Napoli si è scordata di Pino Daniele

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 (foto di Salvatore Laporta)

Era da un po’ di tempo che pensavo alla mia città. Cioè, alla mia città ci penso sempre, e penso che la amo, e che la odio, e che ci vorrebbe così poco per cambiarla, e che a cambiarla ci vuole così tanto che uno se ci pensa si avvilisce e gli viene voglia di mollare.

Poi ultimamente è uscito un articolo su Napoli, un articolo molto bello intitolato “Napoli non la capisce nessuno” che passava in rassegna i fallimenti grandi e piccoli, le sconfitte piccole e grandi di chi aveva tentato di portare una proposta culturale, politica, sociale che fosse, alternativa, e dopo un po’ se ne era stancato, si era venduto, aveva perso l’entusiasmo.

Quell’articolo mi colpì molto ma, per quanto ne condividessi una serie di spunti, mi lasciò l’amaro in bocca e un sacco di riflessioni.

“Napoli è una scusa per tutti”, pensai.

Napoli è una scusa per quelli che ci stanno e si guardano intorno, si avviliscono e si indignano, si sentono sconfitti, frustrati, delusi. Pure quelli che ci restano volontariamente, soprattutto loro. Vivacchiano, sopravvivono. Portano avanti i propri micropercorsi, ognuno a guardare al proprio orto, e non c’è molta differenza da questo punto di vista se fai “politica, attivismo, militanza” ventiquattr’ore al giorno o se ti sei rotto le palle e non vuoi più saperne, ti trovi un lavoretto e ti affitti ‘na stanza in centro storico.

Napoli è una scusa per quelli che se ne sono andati, perché a Napoli non si può tornare. Perché te ne sei dovuto andare per affermare te stesso, trovare la tua strada, ma ‘sta maledetta ti manca ogni giorno e la odi per questo perché qua non puoi essere felice. E nessuno che ci provi veramente, e nessuno che pensi di caricarsela addosso e capisca che se il posto tuo non ti piace forse il problema sei pure tu, che se poni un problema e non proponi una soluzione sei parte di quel problema.

Napoli è una scusa per quelli che se ne vogliono andare, e non possono. Che campano tutti i giorni pensando che alla prima occasione utile si mettono in viaggio e qua non ci tornano più, che ‘sto posto fa schifo e non si può fare niente, e allora non vogliono restare nel niente e se ne vanno via. Ma poi stanno sempre qua, perché Napoli gli tarpa le ali, non li fa volare via.

Da quando ero piccolissima ho sempre detto e pensato una cosa. Quando mi dicevano tutti – genitori, familiari, professori, amici – di andare via, io dicevo una cosa banalissima e loro mi ridevano in faccia.

“Se ce ne andiamo noi, vincono loro”, dicevo, e per me era la cosa più vera e più facile del mondo.

Poi sono cresciuta, certo, e ho imparato che le cose sono più complicate. Che le opportunità uno a volte deve coglierle a costo di sacrifici, e che nessuno ha il diritto di sindacare, con moralismi di appartenenza di bassa lega, con le decisioni cruciali della vita di un cristiano.

E ho imparato pure che il senso di appartenenza, il legame alle radici, non è un valore assoluto.

E ho imparato pure che siamo talmente piccoli e che l’esperienza del mondo che possiamo fare è talmente ridotta in termini di spazio e tempo, di quantità e qualità, che tutto quello che possiamo, dovremmo arraffarlo.

Ho imparato queste e un sacco di altre cose, però resto attaccata con le unghie e con i denti a questa città, e non ci posso fare niente.

L’amante stronza, già detto, ti tiene legato pure se ti fa male. L’amore non corrisposto della tua città, il male che può farti, la rabbia che può generarti, la voglia che avresti di mandarla a fanculo, l’incapacità di immaginarti senza di lei.

Sono cose che mi porto dentro da una vita, di cui parlo da sempre.

