Cantico dei drogati

1.

Lei avrà avuto massimo trent’anni. Non bella, non brutta, niente. Il bambino invece era bellissimo. La faccia della salute, gli occhi intelligenti, le guance paffute e un cappellino di lana ben calcato sulla fronte. Una voce viva, argomentativa, impegnata, serissima. Raccontava la trama di Dragon Ball alla mamma che ignorava di cosa parlasse ed era presa da tutt’altra urgenza. Lo sguardo vuoto di lei, i discorsi entusiasti di lui, e i sorrisi complici miei. Con le poche nozioni che conservavo ho deciso di intervenire nella discussione, dire la mia sugli sviluppi della trama, sul carattere dei personaggi, e ipotizzare in rapporto ai calcoli sulla forza dei protagonisti come sarebbero andate a finire le cose. Chiaramente baravo: io lo sapevo già.

La mamma mi sorrideva con sollievo, probabilmente felice che qualcuno riuscisse a comunicare con quel bambino straordinariamente intelligente con cui lei non riusciva a condividere argomenti. Poi è arrivato lo Chalet Bakù. Io sono scesa. Loro pure. Saluto. Il bimbo mi saluta con la manina. Lei gli poggia una mano sulla spalla e lo allontana un po’ stendendo il braccio. Guardo le sue dita affondate nel cappottino a quadri mentre si avvicina al mio viso con la faccia e mi dice: “Senti, io sto andando a comprare la roba. Perché non stai con lui nel frattempo che non so mai a chi lasciarlo e almeno non me lo porto?”.

Probabilmente avrei dovuto dirle sì, avrei dovuto farlo se non altro per quel bambino ma tenevo sedici anni e non riuscivo nemmeno a pensare, in quel momento, dalla rabbia.

È tardi, devo andare” le dissi che già ero di spalle e camminavo, e una vocetta adorabile mi urlava dietro: “ciao, ciao, ci vediamo presto!”.

2.

È bionda e doveva essere bella. Ora ha gli occhi sempre gonfi, la pelle segnata come una cartina e le labbra enormi di rossetto. Faceva l’infermiera, me lo ricordo. Una sera di tanti anni fa, nell’R5, lei era una bella donna che faceva l’infermiera e raccontava la sua giornata infernale a una signora sconosciuta con cui condivideva la noia di un tragitto di routine, il buio classico da tardo pomeriggio invernale, con il freddo che ti gela il naso e ti punge gli zigomi, il traffico del Corso Secondigliano e la fauna del pullman che in quei momenti là è una specie di famiglia.

Faceva l’infermiera, poi all’improvviso non l’ho vista più.

L’ho ritrovata all’improvviso un giorno allo stazionamento della metropolitana.

Faceva l’infermiera, ora indossa grossi occhiali da sole pure di notte e ha il culo moscio.

Ti chiede il biglietto usato della metro e lo rivende al prossimo avventore a cinquanta centesimi.

All’inizio lo chiedeva pure a me, ora non me lo chiede più ché ci vediamo tutti i giorni: mi conosce, sa che ho l’abbonamento.

Anche se lo chiede a una persona affianco a me, mi guarda solo e dice: “ciao tesoro”, perché ormai ci conosciamo.

3.

Si chiamava Ciro. Mi ricordo che mi disse di avere quarant’anni e restai stupefatta: ne dimostrava più di cinquanta. Sudava da morire, la sua fronte era bagnata, fradicia, e continuava a grondare sudore che si asciugava con un fazzoletto lercio, tenuto stretto in quelle dita giganti, con le unghie sporche.

Quella era l’ultima volta che veniva a prendere una dose, diceva.

Era bassino, tarchiato, aveva le mani e la faccia enorme e i capelli corti, con dei piccoli ricci.

Quella era l’ultima volta che veniva a prendere una dose, poi avrebbe smesso. Per sua madre.

