Una cosa bellissima

La polveriera austriaca è uno spazio che si sviluppa in verticale, col soffitto curvo e le finestre su tutti e due i lati. Era la mia preferita. Lì ci sono state le varie performance e l’installazione permanente di Lucia, un’artista spagnola che ha messo le sue gambe in una valigia ed è volata a Berlino e ora è così contenta che lo racconta a tutti.

La polveriera francese la odiavo. Il primo giorno che ci siamo arrivati c’era uno scorpione, un numero improponibile di ragni di ogni forma e dimensione e un verme lunghissimo. Quel posto mi ha terrorizzata una settimana.

Quelle due polveriere, quel posto, sono paradossalmente sempre stati pieni di giovani. Non solo ora.

Lo erano quando Forte Marghera era un luogo di guerra, e lo sono ora che è un luogo di incontro e condivisione di esperienze. Ho pensato a lungo a questa cosa durante il festival, e ho incontrato tutta una serie di persone che mi chiedeva che stessimo facendo nei luoghi che aveva odiato in giovinezza. Quando gli rispondevo, ci infilavo sempre una domanda a tradimento sull’effetto che faceva. Che effetto fa vedere un luogo nel quale lei ha fatto il militare vissuto per giorni da giovani che stanno qua liberamente, di propria volontà, a fare arte?

Tu dici “hai fatto un’esperienza bella, vuoi raccontarla per farla sapere agli altri, e ci scrivi un articolo”. Poi cominci l’articolo e nemmeno le persone che sanno di che stai parlando potrebbero capire in effetti di che stai parlando. È una deformazione: le cose vanno scritte per come sono, non per la loro definizione.

Potrei dire: (coff coff) “quest’anno sono stata a uno splendido festival di arti performative che si chiama Schiume”. E avrei detto la verità. Ma non avrei detto niente. Non avrebbe senso quello che sto scrivendo.

Schiume non è un festival di arti performative. Non è solo quello, almeno. È una cosa che si crea tra delle persone, e io non lo so cos’è quella cosa ma te ne accorgi che c’è, e ti fa pensare che non è soltanto un festival.

Intanto, non è una cosa che sta lì, e tu la scopri. È una cosa che nasce mentre la scopri, la scopri perchè sta nascendo e nasce perchè la stai scoprendo. Ho visto distintamente con i miei occhi un pezzo di legno (compensato si chiama?) diventare il fondo di un palco. L’ho fatto anche io, l’ho dipinto. Ho scoperto che a pittare tanto cose alte viene un mal di braccio cane, che non è proprio la scoperta del secolo ma io non avevo mai pittato in vita mia.

E quindi Schiume non sta là fermo e tu lo scopri, ma nasce costantemente, e tu lo vedi distintamente e ti piace starci dentro. E ti piace nonostante le zanzare, la puzza di Autan, ragni ovunque, qualche piccola scomodità, un po’ di fatica. Ti piace così tanto che quelle cose te le dimentichi.

Ti piace così tanto che non ti pare vero duri così poco, che mentre ci sei dentro sembra lunghissimo e poi ti rendi conto che non hai fatto in tempo a vederlo sorgere che sta già tramontando. Il retropalco è tornato un pannello appoggiato sul pavimento della polveriera austriaca, i lunghi cavi sono stati tolti via da tutti i loro nascondigli e ora sono arrotolati (“fatti”) sul pavimento, e tu stai staccando il pavimento così scrupolosamente attaccato dai ragazzi appena qualche giorno fa.

Schiume è un attimo, è un percorso, il puzzle di un folle: appena hai finito di montare l’ultimo pezzo cominci a staccare e mettere via il primo. E ti rendi conto che in mezzo c’è stata una cosa bellissima.

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