Piccole storie di dignità

In camera mia ho un boccale della Nastro Azzurro, un bicchierone dei Simpson, una tazza di Berlino, un bicchiere ecosostenibile e un barattolo di tabacco pieni di penne.

In borsa, un borsellino fatto da me con due penne per ogni colore, una matita e una gomma.

Scrivo assai.

In questo periodo mi sento molto fortunata, incredibilmente fortunata, fortunata al punto tale che questa cosa mi mette un sacco d’ansia perchè non sono abituata al fatto che vada tutto come deve andare.

Credo veramente che la mia vita stia funzionando perfettamente, e non c’è un solo aspetto di cui non sia soddisfatta. Anzi, che non trovi esaltante.

Sento che va tutto per il meglio e, effettivamente, ogni cosa che provo a fare va esattamente come io voglio che vada. Sono riuscita addirittura a resuscitare un cellulare che era sbattuto a terra e il cui schermo era un frullato di cristalli liquidi. L’ho acceso, per sfizio, dopo mesi, ed era là: perfettamente funzionante.

In questo periodo va tutto talmente bene che ogni volta che me ne va bene un’altra mi fermo quasi dispiaciuta perchè temo sempre il peggio, e più le cose vanno meglio più penso che il peggio sarà grosso.

Ciò nonostante, riesco in ogni caso a sentirmi profondamente felice e soddisfatta della mia vita.

Oggi, giusto perchè la fase è positiva, ho provato a sfidare il fato.

Sono entrata in una banca davanti alla quale passavo per caso e ho ripetuto la stessa identica scena che vi ho interpretato tre mesi fa.

“Salve, volevo sapere se avete versamenti a mio nome. Sto aspettando il rimborso delle tasse e l’Adisu mi ha inviato una comunicazione telematica ma non mi è ancora arrivato quella cartacea. Molti miei colleghi mi hanno detto che non occorre che arrivi e che basta recarsi in banca con i documenti”.

Tre mesi fa la risposta era stata: “guardi signorina, io senza comunicazione cartacea non posso nemmeno controllare, mi spiace”.

Oggi la risposta è stata: “beh, mi dia un documento e vediamo che succede”.

Ovviamente i soldi c’erano. E ce ne stavano pure un sacco. I rimborsi tasse di entrambi gli anni della magistrale. Una cosa che non mi sarei aspettata mai.

Mai mai mai nella mia vita mi è successa una cosa del genere.

E per questa ragione, chiaramente, sono tornata a casa piena d’ansia.

Ero in metropolitana, con la testa in un libro, quando sento una cadenza e una cantilena familiare, che ogni giorno si ripropone con una voce diversa ma infondo sempre uguale.

“Permette signora? Vi interessa qualcosa? Una penna? Un accendino? Non è che vi serve qualcosa?”.

La donna accanto a me manco ha alzato la testa, ha continuato a guardare il palo davanti ai suoi occhi. Avrebbe avuto più reattività se le fosse passata affianco una mosca.

Il ragazzo è arrivato da me.

“Ciao, a te serve qualcosa?”.

Ho alzato lo sguardo. Viso sveglio, abbronzato, cappellino. Bassino ma non troppo, in carne ma non troppo, e occhi da scugnizzo. Avrà avuto l’età di mio fratello, e come lui aveva la faccia del bravo ragazzo.

Gli ho sorriso: “guarda..” ho guardato la quantità irrisoria di merce che aveva in mano “..dammi una penna!”.

Mi ha sorriso: “Di che colore?”

“Come vuoi, è uguale”.

Mi ha porto una BIC rossa.

Ho aperto il portafogli e ci ho guardato dentro. L’unica moneta che avevo, oltre a un sacco di spiccioli di rame, erano due euro.

Ho guardato lui, ho guardato nel portafogli.

Ho pensato che io avevo avuto una bella giornata, lui no.

Gli ho dato i due euro e gli ho sorriso.

Mi ha ringraziata

Ha fatto per andarsene, poi è tornato indietro.

Mi ha porto una BIC nera.

“Guarda, te ne do un’altra, per correttezza..”

“Non è importante, davvero. Non mi serviva la penna”

“Lo so, per questo te ne do un’altra”.

La signora accanto a me ha mosso il braccio, l’ha avvicinato alla cerniera del suo borsello.

Poi si è di nuovo girata a guardare il palo.

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