Però leggendo quell’articolo ho pensato che ogni tanto uno l’amante può evitare di immaginarsela sempre e solo come oggetto amato, e guardare a lei come un soggetto. Ho pensato che qua stiamo tutti a contemplarcela, quant’è bella Napoli, e il lungomare, e i panni spasi, e i vicoli dei quartieri, e tutto il resto appresso, che in realtà ci basta.

Ci basta perché, per tutto quello che ci manca, Napoli è la scusa.

Saranno almeno quindici anni che nessuno fa una proposta culturale e politica nuova, radicale per questa città, o che almeno poi resti coerente con la proposta che ha fatto.

Napoli è la scusa che ci diamo per adattarci a sopravvivere a Napoli, che è una cosa diversa dalle elaborazioni romantiche che noi facciamo sul quindicenne che fa il palo per portare i soldi a casa o sul parcheggiatore abusivo che pure tiene i figli. Ma foss’a maronn’ foss’ sul’ chell’.

Qua si adatta a sopravvivere pure chi tiene la panza piena e la vocca ancora più piena, pure noi ci adattiamo a sopravvivere e ci guardiamo spenti mentre ci beviamo lo Spritz di Peppe ogni sera, raccontandoci quante cose belle potremmo e vorremmo e dovremmo fare, ma il blocco di potere, la politica connivente, il malaffare e tutt’o riest’; oppure vorremmo fare gli artisti, ma sto posto è provinciale, è difficile sfondare, è difficile non vendersi ma non ci vendiamo, piuttosto restiamo a berci gli Spritz.

E noi ci beviamo gli Spritz, e niente cambia e Napoli resta là, ferma, oggetto d’amore che ci contempliamo ma che non tocchiamo.

Perchè alla fine nessuno di noi mette mano a Napoli. Facciamo tanti di quei castelli in aria, che ci dimentichiamo di quanto siano facili le cose.

Pensavo a tutte queste cose, e poi è morto Pino Daniele.

E mi sono fatta tre giorni a piangerlo, ma proprio veramente, e tutti quelli che erano intorno a me hanno fatto lo stesso. Tutti quanti proprio, nessuno escluso.

E lo piangevo e mi dicevo: “Ma perché lo sto piangendo?” E lo ascoltavo e piangevo, e mi dicevo che lo sapevo troppo bene perché ce lo stavamo piangendo.

La prendo un po’ alla larga, che è difficile dare parole a questa cosa.

Io a “Napule è” ho sempre preferito “Terra mia”. Da sempre mi sono fatta i peggiori pianti ascoltandola. E la preferivo a quella che i napoletani hanno eletto un po’ a loro manifesto perché cominciava con il negativo.

“Comm’è triste e comm’è amaro sta assettato a guarda’ tutt’e cose e tutt’è parole che niente ponn’ fa’”.

Cominciava col ricordarci che quando guardi a qualcuno che ami che si sta buttando via, senti solo tristezza e amarezza. E le senti prima dell’amore. Prima di vedere i mille culuri.

Io penso di aver capito perchè Napoli si sta piangendo così tanto Pino Daniele, e perchè si è pianta tanto Troisi. Perchè loro hanno guardato l’amata in faccia e le hanno detto: “Stai sbagliando tutto”.

Sì, va bene, le contraddizioni. Sì, va bene, la storia. Sì, va bene tutto. Ma puos stu mandolino, iett sta pizza int’o cess e vir e te movere.

E questo lo puoi dire a qualcuno solo se lo ami veramente. Il resto è corteggiamento, attrazione, flirt. Se ami qualcuno non gli perdoni niente, e loro non hanno mai perdonato niente a Napoli.

Hanno avuto il coraggio di condannarla, di non farsi sfuggire niente. E ne avevano tutto il diritto.

E non è vero che Pino Daniele si è scordato di Napoli, ho pensato pure. È Napoli che si è scordata di Pino Daniele.

