Riflessioni estemporanee ovvero: il punto non è solo liberare i saperi ma socializzarli

 

“Oh se fossi rimasto per sempre nel bosco natio, e non avessi conosciuto e provato nulla, se non sensazioni di fame, sete e caldo!

Che cosa strana la conoscenza! Aderisce alla mente, quando l’ha afferrata, come il lichene alla roccia”.

 

Quando qualche mese fa ho letto queste frasi mi sono fermata almeno un paio di minuti incantata a riflettere, e ho pensato che erano una cosa bellissima. Ho pensato che quando il mostro parla a Frankenstein, e gli racconta la sua storia, ci insegna un sacco di cose.

Ci insegna che a renderlo così crudele è stata la sua umanità. All’inizio, quando vagava senza meta e senza sapere nulla, era disarmato e indifeso al punto che il mondo stesso lo aggrediva semplicemente esistendo. Poi gli succede qualcosa. Man mano che passa il suo tempo ad osservare la famiglia nel cui fienile è nascosto, impara le loro sensazioni, le loro emozioni e, alla fine, anche la loro lingua. Osservando l’umanità, il mostro diventa sempre più umano al punto da provare sempre più forte la necessità di entrare in contatto con altri umani, di socializzare. Prova ad avvicinare, a più riprese, degli uomini, e provoca soltanto repulsione in questi. La sensazione di essere rifiutato, non per l’umiliazione ma per il senso di ingiustizia per la condanna non meritata alla solitudine, renderanno il mostro spietato. Lui che alla sua nascita era inoffensivo e spaventato da qualunque cosa, costruisce la propria malvagità a partire dalla propria umanità. Se non fosse diventato così umano, non sarebbe stato così perfido. E allora ho pensato che questa cosa ci insegna che l’essere umano è magnifico nella sua umanità. Per la sua umanità. È l’imperfezione a fare l’uomo umano. L’imperfezione e la socialità. Il mostro diviene uomo nel momento in cui impara dagli altri a esserlo, e diviene realmente uomo quando tutte le nozioni che ha appreso, la realtà ideale che ha immaginato, si scontrano con la verità degli altri esseri umani che lo fuggono inorriditi. Che lo attaccano. Che gli fanno del male. Gratuitamente. Senza che lui abbia fatto nulla. Fino a quel momento, è un uomo a tavolino. Fino a quel momento è una definizione di uomo, un modello manualistico, un prototipo. Quando si rapporta agli altri uomini impara l’unica lezione che non poteva prendere da nessun libro rubato: la virtù non è facile come sembra, è un parto complesso e non una disposizione naturale come aveva creduto. E diviene completamente umano nella sua limitatezza, nella sua incoerenza, nella sua crudeltà.

E allora ho pensato che il punto non è solo la conoscenza. La liberazione della conoscenza. La conoscenza per tutte e tutti. Ma la sua socializzazione. La socialità. Perchè il mostro ha tutte le conoscenze di cui vuole appropriarsi ma è infelice e diventa crudele, perchè non può condividerle con nessuno.

Poi magari so’ stronzate, però ho pensato pure che forse io faccio quello che faccio nella vita perchè l’ho sempre saputo, alla fine.

 

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