Sua madre piangeva, lui non voleva farla piangere e così mentre si asciugava fiumi di sudore mi diceva che voleva smettere, in un italiano stentato e con la voce sommessa, affannata, con una rota spropositata, continuava a chiacchierare con me, e mi chiedevo come ne avesse la forza.

E forse la trovava in quel proposito che paradossalmente elaborava mentre veniva a prendersi una dose: avrebbe smesso, sua madre non avrebbe più pianto, lui si sarebbe trovato un lavoro e sistemato. Erano vent’anni che campava così ma ora tutto sarebbe cambiato.

E mi chiedeva se lo avrei sposato, e io rispondevo che lo avrei fatto se quella fosse stata l’ultima volta che lui veniva a prendere una dose.

4.

Aveva due bambini e una moglie sempre incazzata. Il cellulare squillava con una frequenza disarmante e lui rispondeva con lo stesso tono infastidito. Poi d’un tratto qualcosa, una sfumatura nella voce dell’intelocutore doveva fargli male, e lui cambiava registro. Con voce rassicurante le mentiva dicendole che era ancora a lavoro, mentre veniva qui a comprare la roba. Giurava di essere a lavoro, e a vederlo lo avresti detto. Faccia pulita, tuta di marca bianca e argentata più pulita della faccia, capelli ordinati, sistemati con forse un chilo di gelatina in piccoli ricciolini quasi a spazzolino. Raccontava dei suoi figli e della moglie che era bella ma sempre incazzata perché lui si faceva: lei non l’aveva sgamato ma lo sapeva che si faceva ancora. Raccontava di loro fiero, innamorato di quella famiglia e dispiaciuto perché lei era sempre incazzata: le mentiva per questo. Perché lui sapeva gestire, ma lei non capiva e quindi era più facile mentirle e negare l’evidenza. Le diceva di essere a lavoro, ma veniva qui ogni venerdì, e intanto discuteva di prezzi e tariffe, di quantità e di qualità, tra una telefonata e l’altra della moglie che urlava.

5.

Lavorava al Nord, diceva. Diceva di essere qui solo di passaggio, che lui con quella roba aveva chiuso. Del resto ormai si era sistemato: aveva una bella casa, dei coinquilini, un lavoro. Forse sarebbe arrivato pure l’amore. Perchè lui con quella roba aveva chiuso, diceva. Adesso lavorava al Nord, ed era qui solo di passaggio. Ne aveva approfittato, che comunque era sceso a trovare la mamma. Però la mamma sapeva che era a prendere un caffè con un vecchio amico.

In realtà lui, che ora lavorava al Nord, che con quella roba aveva chiuso, ne aveva approfittato per fare un breve passaggio. “Sì, ma a fare che?” “Eh, boh..”.

6 e 7.

Loro due si amavano. Ma proprio visceralmente, carnalmente. L’intera tratta dalla fermata fuori al Mc Donald della stazione fino a quella fuori allo Chalet Bakù era tutta un baciarsi e toccarsi, e avvinghiarsi e poi stringersi le mani, incrociando forte le dite. Si baciavano fino a mangiarsi, e io tifavo per loro solo per gli sguardi indignati delle vecchiette. E così come si amavano furiosamente, che alle vecchiette uscivano gli occhi da fuori che non erano solo “tossici” ma pure “in calore”, allo stesso modo cominciavano a litigare furiosamente contando spiccioli. Mentre stavano là a dimenarsi e avvinghiarsi, improvvisamente si urlavano volgarità di ogni sorta e si picchiavano forte, o almeno quella era l’intenzione. Si amavano selvaggiamente e stavano sempre insieme e venivano sempre insieme. Elemosinavano insieme, talvolta anche in pullman gli ultimi spiccioli mancanti, compravano insieme, e si facevano insieme, sempre. Non c’era eccezione alla regola, forse era una specie di pegno d’amore. Lo raccontavano con disinvoltura e si guardavano negli occhi innamorati: se non si facevano insieme “non era la stessa cosa”.

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