Belli e ribelli

È più o meno da quando avevo tredici anni che una delle poche convinzioni incrollabili che mi porto dietro è quella che studiare sia un fattore di emancipazione individuale e collettiva.

Niente di che, certo non è la scoperta della pennicillina, ma a tredici anni mi pareva un fatto fighissimo e per il resto del tempo è rimasto uno dei rari pilastri sui quali ho innalzatola mia vita.

Ho fatto politica pensando quella cosa, ho studiato pensando quella cosa, ho scelto il mio gruppo di amici pensando quella cosa. In linea di massima, dai tredici anni in poi non ho fatto che studiare ed emanciparmi, e fare il possibile perchè potesse essere una possibilità di tutti.

Non starò qui a fare il pippotto sulla ragazza di Scampia che va al liceo classico e poi all’università: sarebbe banale, anacronistico, e riflessioni del genere accompagnano già altri deamicissiani passaggi di questo blog. Però è vero che se non avessi fatto la scuola che ho fatto non sarei la persona che sono.

Comunque, per una volta non è solo una riflessione fine a se stessa ma ci sono una serie di elementi materiali che voglio condividere.

Dunque eravamo rimasti alla scuola, l’R5, il Garibaldi, ecc.. nonostante siano stati indubbiamente i miei anni d’oro per una volta voglio fare un salto cronologico e parlare non dell’altro ieri ma di ieri e oggi. E quindi ho deciso di iscrivermi a filosofia, non so nemmeno perchè ma in realtà non l’ho mai saputo bene, e mi sono messa a studiare cose che a volte amavo e a volte odiavo per la serie “che cazzo ci faccio qui?!”

Una delle cose che ho sempre odiato è Benedetto Croce, per esempio, e dalle mie parti si studia proprio assai, ma questa è una digressione per nulla funzionale al punto. Una delle cose che invece ho amato da subito – e questa è più che funzionale – è stata la filosofia politica. Così mi sono laureata con una tesi sull’analisi della crisi economico finanziaria come crisi sistemica e un’analisi delle idee di decrescita di quel cretino di Latouche.

Pensavo finisse lì, onestamente. Nemmeno ci volevo andare alla magistrale. Poi però non so come nè perchè mi sono lasciata convincere e gira che ti rigira il Polo didattico d’Ateneo (pace all’anima sua) ha promosso questo concorso in cui un po’ di gente ha mandato saggi sul tema “benessere e felicità”. Una parte di questi saggi è stata selezionata e pubblicata in un volume dedicato al tema. Chi mi conosce un poco poco sa che ovviamente non avrei mai pensato di perdere il mio tempo a partecipare una roba del genere che tanto figuriamoci se chiamano me sfigata come sono non lo so fare non sono in grado non sono pronta ecc.. ecc..

fatto sta che però mi hanno convinta e ho partecipato e, fuori da ogni suspence sì, uno di quei saggi è proprio il mio: mi hanno pubblicato un lavoro di analisi dei meccanismi di asservimento della politica alla finanza e di critica a quel cretino di Latouche.

Nonostante quanto possa sembrare però, questo non è un articolo autocelebrativo. E dunque arriviamo al dunque. Dunque, questo laboratorio interdipartimentale ex afferente all’ex polo decide di inaugurare pubblicamente il percorso di studi collettivo con un convegno di due giorni sui temi del volume al quale far intervenire, oltre a docenti, dottori, dottorini e dottoroni e politici e banchieri (e su questo vengo tra poco) anche una parte selezionata di quei già selezionati studenti che avevano pubblicato. Non ci crederete voi, non ci credevo io, ma in questo ulteriore gruppo ulteriormente ristretto figurava la sottoscritta.

Fermo restando il panico e l’agitazione generati da questa possibilità, ho affrontato le canoniche fasi di rifiuto, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione, e mi sono messa a studiare una mole improponibile di roba per preparare un intervento dignitoso. Il tema era il solito rapporto finanza politica, con un riferimento particolare alla questione meridionale ed una specificazione della questione ambientale, legata al ruolo del Sud nel Mediterraneo in antitesi al Nord continentale e pippotti vari, fatto sta che il tutto si concludeva con l’auspicio in investimenti mastodontici nell’ambito dell’università e della ricerca come strumenti di emancipazione e crescita collettiva per uscire dalla crisi. Guarda un po’, un fatto nuovo!

Qui, dopo un fiume di caratteri a dire il vero abbastanza evitabili, arriva il fattaccio: io intervenivo nel secondo giorno di convegno, e nel primo era previsto, tra gli altri, l’intervento dell’attuale Ministro del Lavoro che è stato giustamente contestato da tutto l’universo mondo anche perchè, dato più eclatante, per consentire lo svolgimento del convegno, che si è tenuto in una delle poche biblioteche eufemisticamente parlando funzionanti, sono stati mandati via gli studenti che stavano studiando nella suddetta biblioteca. E, oltre a questo, come se non ci fosse un limite alle cose delle quali la tua università può farti vergognare, tutta la zona intorno alla biblioteca era praticamente militarizzata, con almeno cinque camionette contate nel giro di poche centinaia di metri. E così, mentre fuori c’erano i blindati e gli studenti e i disoccupati a contestare, dentro si teneva placidamente il convegno e il Ministro parlava e docenti asserivano e l’uditorio annuiva.

