Una lettera d’amore

Ho aspettato tutta la giornata il momento in cui mi sarei seduta con le gambe incrociate su questo letto e il pc sulle ginocchia per prendermi il tempo e la tranquillità sufficiente a scrivere questo post. Mentre tornavo a casa pensavo a cosa avrei potuto scrivere, a tutti i pezzi che non avrei dovuto perdere, alle cose che mi andava e quelle che non mi andava di ricordare. E distrattamente, dal pullman, ho posato gli occhi sulla mia scuola media.

Chi mi conosce anche molto poco sa bene che il mio quartiere è una cosa che mi porto addosso in tutto quello che faccio, che amo e che odio come un amante che si fa odiare perchè ti tradisce sempre ma al quale non puoi non credere quando ti dice che non lo rifarà. Una prigione con accanto una prigione, dalla quale però non evaderei se non per ragioni logistiche.

Riesco sempre a divagare, dovrei stare qui a parlare dei vent’anni dell’amore della mia vita e poi mi ritrovo a parlare del quartiere da cui vengo, che forse a modo suo è un altro amore della mia vita.

Il punto era la Carlo Levi.

La Carlo Levi è un edificio giallo, con i cancelli verdi. Quando ci andavo io però era grigia. Era un enorme edificio rettangolare grigio con le barre alle finestre dei piani bassi.

Un edificio grigio come le giornate che ci passavo, asettico, disarmante. Ci sono entrata dopo cinque anni di scuola elementare privata in cui dire parolacce era peccato e disobbedire significava minacciate (credo mai verificate) bacchettate sulle mani. Ero destinata a perire.

Ricordo distintamente il giorno in cui ho detto il mio primo vaffanculo, alla fine dell’anno scolastico della prima media. Me lo ricordo perchè mi applaudirono.

Da lì tutto cambiò in maniera vertiginosa e mi adattai pure troppo bene in quell’ambiente. Non ero solo riuscita a sopravvivere. Ci vivevo tranquillamente. Tutto quello che era rimasto di quella ragazzina di dieci anni che ci era entrata alla fine della terza media era solo la passione per lo studio e per la letteratura.

E così fu il Garibaldi. E il collettivo. E le discussioni. E imparare tante di quelle cose che non mi stavano tutte dentro. E nomi mai sentiti, posti mai sentiti, storie mai sentite. Tutti a portata di mano. E il fatto che qualcuno mi chiedesse che pensavo delle cose.

Che responsabilità, pensare qualcosa delle cose!

Il primo corteo. Metterei la mano sul fuoco che fosse il 29 ottobre 2002 ma non trovo prove ovunque le cerchi. Il sole su Corso Umberto. I volantini. La mia copia di Lotta Comunista (tanto ci siam cascati tutti, non barate). Tutto l’impegno che ci misi nello spiegare a casa perchè non potevo assolutamente andare a scuola ma dovevo andare a quel corteo, era troppo importante non mancare, la Riforma Moratti avrebbe demolito la scuola pubblica se io non andavo. La prof del ginnasio incazzata nera per l’assenza di massa che quasi ci interrogò sulle ragioni del corteo sgamando le defezioni di più di metà della classe.

L’Unione degli Studenti entrò nella mia vita solo due anni più tardi, ma in quei due anni fu una presenza costante e invisibile, di volantini conservati e collettivi in cui mi guardavo intorno affascinata.

Poi la mia prima occupazione vera. Il fatto che dipendesse anche da me, dalla mia presenza costante, dal mio impegno, dalla mia militanza. Roberto Saviano nella palestra di scuola non era ancora nessuno e lui ci parlava di camorra e con Boccione, Pardone e Antonio lo guardavamo sconvolti per ben altro. I turni. I seminari. I materassini. Un freddo cane. Le sigarette. Festeggiare sedici anni a scuola. Uscire da quella scuola fu un trauma.

La prima volta in sede. La scrivania a dar le spalle alla grande finestra assolata della 508.

E poi le prime riunioni in sede e una comunità immensa, un mondo di cui non avevo mai avuto idea, molto più grande del mio amato collettivo e così tante altre cose da imparare che c’era da avvilirsi. Sono stata una presenza muta in assemblea per più di un anno. Tutto mi sembrava troppo grande, tutti mi sembravano troppo bravi, e non riuscivo nemmeno ad articolare frasi perchè automaticamente mi sentivo una ragazzina incompetente.

