se è questo l’odore delle 8 del mattino, che accade alle 8 di sera?

Il secondo livello è il livello dell’insofferenza. Quello del senso di frustrazione che ti invade e ti fa pensare: “ti sto guardando e ti odio. Ho letto decine e centinaia di libri ma sono ancora in grado di guardarti con odio una domenica mattina alle 8 perché mi avete rovinato la vita”. E’ umiliante provare certe cose e doverle provare, ma se non si guarda a se stessi come in uno specchio non ha senso posare la penna sulla carta.

Da quando avevo tredici anni ho letto centinaia e centinaia di libri ed ho scritto centinaia e centinaia di fogli ed ho trovato migliaia e milioni di parole ma mai sono stata in grado di scrivere questa sensazione. Il fatto è che ci sono certe cose cose che non ti serve a niente aver letto i libri.

Il mio corpo è esposto a questo odore e questa cosa qui, quello che mi fa, il modo in cui mi ha rovinato la vita, non riesco a trovarla in nessuno dei miei libri. E’ pure fisicità, unità essenziale, momento atomico del mio odiare lo stato di cose presenti. E’ un’inscindibile contraddizione tra la mia testa ed i miei occhi ancora intorpiditi e sonnolenti e la vita già intensa e pulsante del mio stomaco che non era pronto e non è più abituato a questo stupro mattutino. 

Ci sono sensazioni che chiudi in un cassetto e butti via la chiave ma la verità è che restano ad aspettarti e non te ne liberi mai. Ritornano una domenica mattina perché il corpo ti urla che è troppo presto per certi odori e tu ti rendi conto che ti stanno schiaffeggiando per dirti che se le sensazioni le lasci in un cassetto non vale e che forse se non scrivevi più era perché avevi smesso di ascoltare innanzitutto il corpo, il modo del corpo di vivere le cose, e questa cosa qui è il tradimento più grande a te che tu possa aver concepito ma siamo ancora in tempo. Siamo ancora in tempo perché la verità è che per quanto tu possa esser stata altrove, per quanto abbia finto di essere un’altra persona, quell’odore ce l’avevi addosso. Non c’è molta differenza tra la diciottenne che parlava di odore di umiliazione a quella che stamattina alle 9 parla di conati della domenica. Avere qualcosa da imparare dai tuoi fogli passati è il più bel regalo che si possa farsi.

Riscoprire quell’odore, che hai sempre avuto nelle narici, che hai sempre avuto addosso, che ha sempre detto chi eri, da dove venivi, pure quando te lo scordavi, pure quando eri un’altra persona.

Stamattina è finito il viaggio oppure è cominciato ed è curioso che il simbolo e la materia restino o tornino ad essere sempre quell’autobus, e quell’odore.

E’ innanzitutto olfatto, sì, ma violenta tutti i miei sensi. E’ l’odore che si insinua nell’esofago e che si deposita alla bocca dello stomaco e giuro che ho paura di vomitare ora.

E’ gusto perché è questo sapore amaro che copre quello di caffè della mattina della gente normale. E’ questo gusto amaro che sa di frustrazione, “sa di fallimento”, sa di ingiustizia, sa di una stessa, eterna, domanda: perché?

E’ udito del fondo indistinto di suoni e chiacchiere mentre scrivo questo foglio innanzitutto con la mia testa e penso che non è cambiato niente e che se dovessi immaginare la mia vita come un’immagine fissa ed uno sfondo in costante mutamento a raccontare giorni ed anni l’immagine fissa sarei io seduta in questo autobus.

E’ tatto del sudore freddo che mi imperla la fronte mentre mi sforzo di trattenere il vomito. E’ tatto dei miei polpastrelli umidi di sudore per le mani piantate nelle tasche mentre a testa bassa continuo a procedere velocemente verso il mio treno della domenica mattina ripensando all’odore e al fatto che non andrà mai via e che forse è ancora un po’ il mio odore e che forse non dovrei combattere questa cosa.

E’ vista che distolgo da quello sputo sull’asfalto che mi trovo davanti agli occhi mentre procedo spedita verso il sole e alla mia destra e alla mia sinistra si distende la povertà di stracci e cartoni e bottiglie e giornali e allora perché l’unica cosa che non riesco a reprimere è il conato che mi ha fatto risalire?

La verità è che quello sputo mi sempre questa domenica mattina, questo spazio, questo tempo, questo pezzo circoscritto di realtà che si impone ai sensi per dirmi che il modo di guardare al globale, al grande, al sistemico, ha senso solo se è lo stesso ed è riempito da quello di guardare al locale, al piccolo, all’atomico. E allora amo la mia reazione umana di aver quasi inconsapevolmente distolto lo sguardo, chiuso gli occhi, fatto una faccia inorridita, perché è coerenza nell’incoerenza, è umanità, a prescindere dai libri.

Non so dove queste parole e questa penna e questa carta dovessero e volessero portarmi e non so se siano finite, o se siano più di quelle necessarie, o se possa interessare a qualcuno leggerle ma stamattina so e sento di aver ripreso il mio viaggio cavalcando la mia penna come una scopa, impugnandola come una spada, abbracciandola come un amore, custodendola perché forse è questo stesso odore, è il mio modo di ricordarmi chi sono.

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