Stasera non esco

Sono uscita dalla palestra con i dolori ai muscoli delle gambe. Dovevo andare dal medico, per cui nonostante i cinque kilometri artificiali appena percorsi, ero tenuta a tenere il ritmo e a non prendermela comoda. Ho buttato un occhio al cellulare, più che altro per capire se trovavo un passaggio per stasera, per non dover restare a casa perché sto a piedi, per non dover chiedere a quasi ventisei anni a mio padre “stasera mi accompagni a una festa?”, che proprio non si può sentire.

Ho guardato il cellulare, e ho visto tutta una serie di post su Cucchi.

Non avevo capito il perché, non mi sono posta il problema: non è che occorrono ricorrenze per esprimere schifo e ricordare certe cose.

Sono tornata a casa in quello spazio indefinito tra il tardo pomeriggio e la prima serata che gli orologi segnalano come le otto meno un quarto, circa.

Accarezzato il cane, posato la borsa, acceso il pc, e mi contatta un mio amico.

Mi chiede se stasera ci vedremo, e io gli dico che no, non ci vedremo perché sono a piedi. La cosa non mi pesa nemmeno più di tanto: sono stanca, svogliata, mezza assonnata e domattina ho da fare, sempre da fare, troppo da fare.

Poi a un certo punto il mio amico mi folgora. “Posso farti una confessione? Ho finito i soldi. Non mi pagano lo stipendio da mesi, e ho ufficialmente finito i risparmi. Non so come mangiare, non so come pagare l’affitto”.

Sgrano gli occhi, mormoro “cazzo”, e gli scrivo al volo che se vuole io qualcosa da parte, molto poco, ce l’ho: posso aiutarlo.

Ovviamente rifiuta: tra poveracci lo sappiamo quanto siamo poveracci, e lui lo sa.

Mi chiede, per cambiare argomento, perchè mai mi sono rimessa a studiare greco.

“Per la stessa ragione”, gli rispondo, “Ho bisogno di soldi e mi metto a fare ripetizioni.” Devo riprendere materie che non tocco da otto anni, con le quali non pensavo di dover avere più a che fare. Mi sveglio la mattina presto, studio greco o latino mezza giornata, poi pranzo, e attacco a studiare per la tesi. Quando di mattina o durante il giorno ho da fare e per qualche ragione il programma salta, recupero fino a notte fonda. Sono sempre sul chi va là, devo rispettare rigidissimi programmi a costo di sacrificare sonno e vita, per far stare tutto nei tempi giusti. Non penso di fare chissà che, non penso sia degno di merito o onori, ma non penso che sia normale che io debba farlo.

Il mio amico mi dice che la sua scarsità di mezzi lo costringe, quanto meno, a mangiare sano: che si prende le verdure da casa dei suoi. Ridiamo e ci scherziamo su amaramente: “a ‘nzalat d’o biocidio”.

Nel frattempo scorro la home e vengo a sapere della sentenza Cucchi.

Leggo articoli, guardo foto, e non ci posso pensare. Mi sale una rabbia, un senso di impotenza, un senso di frustrazione che diventano all’istante un cerchio alla testa, fortissimo.

Il mio amico mi dice che stasera si vuole cimentare nell’impresa di scroccare da bere al punto di ubriacarsi, io gli ripeto che resterò a casa, ma che mi piacerebbe poter uscire, prendere aria, far prendere aria al cervello.

E penso a lui che lavora come un mulo ma non ha i soldi per mangiare, a me che mentre mi laureo devo devo ricominciare da capo da quello che studiavo in prima superiore per tenermi una cosa di soldi in tasca, al fatto che stasera starò a casa perché sto a piedi e abito in periferia, a Stefano Cucchi ammazzato da nessuno, alle manganellate agli operai, alle dichiarazioni dei ministri, al comunicato del Sap “come è giusto che sia”, alla devastazione dei territori, alle riforme del lavoro, ai medi alzati contro la famiglia Cucchi alla pronuncia della sentenza di secondo grado, alle manifestazioni sotto l’ufficio della madre di Aldro, a tutti i “se hai un estintore te la cerchi”, a Davide Bifolco, alle ferite postdatate di De Sanctis, a chi dovrebbe essere classe dirigente, al ricco finanziere che “bisogna limitare il diritto di sciopero”, a tante di quelle cose che mi montano tutte in testa, confusamente, a far stringere sempre di più quel cerchio.

E penso che questo è diventato veramente un paese di merda.

Penso solo questo, sconfitta.

Non è che non abbia più rabbia, è che il senso di impotenza è molto più grande.

Il mio amico mi saluta, che tanto la conversazione contribuisce solo ad aumentarci la depressione a vicenda.

“Dai, mi metto a leggere”

“Azz, divertiti.”

“E a te, buon greco..”

“Stasera è latino”.

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