Napoli piatta, spenta. Napoli senza più voglia, pigra, indolente. Napoli che non ci prova manco più seriamente. Napoli che usa se stessa come scusa per restare tutto il giorno a letto a commiserarsi. Napoli vittimista che la storia ci ha bistrattato, e Napoli vittima che tutta Italia ci odia. Napoli che però non si sveglia se non per offendersi. Ci offendiamo sempre, non ci riscattiamo mai.

Siamo sempre pronti a riconoscere quanto ci è stato tolto, e non ci sprechiamo mai a pensare a quanto potremmo fare. Siamo la scusa di noi stessi. E siamo stati cazzo di rispolverare i Borbone pur di non immaginarci un progetto politico serio e radicale per questa città. I Borbone: non voglio manco commentare.

La verità è che ci bastiamo, e per questo siamo noi che ci siamo scordati di Pino Daniele. E probabilmente pure per questo s’e cacat o cazz e se n’è andato in Toscana, a Roma, sulla Luna. Dove cazzo gli pare. Che ci stai a fare qua se passi la vita a dire certe cose e poi muori e il tuo funerale lo celebra uno come Sepe? Che ci stai a fare qua, se tanto tutti sono d’accordo con te ma poi tutti si autoassolvono, e basta ca ce sta o sole, basta ca ce sta o mare?

A me il sole e il mare non mi bastano più.

E l’articolo diceva una cosa: che qua la gente è abituata a vedere tramontare tutti i miti cui si affeziona. Però Pino Daniele ne diceva un’altra, da napoletano vero e da intelligenza fine quale era: “È muorto o rrè, evviva o rrè, è muorto o rrè, evviva o rrè”. Perchè noi questo facciamo. Guardiamo i miti sfatare, guardiamo i re morire ma mentre ce li piangiamo poi arrivano i nuovi re, e siamo pronti a esaltarli e a volergli bene. Basta che siano loro a nascere e morire. Noi siamo il pubblico.

E allora non lo so, ma voglio pensare che tutta Napoli si sia pianta Pino Daniele, a prescindere dal fatto che sia stato la colonna sonora della vita di tutti e di tutta la galassia di ricordi legati a ogni singola canzone, perché si è resa conto che se lo era scordato.

Stavamo là tutti quanti in quella Piazza del Plebiscito gremita, e saremo stati duecentomila, e non volava una mosca. Stavamo tutti là, attoniti, sospesi. con gli occhi lucidi e ci guardavamo intorno spaesati. E non ci stavano sconosciuti. Ci sorridevamo timidi, ci si abbracciava, ci si guardava tristi e non ci stavano madri e padri, non ci stavano figli e fratelli, non ci stavano vecchi e giovani, non ci stavano cuozzi e punkabbestia. Eravamo tutti là tutti uguali, eravamo tutti quel silenzio perché ci eravamo resi conto, in qualche modo, che ci eravamo scordati quale era la nostra voce e ce ne siamo ricordati mo che non ci sta più. E ce ne siamo accorti al punto tale che a prescindere dalle lezioni di napoletanità, di dignità, di gestione del dolore e di elaborazione del lutto, abbiamo gestito questo enorme rito di catarsi collettiva con una dignità che è disarmante. Che sarebbe troppo bello se la tenessimo pure domani, dopodomani, tra una settimana. Che non ce la scordiamo più.

Il resto è storia, pure se dolorosa.

Cantare tutti insieme, con le lacrime agli occhi e le voci tremanti.

E la piazza che si svuota lentamente, mentre comincia a piovere.

Tanto l’aria s’adda cagna’.

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179 risposte a Napoli si è scordata di Pino Daniele

  1. Daniela ha detto:

    perdonami, ma anche questo mi sembra un lamento sterile. Tutto quel che dici può estendersi a tutta l’Italia. Sostituisci alla parola “Napoli” la parola “Italia” e vedrai che il discorso fila lo stesso. Il tuo discorso mira a obiettivi troppo alti, come la politica, le opportunità culturali etc. Mirando a obiettivi troppo alti, il bersaglio sfugge sempre e così il lamento non finisce mai. Lo sai come si comincia? Nel quotidiano. Io vivo qui e ne sono felice, mi prendo il male e anche l’enorme bene che questa città può darti. Faccio un lavoro a suo modo di impegno sociale e mi comporto sempre civilmente, in ogni occasione e in ogni più piccola cosa. Iniziamo da questo, tutti quanti. Gli obiettivi ambiziosi verranno dopo.

