Un odio mosso da amore

Ieri facevo la cazzara e prendevo in giro la Lorenzin per le dichiarazioni sullo stile di vita dei napoletani. Stasera sono incazzata, perchè mi sono ricordata di come è stato assistere agli ultimi giorni di agonia di persone che amo, di come è stato scoprire all’improvviso, dal nulla, che persone che mi erano accanto vicine o lontane nel loro percorso di vita una alla volta cadevano, come non fossero persone vere ma sagome di una scenografia, tirate giù una alla volta lasciando soltanto vuoto, sfondo nero.

È stato un istante brevissimo di lucidità, e ora mi scorrono davanti alla faccia i loro volti sorridenti, i loro volti sofferenti, e mi sono incazzata come una iena e non so nemmeno cosa voglio arrivare a dire però intanto comincio col dire che sono incazzata nera, furente.

Perchè noi lo sappiamo le condizioni nelle quali stiamo, e ormai non ce ne stupiamo.

Però io me le ricordo le facce di quei ragazzi quando ho girato il Nord Italia per raccontarglielo. E loro erano stupiti, e loro erano increduli. Ma proprio nel senso che non ci credevano. Non credevano fosse possibile.

E dopo che tra video, racconti e ore di discussione riuscivo a convincerli che era proprio così avevano tutti la stessa reazione: “e perchè non facciamo qualcosa tutti insieme?”.

Sono incazzata nera perchè noi lo sappiamo, e non ci stupiamo più, ma proviamo a costruire ogni giorno la stessa consapevolezza in questa regione e nel resto del paese. Proviamo a costruire mobilitazione, proviamo a fare informazione, studiamo noi stessi, per essere all’altezza.

Ci impegniamo, ogni giorno. Forse qualche giorno un po’ meno degli altri, ma la testa sta sempre là, e per quanto tu puoi metterti a fare altro lo sai che hai una questione in sospeso. La questione in sospeso. Ti resta dentro come un mal di testa del quale ti scordi ma che poi, quando te lo ricordi, lo senti tale e quale.

Noi viviamo tutti i giorni con una spada che pende sulle nostre fronti. Non sappiamo se, non sappiamo chi, non sappiamo quando, ma ne vediamo l’ombra davanti allo sguardo, proiettata su tutto ciò che guardiamo.

E andiamo avanti, che uno non può pensarci sempre sennò va a finire che ti paralizzi e invece qualcosa la devi fare. Facciamo finta che sia un fatto a metà tra statistica e caso: come le probabilità di beccarti un proiettile vagante, di finire sotto un autobus, di avere un infarto, di cadere male e romperti l’osso del collo. Facciamo finta, e tiriamo avanti.

E nel frattempo immaginiamo, costruiamo: proviamo a fare in modo che prima o poi sta cosa, in un modo o nell’altro, finisca. Perchè uno non può campare con la consapevolezza che non la si risolve: se io dovessi pensare che non ci sta soluzione, non mi alzerei dal letto la mattina.

Poi però arriva il Ministro della Salute che ti dice che è un fatto di stile di vita, e tu pensi alle facce di chi non c’è, alle facce contratte di chi c’è ancora e chissà per quanto tempo, alle facce di quei ragazzini che dicevano “ma come è possibile?”, al mal di testa costante che ti resta pure quando non ci pensi, alla spada che sta sempre là e da un momento all’altro può cadere, ai numeri, alle statistiche, alle puzze, degli ospedali e dei roghi, ai colori innaturali di certi volti, alle parole sempre più affannate, e a quel punto sei furente, e forse non tieni niente di definito da dire e manco ci riusciresti che hai un nodo in gola per la rabbia, ma hai gli occhi lucidi e un peso forte al petto, stringi i pugni pensi solo che la pagheranno.

Io volevo scrivere qualcosa di più politico, qualcosa a proposito di questa che è la più anticapitalista delle battaglie, sul fatto che è una battaglia che tende sempre al rialzo perchè non sarà vinta finchè non sarà radicalmente rovesciato il paradigma economicista su cui questa società si fonda, finchè vigerà questo modello di sviluppo, questo sistema di valori.

Ma sono troppo incazzata, ho troppe facce negli occhi stasera.

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