Chiaramente, appena sono venuta a sapere questa cosa, ho deciso di dare buca il giorno dopo perchè altro che “possibilità”, altro che “dire la mia”, quello si configurava propriamente come un posto di merda.

Fatto sta che poi riflettendo ho cambiato idea, e ho deciso di andarci lo stesso ma di modificare leggermente il mio intervento con una aggiunta alla parte finale, quella nella quale parlavo del ruolo dell’università, nella quale gli dicevo che no, non ci siamo proprio. Che cacciare gli studenti dalla propria biblioteca perchè un Ministro della Repubblica dell’ennesimo governo responsabile dell’ennesimo scempio possa venire a pontificare in una sede accademica non è costruire l’università che ci farà uscire dalla crisi, al massimo è perpetuare quella che ha partecipato alla sua costruzione. Che l’università che ci farà uscire dalla crisi non è quella che apre le porte ai rappresentanti di governi che hanno abdicato al proprio ruolo in nome della governance economica, non è quella che per lasciar spazio a loro esclude gli studenti, non è quella che militarizza la città mentre parla delle prospettive che dovrebbero risollevarla, trattando ancora una volta questo popolo in maniera escludente, ritenendo ancora una volta come troppe volte storicamente si è ritenuto di poterlo tenere escluso e di poter far decidere alle èlite intellettuali cosa ne sarebbe stato di lui.

Gli ho detto proprio così. Nel senso che le ultime righe sono il testo originale del mio intervento. (L’ho scritto io, lo posso copiare). Per farla breve vado lì tutta soddisfatta del colpaccio che sto per fare e mi faccio due palle così per sei ore di convegno aspettando il mio intervento che, guarda caso, è l’ultimo. Avrei dovuto parlare dieci minuti, ma visto che si era arrivati alla fine e tutti si erano crogiolati in fiumi di retorica e di fumo non c’era più tempo e dopo il banchiere che ha parlato tre quarti d’ora, il sottosegretario che ha parlato mezz’ora, professori che si sono abbandonati alle riflessioni più logorroiche, ovviamente chiedono di tagliare alla studentessa. Ovviamente questo in virtù del fatto che si è ad un convegno nel quale si dovrebbe far partire un laboratorio di riflessioni innovative, che ponga la comunità accademica al centro dei processi di elaborazione, dando protagonismo agli studenti e ai giovani emergenti in generale. E proprio a me, che tenevo quel sorpresone da leggere.

Comincio ad esporre il mio intervento – che, per inciso, era lunghissimo, ma secondo me molto interessante – e dopo un po’ mi silurano per questioni di tempo chiedendomi se posso, preventivate altre occasioni di esposizione – saltare direttamente “alle conclusioni del mio intervento”. Con le palpitazioni a mille e una furia omicida che mi pulsava nelle tempie ho sfoggiato il più divertito dei sorrisi e ho detto “certo”, dopodichè mi sono messa a leggere la parte finale del mio intervento nella quale, guarda caso, gli dicevo che erano delle merde perchè stavano facendo quello che stavano facendo. Senza manco farlo di proposito.

E questa è la prima parte del post. Fosse stata solo questa la mia giornata dello scorso venerdì, probabilmente non mi sarei sprecata a farci un post ma poi il pomeriggio m’è successa una cosa singolare.

Mi è successo di incontrare per puro caso un gruppo di ragazzini con annesse mamme che chiedevano aiuto al sindacato studentesco. I ragazzi frequentano un noto istituto alberghiero di Napoli e, a seguito delle proteste e delle occupazioni di questo autunno, si stanno trovando ad affrontare una delle rappresaglie più paradossali che io abbia mai visto da parte di un preside. La loro preside, palesemente fascista, gli ha affibbiato una sospensione di trenta giorni dalle lezioni, facendogli firmare la comunicazione del provvedimento senza farglielo leggere, proponendogli uno scambio nulla osta\indulgenza per non perdere l’anno scolastico, minacciandoli di non farli reiscrivere per il prossimo anno se dovessero venir bocciati, provando ad intimidirli con minacce e denunce penali. In realtà ci sarebbero anche tutta un’altra serie di aneddoti assurdi riguardanti questa squilibrata ma il punto, quello che veramente mi interessa, è che questa fa la preside.

Questa dirige un istituto scolastico. Questa è resposanbile dell’emancipazione individuale e collettiva di cui sopra degli individui che frequentano la sua scuola. Questa stronza, che si vendica sugli studenti che hanno messo in atto delle legittime proteste rispetto al suo modo diciamo pure gentiliano di gestire la condotta scolastica, è una dirigente scolastica.

E allora ho pensato che questi due fatti c’entravano troppo con l’idea che studiare è un mezzo di emancipazione, ma che quello in cui lo facciamo è proprio un contesto di merda, e bisogna essere forti, e resistenti, perchè il nostro percorso abbia un senso.

E ho pensato allora che mi sono piaciuti un sacco i ragazzi del Duca di Buonvicino, che non sono proprio come me quando avevo la loro età ma pensano proprio quello che pensavo io, e che da quella scuola non se ne vogliono andare “per un fatto di principio, di giustizia”. E che il lunedì dopo le hanno fatto trovare uno striscione, firmato “belli e ribelli”.

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