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    • ermelinda lonoce ha detto:

      Sono pienamente in accordo con Daniela. Innanzitutto non credo che a Napoli vi siano tutti i problemi di questo mondo mentre nel resto dell’Italia no. Invito L’autrice del lungo articolo pieno dei soliti bla bla bla su Napoli a leggere il testo dell’ultima canzone di Pino Daniele il qiuale dice in lingua napoletana che ha girato tutto il mondo e i problemi di Napoli sono gli stessi delle atre città ma la differenza è che quando si trovano in questa città vengono sempre amplificati. Poi vorrei dire un’altra cosa a questa persona:” Ma tu cosa fai oltre a lamentarti?” e poi:” Ma dove vivi?” Ti sei accorta delle molteplicità delle iniziative culturali che ci sono in questa citta?” Grazie proprio a queste iniziative a Napoli vengono talmente tanti turisti che non c’è più posto per nessuno. Ho il vago sospetto che a scrivere questo articolo non sia nè un napoletano nè uno o una che ami Napoli.

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      • Elios ha detto:

        Io non capisco perché ogni volta che si parla dei problemi di Napoli si risponde che anche il resto d’Italia ha problemi. Mica qualcuno pensa che il resto del mondo sia perfetto? O almeno, in questo articolo leggi qualcosa del genere?? Ma io vivo a Napoli, e mi interessa dei disagi che vivo qui, per rendermene conto e cercare di risolverli. Poi se pure Milano ha i suoi problemi, a me che me ne frega, mica vivo là? Mi interessano se riguardano la Nazione intera, mi interessa invece poco dei problemi locali delle altre città.
        Poi sicuramente c’è chi si diverte a sputtanare Napoli, ma sono sicuro che non è questo il caso, si può parlare di un problema anche per cercare di risolverlo, oltre che per sputtanare.
        Poi vabbe, anche tu sei una di quelle che pensano che gli altri parlino a cazzo, si lamentano soltanto, ma non conoscono, non amano Napoli e non fanno niente per Napoli. Chissà dove trovi queste certezze, senza conoscere chi scrive. Noto che molti dei commenti qui sono di questo tipo, forse bere Spritz è un chiaro segnale di scarso impegno politico.
        Ti consiglio una lettura più attenta.

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    • taide ha detto:

      Anche io sono d’accordo con Daniela. Questo articolo non è altro che un ennesimo sfogo, o lagna, forse scritta sufficientemente bene, ma sterile ,come la denuncia che si propone di esporre. Tutti noi napoletani conosciamo bene i problemi della nostra città, che ci rendono il vivere quotidiano quasi infernale. Ma l’ennesima lagna nun se support soprattutto quando bisogna restare uniti, difendersi dagli attacchi di chi invece non la conosce la nostra bella città! E l’unico modo per cambiarla è comportarsi onestamente ogni giorno e cercare di diffondere una cultura del rispetto. Ogni giorno. Oppure scriviamo tutti noi ogni tanto un articoletto come questo e ci sentiamo meglio.

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    • Alessandra ha detto:

      Mai visti tanti luoghi comuni tutti insieme

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  2. attonyto ha detto:

    L’ha ribloggato su metaphorguye ha commentato:
    Grazie per queste parole. Nato e cresciuto a Milano, con Napoli nel cuore, vuoi per genitori napoletani, vuoi per un’intera infanzia estiva vissuta lì, ho trovato finalmente lacrime di sfogo e amarezza che non uscivano da tempo.

