Della rabbia e di altri demoni

Undicigennaioduemiladodici

Io non lo so cosa scateni “la radicalità”, come si formi,  a che età e per quale processo. So di essere cresciuta nello stesso contesto in cui mi trovo ora, e che questo è passato per me da una posizione di “norma”, regola, a una di polo negativo a cui, con varie sfumature legate all’età e alle esperienze, o forse anche al livello culturale, rapportarmi in maniera diversa. Indifferenza, lontananza, spavento, disprezzo, rabbia, odio, schifo. So che da quando avevo 15 anni ho cominciato a scrivere di camorra, in ogni salsa e declinazione mi venisse in mente, e nessuno ha mai voluto fermarmi. In questo, sono stata molto fortunata. Non so bene perché poi un giorno, da sola, mi sia fermata. Ma guardandomi stamattina con i capelli in disordine e ancora con la mia felpa di Arancia Meccanica e il mio piumone a quadri, a scrivere e odiare, odiare e scrivere, mi rendo conto del fatto che forse non mi sono fermata mai. La verità è che non si smette mai, di odiarli. Forse, sì, la mia testa, la mia “coscienza”, la mia insofferenza, si erano sopiti, anestetizzati dalla lontananza – si può essere lontani da un inferno anche standoci al centro, chiusi in camera. Ma non ho mai smesso di odiarli, e non riesco a non pensare che sia giusto. Tutta questa negatività, tutto questo senso di schifo, tutto        questo odio, mi hanno insegnato cosa sia la radicalità. L’ho imparata al negativo, io. La prima cosa in cui sono stata radicale è stata nell’odiare loro. E da lì è cambiato tutto.

Può rovinarti la vita, aprire gli occhi. Può farlo soprattutto nella misura in cui ti spoglia delle tue difese e ti pone di fronte allo specchio del tuo essere inerte, disarmata, con un nodo alla gola e un urlo viscerale che ti sale dal più profondo delle frustrazioni e ti si blocca in gola perché tanto nessuno vuole ascoltarlo.  Sono passati quasi diec’anni, da quando ho iniziato a scrivere di queste cose, ed è strabiliante e spaventoso il fatto che io ne parli ancora con gli stessi termini e provi ancora le stesse sensazioni e mi renda conto ancora che nulla è cambiato, che io sono andata avanti convinta che il mondo mi seguisse, ed invece lo sfondo era fisso. Mi sono svegliata stamattina con la conferma di quello che da giorni ormai avevo capito, e che temevo, e mi sono resa conto che più che paura mi fa rabbia.

Mi fa rabbia pensare all’eventualità di un’altra faida in questa terra lontana dal diritto e dalla pietà. Mi traumatizza a livello umano, morale, psicologico, ricominciare con il macabro confronto tra il numero dei morti e quello dei giorni passati dall’inizio dell’anno, perché mi ero illusa di aver chiuso una pratica tanto surreale in una valigia da non riaprire mai più, anni fa. Mi trovo disarmata dei miei strumenti di analisi e lettura critica perchè è la mia emotività che si è infilata insistentemente tra le mie dita e le sta guidando su questa tastiera facendo loro gridare un’unica, ferma, volontà: non voglio assistere alla vostra ennesima faida.

E non è vero che finché si ammazzano tra di loro ci fanno solo un favore. È una cosa che ti insegnano a pensare da queste parti, per non dirti che in realtà tu non puoi farci niente. Non è vero perchè si ammazzano tra di loro ma lo fanno davanti a te. In mezzo a noi. Questi non solo c’hanno l’arroganza di spartirsi la nostra terra come se fosse normale, tra di loro, spartendosi di conseguenza, senza che per loro sia rilevante, le competenze di amministrazione della nostra vita. Come servi della gleba, noi restiamo legati al lotto, al quartiere, alla zona tal dei tali, e pertanto un giorno dobbiamo ringraziare o odiare Tizio, e quello appresso Caio, che magari gli ha sparato. Questi c’hanno anche la presunzione di irrompere nella nostra sfera emotiva e violentarla costringendola ad assistere alle loro guerre, che nessuno gli ha chiesto e che nessuno vuole, e allo stupro di doverlo fare con le mani legate. Questi c’hanno la prepotenza di prendere a calci in faccia la nostra frustrazione, facendosi grasse risate, e nel frattempo continuare a gestire i loro affari, marci e lerci, come se fosse la norma, come se fosse dovuto. E così loro si arricchiscono, si ingrassano, si sparano, si inseguono, si accordano, si stabilizzano, e a noi non resta che bile. Litri e litri di bile, sono la nostra parte nei trattati di pace dopo le guerre di camorra. E forse un sospiro di sollievo perché almeno stai certo che per un po’ non devi annoverare tra i pericoli del quotidiano pure un proiettile vagante. E poi devi sentirti pure in colpa, perché la tua coscienza lo sa che il problema non è il proiettile vagante o la faida ma che ora che è finita è peggio perché vuol dire che un altro accordo è stato trovato. E ancora una volta tu vorresti spaccare il mondo, entrare nelle loro case, prenderli a schiaffi e intimargli di smettere. Ammazzarli, anche, perché l’odio viscerale si scorda la morale. Ma non puoi. Puoi solo opporti in pubblico, denunciare, e sperare che chi sta più in alto finalmente si sbrighi una buona volta. È una speranza diffusa e senza obiettivo, è una preghiera vaga, come ad un’entità trascendentale che identifichi confusamente con gli sbirri, la magistratura, il governo o il padreeterno. Ma del resto sai bene che, al di là del qualunquismo, in questa città è vero che chi sta in alto sta più in basso di te, nel sottosuolo. Nelle fogne. E che tante volte ti hanno fatta assistere a pagliacciate mediatiche fatte di arresti e parate, ma che poi nulla è cambiato perché non basta una pezza di stoffa allo strappo che loro stessi hanno generato.

E allora speri che un giorno tutta questa gente che lo sa, perché io lo so che loro lo sanno, glielo leggo in faccia, la smetta una buona volta di guardare altrove. Speri che si mettano l’anima in pace e accettino l’idea di avere piena responsabilità dello schifo che hanno intorno. Se non loro, chi? Speri che smettano di vivere con un  velo di passività e un filtro di abbrutimento davanti agli occhi, e di approcciarsi alla realtà come ad un regalo di Natale che seppur ti fa schifo devi tenerti così com’è. Speri che qualcuno, uno, due, e poi gli altri a venire, cominci ad assumersi la responsabilità anche di quello che va oltre il proprio pianerottolo,  e a entrare in una dimensione di socialità e di collettività che per tante cose è così normale per questa gente, fino a rendersi conto che solo in quell’ambito un uomo è umano.

Ritrovare l’umanità di questi volti violentati, abbruttiti, e mettere nel cassetto anzi buttare nel fuoco i vari “A Scampia c’è una maggioranza di brava gente”, “si dice solo il negativo”, “tutt’Italia parla di noi ma non sanno niente”.. chi cazzo glielo deve dire, a tutt’Italia, che c’è dell’altro? Chi cazzo deve preoccuparsi di affermare la propria presenza, la propria alterità, di denunciare l’ingiustizia cui siamo costretti? Tutt’Italia?!

E basta!

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Una risposta a Della rabbia e di altri demoni

  1. tiZ ha detto:

    dovremmo dirglielo noi, urlarglielo, scuoterli e sbatterli fino a portarli alla ragione.

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