Poi qualcuno scoprì che scrivevo, e che volevo parlare di camorra. E allora Tizio, e l’R5, e i volantini, e le farfalle, e i documenti, e le piattaforme, e studiare studiare studiare ancora. Poi la proposta di entrare in esecutivo, “Cantalino siamo tutti strumenti della rivoluzione, non ribellarti al tuo compito e al tuo destino”, e poi la scissione, la rottura col sindacato, gli scatoloni reali e quelli attesi, “Rita io ti devo dire una cosa però tu stai calma..”. E il mio esecutivo. Discussioni fiume interrotte da giochi di parole su manifesti appesi per rompere la tensione. E tutti in piedi sulle sedie se la discussione si fa seria. E portare una pila di manifesti come un giglio in giro per il quinto piano la sera del sedici novembre. Urla, risate, crisi isteriche, sedie lanciate, borse lanciate, agende lanciate, abbracci e riappacificazioni, telefonate fiume, telefonate di rabbia, telefoni chiusi in faccia, e poi all’improvviso ero coordinatrice. Io che nemmeno intervenivo dal camioncino ai cortei (ve l’ho fatta per dieci anni!). E la mia bellissima resporg. E i miei responsabili delle aree. E il coordinatore regionale. E il suo resporg. E i verbali degli esecutivi – due, poi ci siamo cacati il cazzo.

E il primo corteo da coordinatrice, e un pianto a dirotto all’arrivo del Garibaldi, e il mio mascara sulla camicia di Riccardo.

E il nostro enorme 17 novembre. E poi tutti quelli con la pioggia.

I figli del sindacato, e la grande differenza tra autonomia politica e organizzativa. E tra confronto politico e sudditanza. E l’interlocuzione tra pari.

Sono fotogrammi pure confusi, è difficile mettere un ordine. I volantinaggi in giro per le scuole, quelli in pullman fino a Fuorigrotta e quelli in motorino in giro per il centro, le balle a bidelli e sorveglianti vari, e se non riesci lasciali in un bagno. E i coordinamenti, le assemblee, in giro per la regione e per l’Italia.

Frappy.

I progetti, le follie urlate e i piani seri sussurrati, i campeggi, “sono triste perchè penso che domani sarà il mio ultimo primo corteo da coordinatrice” “ma l’anno prossimo lo sarà da coordinatrice regionale, e io sarò la tua resporg”. E una promessa tradita. Che ha generato una lunga serie di promesse tradite. Che hanno generato una ferita della quale non voglio qui parlare.

 

È troppo difficile, non lo avrei mai detto, spiegare quello che ha rappresentato per me l’organizzazione che oggi compie vent’anni. Passeggiando dalla fermata dell’autobus a casa ho pensato che forse è stato veramente il grande amore, l’unico incondizionato, l’unico che non è finito, l’unico cui non abbia nulla da recriminare. Non lo so, non riesco a dirmelo. So che l’Unione degli Studenti oggi compie vent’anni e che è più vecchia di ognuno dei partiti che compongono il panorama politico di questo paese. So che nel corso degli ultimi dieci anni io ho fatto parte più o meno della sua storia. E mi sono nutrita e ho bevuto lo sguardo dei compagni, le parole, i discorsi, i confronti, le idee, i litigi, le ubriacate, le risate, tutto un mondo che non avrei potuto trovare da nessun’altra parte. So che l’UdS mi sta dentro esattamente come il mio quartiere, che ha disegnato il mio modo di essere, di parlare, di pensare. Che ha disegnato la persona che sono, lo sguardo che ho sul mondo, la rabbia e a’rraggia che mi muove ogni giorno. Non sono stata sempre costante e ho tradito promesse molto importanti ma ho amato questa organizzazione come un amore e come un amore la guardo da lontano sentendola nonostante tutto ancora mia.

L’ho amata proprio nel senso dell’esserne innamorata, e nel senso che al mio congresso di saluti ho voluto leggerle una poesia di Neruda, che mi viene sempre in mente quando penso alla mia organizzazione, l’unica poesia che io conosca a memoria nella vita. E gliela voglio dedicare stasera, in questi arrabattati e confusi auguri.

 

Amore mio, se muoio e tu non muori,
amore mio, se muori e io non muoio,

non concediamo ulteriore spazio al dolore:
non c’è immensità che valga quanto abbiamo vissuto
Polvere nel frumento, sabbia tra le sabbie,
il tempo, l’acqua errante, il vento vago,
ci ha trasportato come grano navigante.


Avremmo potuto non incontrarci nel tempo.
Questa prateria in cui ci siamo trovati,
oh piccolo infinito! la rendiamo.
Ma questo amore, amore, non è finito,
e così come non ebbe nascita,
non ha morte, è come un lungo fiume,
cambia solo di terra e labbra.

 

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