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  3. errecinque ha detto:

    Passata la sbronza delle duecentomila visualizzazioni mi fermo un attimo e faccio un piccolo esperimento.
    Io mo faccio finta che non è successo, che il mio blog l’abbiano letto le solite tre, quattrocento persone -quando andava bene- e vi dico una cosa in tutta intimità.
    ‘Stu fatt’ che l’articolo sia girato così tanto, ‘sta storia bellissima che centinaia di persone abbiano deciso di lasciarmi un commento, una mail, un fatto qualunque (fosse pure solo per dirmi: “gli Spritz te li bevi tu”), è una cosa che dovrebbe servirci a capire che, in fin dei conti, le piccole frustrazioni quotidiane alle quali sono e siamo abituati, in realtà scavano e logorano, non il singolo, ma un sacco di gente.
    E se un sacco di gente schiatt ‘ncuorp’ quotidianamente e fa finta di non vedere e non sentire e poi arriva l’ultima scema che scrive sul suo blog che noi schiattiamo in corpo tutti i giorni e un sacco di persone si sentono coinvolte, mi viene da pensare un fatto.
    Mi viene da pensare che forse allora non è vero che dobbiamo sentirci così soli, come ci sentiamo quando ci pare di combattere contro i mulini a vento.
    Io non lo so che vuol dire, non so dove voglio arrivare e non so nemmeno dove volevo arrivare con quel post, però stamattina ho pensato una cosa: un sacco di persone mi hanno scritto per raccontarmi la propria esperienza. È una cosa strana. Mi scrivevano per dirmi: “Sì è vero ma io me ne sono andato per questo”, “Sì è vero ma io resto per questo”, “Sì va bene, però io a Napoli, nonostante tutto, faccio questo”. Era come se quello che pensavo io, quel post, quella pagina virtuale, fossero diventati una sorta di tavola attorno alla quale le persone si sono sedute a parlare e a confrontarsi.
    E lo hanno fatto perché hanno sentito una sorta di empatia con quello che io avevo scritto: è una cosa fantastica. Nel senso, è l’obiettivo quando uno scrive, o almeno quando scrivo io.
    Ma un po’ di altra gente mi ha contattata per mandarmi a fanculo e dirmi: “Tu che cazzo fai nel quotidiano? Io faccio questo”. Prescindendo dall’enorme lavoro su me stessa e sulla mia suscettibilità che sto facendo per non pigliarmi le questioni, e dal fatto che per fortuna riesco a mantenermi dall’illustrare la mia biografia personale che, tra le altre cose, è chiaramente intuibile soffermandosi sul blog più di tre minuti, il punto è che c’hanno ragione pure loro. Lo so, lo sappiamo.
    Tanta gente qua si impegna in percorsi individuali e collettivi per questa città, per questo Sud, per questo Paese.

    Mo il punto è: perché se un sacco di gente si impegna così tanto non succede quello che deve succedere?
    Perché se uno si impegna solo e poi non si pone questa domanda allora manca un pezzo. Era questo che intendevo dire quando dicevo che ci bastiamo.

