Il 31 ottobre di quattro anni fa. Il nome del blog.

Quando penso all’ingiustizia sociale, la prima immagine, lampante, che si impone su tutte le altre nella mia mente, è quella dell’r5.
L’r5 è un autobus di linea che collega la stazione a Scampia, piazza di spaccio nota per il primato di essere la più grande d’Europa, nonché quartiere in cui vivo.
Dato il particolare tragitto che compie, quell’autobus è caratterizzato dal fatto di fungere da navetta per tutti i tossicodipendenti della regione che, arrivati nel capoluogo, in poco meno di un’ora, traffico e linee permettendo, sono trasportati nel loro ipermercato preferito.
Prendo l’r5 da quando avevo 13 anni, quasi 14. era l’unico autobus che mi portasse a scuola, è l’unico autobus che mi collega col centro della città.
È paradossalmente il veicolo che mi toglie dalla mortificazione di vivere in periferia per inserirmi nel contesto metropolitano del quale, dopo ormai 8 anni, sono figlia.

Quando penso all’umiliazione, penso all’odore dell’r5. È un odore che non saprei descrivere, ma che non si può sentire altrove. È acre, misto di cibi, di sudori, di umanità, di poveri cristi che non si lavano da chissà quanto. Però c’è un sostrato, unico, del quale nemmeno saprei parlare. Che mi umilia persino descrivere. Mi hanno insegnato che quello è l’odore dei drogati, che è il loro sudore quando sono in astinenza.
Io non so a cosa sia dovuto, ma nella mia testa quello è l’odore dell’umiliazione, della rabbia cieca che ne risulta generata, della paura di non riuscire a cambiare proprio niente.

Quando penso alla frustrazione, penso all’r5. Alle corse di centinaia di persone stipate in quella ferraglia arancione, tra passeggini, anziani contro il governo, ambulanti, facce stanche, facce volgari, facce allucinate, drogati, poveri, derelitti, zingari, puttane e gente spenta.
Gente spenta, perchè è anche qualcosa come l’r5 a contribuire allo spegnerti.
Sarà banale, sarà borghese, sarà perbenismo, ma gran parte della mia voglia di cambiare il mondo deriva anche dal fatto che per andare in centro, che dista circa un quarto d’ora da casa mia, posso aspettare anche un’ora, alla fermata, se è domenica, o se c’è la partita, o se è festa, o se il giorno dopo è sciopero, o se lo è stato il giorno prima, o se un’autista è stato minacciato nella settimana precedente.
Gran parte della rabbia con cui faccio politica, potrà sembrare strano, deriva da quelle corse, stipata con centinaia di persone che come me sono state al gelo o a 40 gradi ad aspettare per un’ora l’autobus.
Che come me si schiacciano nella parte anteriore, perchè nella posteriore ci sono solo i drogati, si sa.
Che come me cercano di respirare il meno possibile l’odore acre che ti resta addosso, e sembra ti abbia marchiato.
Che come me tengono stretta al petto la borsa, mettono lo zaino davanti, tengono le mani nelle tasche.
Che come me non hanno mai visto un controllore salire su quell’autobus, perchè tutti lo sanno, se non hai il biglietto, prendi l’r5. Quello nessuno lo controlla. È una roccaforte dell’illegalità, è un microcosmo del quartiere dove va a stazionare, finita la corsa.

Quando entro nell’r5, ogni volta che mi è possibile, metto le cuffie, e alzo il volume al massimo, e leggo. Qualunque cosa.
Anche se so che così è troppo facile.

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2 risposte a Il 31 ottobre di quattro anni fa. Il nome del blog.

  1. luigi ha detto:

    hai espresso in modo netto ciò che penso da sempre e che nn riesco a esprimere così. !!

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