Via Federico Fellini

Molte strade di Scampia, fino a dieci anni fa, non avevano un nome.

Erano “lotti”.

Nel ’99 il Consiglio di Quartiere inviò al Comune una nota in cui segnalava la cosa, ma fino al 2005 non accadde nulla.

Quell’anno il Consiglio di Circoscrizione inviò un documento al Comune nel quale proponeva una toponomastica per il quartiere.

Un passo avanti gigantesco. Smettevamo di vivere in “lotti”, di essere incasellati così palesemente, e finalmente avevamo delle strade. Strade tutte nostre, che nessuno voleva ma che per noi, che ci eravamo vissuti sempre, meritavano un nome.

I nomi erano tutti fighissimi.

Martin Luther King, Gandhi, Don Milani, Don Puglisi, Rizzotto, Livatino, Impastato, Bruni, Murolo, Carosone, Marrazzo, Fava, Striano, Sergio Leone, Magnani, Mastroianni, Sordi, Pertini, Volontè e un sacco di altri.

Pure i filosofi ci stavano. Spinoza, Galilei, Cartesio, Copernico, Aristotele.

Ci pensavo oggi mentre nel mio R5 del cuore me ne tornavo a casa, e ho buttato distrattamente l’occhio alla targa della strada che stavo percorrendo.

“Via Federico Fellini”.

Immediatamente ai piedi della targa, un mucchio di calcinacci.

Un sacco di aiuole. Un sacco di erbacce. Spazzatura, auto palesemente abbandonate, rifiuti di ogni genere.

Ho pensato a Federico Fellini, a chissà che ne avrebbe pensato lui.

Sono andata a guardarmi tutta la lista dei nomi delle strade. Sono meravigliosi. Altro che stradoni intitolati a re reazionari ammazzati da anarchici o a invasori stranieri; altro che Santi e Madonne: le strade qui hanno i nomi che sanno di resistenza, come quel viale grande grande che circonda la villa comunale, che guarda a tutto il quartiere nella sua circolarità.

Però sono tutte tipo Via Fellini.

Hanno nomi bellissimi, ma ci stanno i palazzoni, ci sta la munnezza, ci sta il degrado, ci stanno spazi verdi enormi abbandonati da anni.

Un paio di anni fa una giornalista deficiente scrisse su un giornale che io non avevo visto un negozio fino a quando avevo quattordici anni, perché io le avevo detto che la prima volta che ero uscita dal mio quartiere di periferia era per andare alle superiori, e avevo scoperto una città che non mi immaginavo potesse essere così.

Prescindendo dal fatto che questa fa la giornalista e io no, un dato resta: questo quartiere ha abituato tutti quelli che lo abitano alla bruttezza, a ricercare la bellezza altrove, per altre vie.

“Quando la felicità non la vedi, cercala dentro” dice uno striscione scandaloso attaccato da qualcuno che secondo me non ha capito un cazzo di questo quartiere.

Ci avete rinchiusi in questo posto, avete creato il dormitorio e ci avete piazzato qua dentro dove non fossimo troppo brutti da vedere per il resto della città che si stava sviluppando: ci avete dato un posto dove tornare a dormire dopo che ci eravamo ammazzati di lavoro fino a sera, a ognuno il proprio posto, la propria casellina nel proprio casermone.

E ogni casermone al proprio posto, in fila tutti in ordine, ognuno nel suo lotto.

I lotti sono scomparsi, le strade ora hanno i nomi, e sono tutti nomi bellissimi. E io da oggi non riesco a smettere di pensare a quanto sia offensivo, ridicolo, umiliante, avere delle strade con nomi così belli, e doverci vivere così.

E allora ho pensato che un giorno sapete che faccio? Mi procuro una macchina fotografica, o una telecamera, e me le giro tutte quante e ci faccio un reportage. Nome bellissimo, strada di merda. Nome di personalità ammirevole, casermoni. Nome evocativo, munnezza.

Anzi, se qualcuno vuole farlo per me che non sarei troppo capace, gli cedo la mia idea.

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