    Questo forse potrebbe essere un punto di partenza, nel senso che in questi giorni abbiamo scoperto tutti quanti di non essere così soli, e ora magari tutti quanti possiamo guardare alle cose in maniera diversa. Tipo l’altra sera, no? Che ognuno si sentiva vicino a tutti gli altri in quella piazza, pur non conoscendoli.
    Io non lo so, veramente. E scrivendo ‘ste cose mi sento pure idiota perché pare che mi atteggio a “opinionista e consigliera morale di stocazzo”, e a me non interessa. Non lo sono e ho sempre fatto politica perché chi mi diceva cosa dovevo pensare e poi non si sentiva investito da questa cosa non mi è mai piaciuto.
    Però mi ha letto un sacco di gente, e magari con un po’ di culo la metà della metà di quella gente mi legge ancora, e allora io ci provo a dire come la vedo, un po’ come se fossimo in un corteo e io fossi quella a cui, in questo momento, sta passando il megafono in mano.
    Che poi a me i post di quelli che: “Scetammece!” “Meditate gente” e “Armammece” mi hanno sempre fatta ridere perché dicevano un sacco di cose per non dirne nessuna, forse pure io mo lo sto facendo, però mi sento di farlo.
    La verità è che siamo tutti svegli, tutti pensanti e tutti armati, solo che a volte ce lo scordiamo perché abbiamo smesso di dircelo, e ci sentiamo soli e magari ci armiamo pure gli uni contro gli altri, per difendere quello che facciamo perché pensiamo di essere gli unici a farlo.
    Nessuno mi ha chiesto niente ma un sacco di gente mi ha raccontato la sua storia e io da queste storie mi sento investita, travolta, come molte persone sono state investite e travolte dalla mia. E mo? La domanda resta, che poi era la domanda che poneva il post di ieri. C’amma fa’?

    Perché se per me fosse sufficiente continuare a fare quello che faccio ogni giorno non avrei scritto quel post, e voglio pensare che se per tante persone fosse sufficiente continuare a fare quello che hanno sempre fatto, non lo avrebbero condiviso.

    E io mo ripenso al mio blog, agli articoli che ho scritto fino a quello di ieri e mi dico: “Ma mo perché te stai azzeccann’ davanti a foglio word? Fin’e mo ti sei preoccupata di dire quello che pensavi e basta”. E sapete che è?
    Quello che penso è questo: io voglio di più della mia singola esistenza, “coerente e impeccabile”, che mi fa sentire a posto con me stessa ma non con la mia città, che da questa cosa pare non essere toccata.

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  4. Sergio ha detto:

    A mio parere Napoli è l’espressione amplificata dell’Italia di quello che potrebbe essere e no è. Quante occasioni non colte dalla nostra nazione che ci hanno fatto scivolare in coda a qualsiasi statistica. Lo stesso è Napoli dove probabilmente la nostra indole intensamente latina fa si che molte cose si amplifichino ma noi non siamo altro che lo specchio della nostra nazione. Da anni noi e l’Italia ci scegliamo governati indegni ci sarà pur un motivo. E’ vero rimboccarsi le maniche …tutti lo dicono come se a Napoli noi queste benedette maniche non le tenessimo e come se girassimo tutti in maglietta a maniche corte. Io è una vita che me le rimbocco e come me tanti altri, io è una vita che cerco di votare pulito e come me tanti altri. Noi paghiamo il peccato originale legato alla delinquenza organizzata che ci affoga e che in un modo o nell’altro condiziona la nostra vita e i nostri comportamenti la nostra economia, la stessa delinquenza che purtroppo sta trovando terreno fertile anche al norde (la e finale è voluta). Sono convinto che questo popolo deve essere solo aiutato ad uscire da questo stato e l’aiuto , e non parlo di aiuto economico, lo deve dare per forza lo stato che deve darci una mano a liberarci della piaga legata alla delinquenza, la nostra rassegnazione è legata alla convinzione di condurre una lotta impari e non ci sono in questo caso girate di maniche che tengano. Se piazza plebiscito era come era, come leggo ovunque, ed è stata un ‘esempio per tutta l’italia è perchè non era inquinata dalla delinquenza , la stessa che in contemporanea aveva altro da fare e magari durante il funerale era andata (la delinquenza non ha cittsdinanza ne regioni è delinquenza e basta) a svaligiare la casa nella maremma di Pino. Ci dessero una mano a liberarci di questo cancro dimenticandosi per un attimo delle migliaia di voti pilotati che perderebbero e poi ne parliamo. Per concludere ai miei figli non dico fujtevenn a Napoli ma fujtevenne a l’italia perchè è l’Italia che è marcia e non Napoli. Un abbraccio a tutti i Napoletani

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    • Pino ha detto:

      Esatto, e tutto qui il problema ! ( chist e o poblem e napul ) la delinquenza , E
      satto è tutto qui il problema ( questo è il problema del italia) i politici !!!

