L’unica volta

L’unica volta in cui ho avuto paura, veramente paura del mio quartiere è stato in un assolatissimo pomeriggio di un mese estivo qualunque di qualche anno fa.

Ero alla fermata dell’autobus con il mio fidanzato di allora, intorno a noi non c’era niente se non un sole accecante che ci arrostiva, e due drogati. Uno dei due si avvicinò per chiederci qualcosa, noi rispondemmo qualcos’altro. La conversazione finì lì ma l’altro cominciò a sbraitare in maniera incomprensibile. Ci volle qualche secondo perchè capissi che la nostra breve interazione lo aveva impressionato e pensava che quello volesse farci del male: stava intervenendo in nostra difesa. Si parò davanti a noi, sempre urlando, e poi prese ad avvicinarsi minacciosamente all’altro, che indietreggiava. Io ero incredula, provavo a immaginare cosa avesse visto in quel brevissimo scambio di battute da intervenire tanto veementemente, ma non trovavo nulla. L’altro nel frattempo, sempre indietreggiando, si era allontanato al punto da attraversare la strada. Dalla fermata di fronte urlava insulti nella sua direzione, “Tossico” diceva, “stai tutt’magnat’!”.

Il mio difensore se ne stava fermo in mezzo alla strada, urlava contro quello, e quello continuava a insultarlo. A un certo punto si infilò la mano nei pantaloni.

Ci manca solo che inizia a toccarsi qua in mezzo”, pensai. Non sarebbe stata una grossa novità, la cosa non mi avrebbe turbata più di tanto.

Ma tirò rapidamente la mano dai calzoni e, alla fine del suo braccio disteso verso l’alto, qualcosa rifletteva violentemente la luce del sole.

Aveva un enorme coltellaccio da macellaio.

Prese a brandirlo al vento, vagamente in direzione dell’altro drogato ma in realtà sbandando pericolosamente dappertutto.

Ero terrorizzata.

Presi il primo autobus a caso. Volevo solo allontanarmi da quella scena, da quell’uomo e da quello che per la prima volta dopo tanti anni percepivo come un pericolo reale, concreto.

Dopo poche fermate scendemmo e io ero scioccata.

Non era solo la paura. Era il fatto che era vero: dovevo avere paura. Una cosa stucchevole. Mi avevano detto per anni di stare attenta, per anni conoscenti e sconosciuti ignari mi avevano dipinta ai loro occhi come chissà quale eroina che affrontava chissà quale Baghdad quotidiana, ma non me ne era mai fregato niente. Sapevo che non era vero. “Che era propaganda”.

E invece quella volta no: quella volta ero in pericolo e alla luce del sole, in mezzo a una strada centrale, in pieno giorno, ero dovuta scappare da un uomo che non aveva il controllo delle sue azioni e brandiva un coltello enorme minacciando tutto quello che lo circondava.

Era come se il mio quartiere mi avesse delusa. Aveva tradito la mia fiducia, e la sentivo come un’enorme ingiustizia. Proprio a me, che lo avevo sempre difeso. Proprio a me, che non ci avevo mai creduto. Proprio a me, che avevo fatto del rispondere con una risata al “Come si vive a Scampia?” una ragione di vita.

Passò l’autobus che mi serviva (l’R5, ovviamente) e salimmo.

Era quasi vuoto, c’erano persone sufficienti a riempire i posti a sedere e pochissimi in piedi. Un lusso.

Salire su quel pullman era stato come tirare un sospiro di sollievo. Era paradossale, ma neanche tanto: l’R5 era il mio rifugio, il posto in cui finalmente mi sentivo al sicuro.

Fino a che non alzai lo sguardo.

Quell’uomo era lì, in piedi.

Non aveva più il coltello, ma io ero paralizzata dal terrore e dalla certezza che lo tenesse sempre là, nei calzoni. Ripensandoci ora, magari non era vero e lo aveva gettato, ma in quel momento ero certa che non fosse così.

Era in piedi al centro del corridoio del pullman, sbandava vistosamente a ogni movimento del mezzo. Sbandava, si appoggiava, lasciava la presa e riprendeva a sbandare. Delle ragazzine presero a deriderlo, e lui ad assecondarle. Loro ridevano, lui sbandava più esageratamente, e loro ridevano più forte: giocavano. Ma io sapevo qualcosa che quelle due non sapevano: da un momento all’altro avrebbe potuto stancarsi e incazzarsi, tirare di nuovo fuori il coltello. La cosa andò avanti per tutto il tragitto del Monte Rosa. Al quadrivio di Secondigliano decise di sedersi a terra in mezzo al corridoio del pullman. La gente intorno lo insultava, lo guardava male, lo derideva. Le ragazzine lo provocavano per riprendere il gioco e lui presto fu di nuovo disponibile. La sua danza andò avanti per tutto il corso Secondigliano: era uno spettacolo esclusivo per quelle due spettatrici ignare. Io in quel momento le odiavo. “Idiote!” avrei voluto dire, “voi non avete idea di cosa state rischiando”. Presa dal panico, non feci niente.

Non riuscivo a parlare, non riuscivo a muovermi. Continuavo semplicemente a guardare quella danza surreale e a sperare che andasse tutto bene.

Mi sentivo in colpa perchè non facevo niente, mi sentivo frustrata per non poter fare niente, mi sentivo sconfortata dalla scena, mi sentivo delusa da quella realtà che tante volte avevo voluto negare, alla quale non avevo voluto credere mai.

All’ultima fermata del corso, prima di piazza Capodichino, decisi di scappare da quella situazione.

Scesi con gli occhi lucidi di rabbia, prima di tutto contro me stessa, per essere scesa senza aver fatto niente.

Ero scesa dall’R5 e quella cosa significava un sacco di cose.

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Una risposta a L’unica volta

  1. ert ha detto:

    L’R5 non era il tuo rifugio. Non v’è rifugio da certe cose. Sono anche io della zona (non proprio Scampia) e comprendo bene le tue sensazioni.
    P.S. lo sfondo nero con scritte bianche non è il massimo per gli occhi.

    Mi piace

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