Quella volta che lo spacciatore usava un bastone per tenere buoni i suoi clienti

Tanto lo sanno tutti dove abito, e certi denti meglio cavarseli prima evitando inutili suspence che finiscono col risultare retoriche e pesanti. Dove abito io c’è un grande ipermercato della droga a cielo aperto. Lo sanno tutti, ma nessuno fa niente. Anche chi potrebbe farci qualcosa.

Ad altri spazi e tempi le analisi storico-sociologiche.

Qui, invece, la rappresentazione di una scena raccapricciante tanto che c’è voluto una settimana per farla diventare parole.

Hanno ricominciato da poco a vendere qui, e il pubblico è entusiasta e soddisfatto del servizio. Ciò è palesemente testimonianto dall’affluenza eccezionale cui assistiamo in questi giorni di pioggia e vento. Vengono a decine, si muovono in gruppo che pare stiano andando chissà dove tutti insieme.

L’altro giorno Leone affacciato abbaiava contro il vuoto, e ho guardato per capire cosa attirasse la sua attenzione. Saranno stati una trentina, tutti in trepida attesa, tutti raggruppati sotto uno dei porticati di fronte al mio palazzo, ad espletare il rito quotidiano, con una serietà da liturgia.

Appena di fronte a loro, separati solo dalla fine del porticato, limite invalicabile e quasi gabbia, i commessi più efficienti della storia. A gruppi di tre, questi Caronte postmoderni li accompagnavano direttamente al settore desiderato, costringendo gli altri a restar fermi, zitti e tranquilli, al proprio posto, entro le sbarre invisibili della gabbia porticato.

L’attesa doveva essere snervante, ed il freddo era pungente, e così ogni tanto qualcuno un po’ più esaltato tentava l’evasione. Del resto quelli che saltano la fila li trovi pure nei supermercati migliori.

Ed è qui che è successo. È stata una cosa di pochi secondi.

Un lampo di genio nella testa del capo commesso, che sarà ancora fiero della trovata.

Ha preso un bastone ed ha cominciato ad agitarlo.

Nel vuoto, urlando, e avvicinandolo e allontanandolo dalle loro facce.

Ma non sono i visi il punto. Lui non voleva picchiarli. Lui li stava fermando. Usava il bastone per tenerli fermi e lontani, per tenerli raggruppati perchè non dessero fastidio. A lui prima di tutto. E poi al decoro del centro commerciale. Si sa, ci sono taciti accordi di reciproca convivenza che impongono una certa etichetta pure ai commercianti.

E così lui se ne stava là, col suo bastone, e lo utilizzava per tenerli raggruppati e lontani contemporaneamente. E loro fermi, immobili. E Leone abbaiava.

E io pensavo “il pastore, le pecore ed il cane”.

Ed era una scena raccapricciante per il degrado che esprimeva.

Mi faceva un male cane il livello di umiliazione di chi mi stava di fronte, che diventava umiliazione prima di tutto mia. L’umiliazione dell’impotenza. L’umiliazione di chi accetta passivamente di poter guardare certe cose. L’umiliazione che l’ha dovuto accettare da sempre. L’umiliazione di non distogliere lo sguardo. L’umiliazione di smettere di guardare. L’umiliazione del fatto che il mio cane fosse attore di quella macabra rappresentazione pastorale. Terribile e quasi caricaturale. Grottesca. L’umiliazione di provare tanto dolore.

L’umiliazione di realizzare che una cosa del genere può davvero accadere. Che l’essere umano può veramente concepire certe cose. Certo, non è il lancio dell’atomica, ma è dalle piccole cose che è più facile realizzare lo strazio che facciamo a noi stessi, quanto in basso possiamo cadere.

E io me lo porto ancora negli occhi quanto in basso possiamo cadere.

Sotto la pioggia. Con un bastone.

Il pastore, le pecore e il cane.

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