Quello che succede la sera

Mi sono buttata sotto la doccia appena entrata a casa a lavare via lo stress, la fatica, la metropolitana, il fumo, i chilometri, le ore di sonno che non c’erano, le nostalgie, i piccoli pensieri felici, i piccoli pensieri tristi.

Mi sono buttata sotto la doccia e sotto l’acqua più calda che potevo avere e mentre mi ustionavo le dita passandole tra i capelli mi passavano nella testa mille cose alla rinfusa.

L’affluenza in Emilia Romagna, San Gregorio Armeno che acclama i Borbone, il jobs act, il biocidio, Casapound che non fa andare i ragazzini a scuola, Renzi, i compagni, i collettivi, quella babbea della Cortese, le elezioni all’Orientale, i talk show che mi fanno vergognare personalmente mentre li guardo, e altri mille e mille micropensieri che si susseguivano come schizzi di luce nella mia testa.

Pensavo che domani alle 14 finalmente finisce questa settimana e che ho un giorno e mezzo di riposo e che veramente sto facendo l’inseguitrice di domeniche da un po’ di tempo, non vedo l’ora arrivi la pace, il pigiama, la calma, e che manco mi posso riposare davvero nel senso di oziare domenica, che mi devo dare una mossa a scrivere sta tesi. Pensavo tutte queste cose, o forse non ne pensavo nessuna, e pensavo che magari potevo scriverci un post, e chiamarlo “Alla rinfusa”. Poi Spotify ha fatto partire la musica e mentre l’acqua scorreva bollente sulla mia testa dalle casse è sgorgata “o sciore e o viento” e niente l’avrebbe potuta fermare.

E io stavo là, pensavo e non pensavo, e l’acqua scorreva veloce, e Dario Sansone urlava che “a ciorta gira comm’o viento” e senza una ragione specifica la mia mente è corsa a Frappy e sono scoppiata a piangere.

Frappy era un raggio di sole, e ora non lo è più.

Dario Sansone diceva che nu ciore s’è purtat stu vient – la faccia di Frappy che ride – l’acqua scorreva bollente – i capelli di Frappy – e io piangevo – la voce di Frappy quando sfotte.

Pensavo, e piangevo, e mi dicevo “ma cristo, sono passati quattro anni, che cazzo faccio sotto la doccia a piangere come una deficiente? Ma come si esce da una roba così?”.

E mi sono ricordata di una parte di un vecchio racconto e ho deciso di rimetterci mano, ma solo per qualche minimo accorgimento di forma. È incredibile quanto fosse reale prima di diventarlo.

«La cosa strana del silenzio più totale è che se lo ascolti attentamente c’è sempre qualcosa da sentirci. Puoi anche dirti che è il vento, puoi anche dirti che in una casa vecchia il legno cigola, puoi anche dirti che fuori ci sono le cicale, puoi anche dirti che il vecchio dondolo va oliato, ma sai benissimo che quei mormorii sono dentro. Sono gli stessi mormorii che non ti fanno più ascoltare un silenzio reale da quarant’anni, da quella notte in cui il più nero e tranquillo dei silenzi fu squarciato letteralmente dal più terribile degli urli.

Infondo ti pareva così assurdo pensarci che preferivi evitare…ti pareva così scontata l’impossibilità di tutto ciò che finivi per allontanare ogni eventuale pensiero e spedire, come un bambino, la tua mente altrove. Trovavi quest’unica via di fuga, fingere nulla fosse stato; non sapevi quanto ancora potesse durare. Avevi ignorato, certo, quello che succede la sera.

Puoi avere tutti gli impegni del mondo, le giornate più piene che siano immaginabili, ma arriverai, probabilmente per sempre, ogni sera disteso sullo stesso letto a guardare lo stesso soffitto senza nessun altro accanto, e questo ti farà cadere, e questo ti farà piangere, e questo ti farà uomo. Sempre.

Ti risvegli ancora, ogni tanto, di nuovo di soprassalto; la fronte madida di sudore e gli occhi sgranati da una terribile consapevolezza: giri la testa, guardi accanto a te e lei, ovviamente, non c’è. Potevi fingere non fosse vero, potevi fingere quando eri per strada, potevi fingere che lei ci fosse quando eri in mezzo alla gente ma alla sera, infine, hai sempre saputo che dopo aver spento l’ultima luce, dopo aver premuto l’ultimo interruttore, non ci sarebbe stata altra vita in casa. Sapevi che non avresti avuto più nessuno accanto con cui dormire, sapevi che non avresti avuto più nessuno con cui litigare per il bagno. Per la porzione più grande, per il telecomando, per il menù del giorno.

Sei riuscito a costruire un sistema di illusioni perfetto che ti concedeva di continuare a vivere i singoli giorni senza impazzirne. Un sistema perfetto di illusione e abitudine. Hai avuto la capacità di rituffarti nella tua vita con un tale senso dell’abitudine che ti pareva che tutto quello che c’era sempre stato ci fosse ancora e ci sarebbe stato per sempre. Ti pareva, soprattutto, di poter ignorare il fatto che lei non ci fosse più. Stucchevole. Lei non c’era più. Lei non c’è più. Cosa significherà poi? Lei non c’è più, lei non c’è mai, lei c’è mai stata? C’è stata, sì, e come ha potuto andarsene? Quanto c’è stata, poi? Un giorno, un anno, una vita; non lo sai più. Credi semplicemente che questo strano sistema sia elaborato male, proprio male. Come può essere così scadente la qualità dell’organizzazione? Uno nasce, cresce, piange, ride, respira, soffre, ama, ha un’anima grande, veramente grande, hai gli occhi d’infinito, e poi un bel giorno non esiste più. Cancellato, spazzato via, non c’è più.

