Nunzie’

In questo periodo della mia vita penso spessissimo a mio nonno. Non solo per quello che succede, o perché qualche mese fa l’ho sognato, anche se suppongo che tutto sia nato da lì.

Non voglio credere sia solo per questo.

Lui è stato una figura molto importante della mia infanzia.

Si chiamava Nunzio, ma non credo di aver mai sentito qualcuno chiamarlo così. Era “papà”, “nonno”, “‘o ‘gno'”, e poi “Nunzie'”, che era il modo in cui lo chiamava mia nonna.

“Nunzie'”, e un’ammirazione ed un amore incondizionati che potevi quasi avvertire fisicamente.

Era bello mio nonno, io lo ricordo bellissimo. Con gli occhi azzurri.

Sono quasi sicura di non aver mai conosciuto qualcuno al mondo che credesse in me quanto mio nonno.

Io ero la nipote secchiona, andavo bene a scuola, leggevo e scrivevo come una molto più grande della mia età, ero educata ed avevo interessi da adulta. Insomma, ero una bambina strana.

Una bambina strana che aveva l’appoggio e l’incoraggiamento di suo nonno in tutte le sue stranezze.

Il nonno che scriveva lettere ad istituzioni, televisioni, giornali, per denunciare la sua condizione di invalido con una pensione da miseria. Il nonno che così facendo era arrivato a conoscere Giovanni Paolo II. Il nonno che dettava quelle lettere, che la bambina strana scriveva in un clima di serietà assoluta, e guai a chi disturbava. E poi, insieme, aspettare e commentare le risposte. O lamentarne l’assenza.

Mio nonno era un prestigiatore. Dilettante. I suoi, più che trucchi, erano scherzi a poveri nipoti ignari.

Come quello del capello.

Si metteva un capello, preferibilmente lungo,in una bacinella piena d’acqua e tu dovevi guardarlo fisso fino a che lui non lo faceva sparire. Peccato che poi mentre stavi lì a guardare fosse solito dare un pugno fortissimo nell’acqua schizzando interamente i ragazzini ignari.

Mio nonno mi ha regalato uno dei momenti più belli della mia vita. Avevo da poco scoperto l’amore per il teatro e passavo le giornate a recitare La Livella di Totò a chiunque incontrassi lungo la mia strada, soprattutto perché ero diventata una specie di fenomeno da baraccone cui veniva richiesto ogni volta che era possibile.

Ricordo – non so, davvero, se sia successo davvero o no – che ai miei nonni la recitai per la prima volta rin macchina, e ricordo la voce nasale di mo nonno prodigarsi in complimenti e lodi che al momento mi sembravano il riconoscimento più importante del mondo.

Una sera di qualche mese dopo eravamo andati ad assistere allo spettacolo di beneficenza di Natale del quartiere.

Una roba del genere, organizzata a livello dilettantesco, in un quartiere come il mio, può voler dire soltanto una cosa: guerra civile.

In quella chiesa successe qualunque cosa: quattro poveri malcapitati provavano a mettere in scena non so cosa mentre una platea insoddisfatta e annoiata rumoreggiava e urlava e schiamazzava.

Mio nonno decise in quel momento che mi avrebbe regalato il primo palco e la prima improvvisazione della mia vita.

Andò dritto dagli organizzatori e gli disse che quella roba era un fiasco e che l’unico modo per salvarla, dovevano fidarsi, era far recitare a sua nipote La Livella.

Io, chiaramente, ero ignara di tutto.

Completamente ignara, quando venni avvicinata e mi comunicarono che andavo in scena.

Ricordo poco.

Andai al centro della scena nel fragore e cominciai, semplicemente. Le luci ancora mi accecano.

“ogni anno, il due novembre..”e così via.

Improvvisamente, silenzio. Io, da sola, in mezzo alla scena, e centinaia di persone e un silenzio sospeso.

Presi sicurezza e andai spedita.

Poi il boato, una pioggia di applausi.

E di nuovo luce, luce ovunque.

Avevo dieci anni e mio nonno mi aveva regalato il momento più bello della mia vita.

Mio nonno è morto quando avevo dodici anni.

È stata la mia prima esperienza di morte. Con una persona della quale ero dipendente. Con una persona con la quale avevo un legame viscerale. Con una persona che mi aveva dato una fiducia gratuita tale che nessuno mai eguaglierà.

Me lo dissero in maniera brutale, suppongo non ci fosse un altro modo per dirmelo.

Non avevo mai provato tanto dolore.

Ricordo che il mio primo pensiero fu: “vorrei fossero già passati due mesi”.

Mi manca moltissimo.

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