Che razza di sistema è mai questo? A cosa è finalizzato questo spreco immane di energie, lacrime e sorrisi? La morte, ecco cosa ancora e sempre ti turba; ecco l’unica cosa che ancora riesce a farti provare dolore, che ti riempie gli occhi di lacrime, ti fa tremare l’anima: il ricordo di un’unica perdita che troppo facilmente ogni volta rimuovi… Ma ogni volta ti basta un niente: una parola, un tono di voce, un oggetto – il suo bracciale – e torna lì come il primo giorno, atroce, lancinante. Sono passati quarant’anni ma ancora non ti sei abituato al fatto che lei non esista più, che non potrai più guardarla negli occhi; ancora non sai rassegnarti a tutte le occasioni perdute, a tutti gli appuntamenti mancati, a tutte le parole non dette.

Fai finta di niente e i giorni passano, nuove rughe nascono senza che nella loro storia ci sia nulla di lei, e poi…poi basta che ti cada l’occhio sul polso sinistro e sai che lei c’è ancora, c’è sempre, che in ognuna di quelle rughe c’entra lei, che in quelle lacrime che ti hanno bagnato la barba ogni volta che piangevi e quella volta lei non c’entrava, c’era la precisa consapevolezza che lei non sarebbe mai più tornata, che non tornerà mai più da te, che il mondo non lo vedrai più riflesso in quegli occhi verdi, che quegli occhi verdi non sono più da nessuna parte. E il ricordo che rimuovi, quello che spedisci in fondo all’anima o a qualsiasi cosa sia sta sempre là, è appeso a un filo e il filo si tende, e si tende, e si tende ogni giorno. Ma in sere come questa si spezza. Tac. Forse avresti voluto dirle almeno addio, cioè, almeno quello pensi ti fosse dovuto… ti guardi intorno cercando qualcuno che ti dia ragione o, almeno, qualcuno a cui chiedere. Un orologio, una foto, una poltrona, pantofole, occhiali, chiavi, vita, casa, intorno a te. Quell’addio lo meritavi.

Che esperienza strana la vita. Stiamo sempre là a proteggere noi stessi, a costruire schermi che si pongano tra noi e gli altri, che alterino la realtà, per essere i più forti: non facciamo altro che fuggire qualsiasi coinvolgimento emotivo in quest’assurda ricerca constante di un qualsiasi motivo, anche minimo, che ci faccia smettere di avere tanta paura. E poi finisce che niente faccia passare quel terrore incondizionato, che passi e basta, o che facciamo finta che accada. (Tac). Ci facciamo iniezioni di realtà, e certezze, e agende, e impegni, e relazioni, e solidità, e alla fine non abbiamo più paura grazie a quello di cui avevamo paura. Basta un niente poi, un battito di ciglia (tac) e la costruzione enorme crolla d’un tonfo sordo. Basta un nulla, d’improvviso, e tutto è demolito. Improvvisamente sei al centro di una strada asfaltata circondato da grattacieli e (tac) improvvisamente è come se l’asfalto sotto i tuoi piedi si spaccasse, e tutti i grattacieli crollassero d’un colpo, e una forza oscura ti tenesse paralizzato in quella posizione stupida, al centro di un mondo in piena caduta.

Che strano rapporto abbiamo con la morte. Siamo pronti a dirla un semplice disfacimento di materia fino a che non succede che riguardi qualcuno che amiamo. Arrivati a quel punto non sappiamo spiegarci, non riusciamo a concepire che si tratti solo di materia, ci deve essere qualcosa, per forza. Prima, dopo, qualcosa dovrà pur esserci. Non può essere solo materia. Non può essere che finita la materia non c’è più niente. Che strano rapporto abbiamo con la vita. Siamo tanto attaccati alla vita e poi se perdiamo qualcosa di importante finiamo per non vivere più, rinchiuderci vedovi, rintanati nella paura di provare altro dolore, che non ci faccia vivere, siamo davvero capaci di smettere di vivere.

Ora piove forte. Quante cose sono molto più chiare ora. È più tenebra che luce, più buio che chiarore questo primo pomeriggio tardoautunnale. Ora dovresti andare avanti con la tua storia ma non è il momento. Non avevi presente quali dolori lancinanti potessero rivangare carta bianca e inchiostro. L’avevi sottovalutata la tua vita. L’avevi sottovalutata la scrittura.

La verità è che ci sono dolori troppo grandi, e se non piovesse così forse potresti ricordarli. Se non ci fosse il buio fuori, potresti andare avanti. Ma piove, ed è buio fuori, e c’è troppo vento per non voler morire di malinconia, stasera. Per oggi basta così, dunque. Sperando domani sia un giorno assolato.

Ti alzi dalla scrivania, ti avvicini alla porta, allunghi la mano verso l’interruttore.

Tac.»

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