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  5. antonietta ha detto:

    o forse Napoli la vogliamo cosi’ … percio’ la porti con te anche se te ne vai al Nord o in toscana…PURTROPPO dappertutto si ragiona cosi’ : ( “È muorto o rrè, evviva o rrè, è muorto o rrè, evviva o rrè”. Perchè noi questo facciamo. Guardiamo i miti sfatare, guardiamo i re morire ma mentre ce li piangiamo poi arrivano i nuovi re, e siamo pronti a esaltarli e a volergli bene. Basta che siano loro a nascere e morire. Noi siamo il pubblico.) perché dappertutto ci sono re e noi siamo sempre e solo il pubblico!
    Pino Daniele a mio parere lo piangi perché hai “humanitas” perché anche se non di persona lo hai conosciuto tramite le sue canzoni, perchè ha dato EMOZIONI!
    Nello stesso modo avremmo dovuto piangere anche Rita Levi Montalcini, ( anche lei ha fatto qualcosa di grande: ha salvato migliaia di vite!); in questo modo e con HUMANITAS dovremmo anche coalizzarci e piangere PER le manifestazioni della TERRA DEI FUOCHI, PER LA STRAGE AL CHARLIE HABDO A PARIGI …per molte altre cose IN CUI MUORE QUALCOSA E QUALCUNO! ..
    io spero vivamente che si pianga questo, (anche quando un artista non lo esplichi in emozioni).
    Queste persone erano la in piazza per PINO,MA SOPRATTUTTO perché HANNO HUMANITAS E SENTIMENTI , perché NAPOLI è ANCHE QUESTO e per me QUESTO è un bel RISCATTO!
    GRAZIE PINO DANIELE …

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  6. Linda Suarez ha detto:

    COMPLIMENTI, NON AVREI SAPUTO SPIEGARE MEGLIO…

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  7. rfivisone ha detto:

    buongiorno!
    In talune parti mi sono venuti i brividi, giuro! Tuttavia consiglio un altro colore per lo sfondo del blog: a lungo leggere mi si sono stancati gli occhi e quando ho riguardato una pagina bianca è come se fossi stata ipnotizzata. Come quando stai per un po’ in una stanza buia per poi dover far riabituare i tuoi occhi alla luce.

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  8. Aleja ha detto:

    Da buona milanese dopo 26 anni vissuti a Milano, lavoro fisso, famiglia perfetta (è la cosa che mi manca di più!), orari strani, locali, viaggi… Cosa faccio un giorno? vado a Napoli.. sapete come dicono.. “vedi Napoli e poi muori..!”.. Alla fine è da 10 anni che sono ” morta” qui! Non potevo scegliere posto e persone migliori…
    Sapete com’è..
    Tanto l’aria s’adda cagna`

    Ciao Pinuccio

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  9. goldoni elena ha detto:

    vorrei solo sapere chi sei, anche se potessi essere tutti.

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  10. Elena ha detto:

    Io sono una di quelle che se ne è andata da Napoli, e poi dall’Italia. Da piccola vedevo persone intorno a me piene di coraggio, qualità, energia appiattite da una realtà soffocante. Ho dato la colpa a Napoli, alla camorra, all’ignoranza che va a braccetto con certe massime napoletane, tipo che se c’è’ una regola e riesci ad aggirarla allora sei un furbo, sei ingamba, chi se ne frega se questo comporta che ciò arrecherà danni a tante altre persone?! Appena è passato il primo treno sono scappata a Milano. Ho notato subito che Napoli non mi mancava abbastanza da tornare indietro. Ma a Milano ho scoperto che certe massime sono nazionali. È passato il secondo treno e oggi vivo ad Amsterdam e sono felice che i miei bimbi crescono qui,per l’aria , l’apertura mentale , le possibilità di crescita personale ma.. la morte di Pino Daniele mi ha scosso. Quel senso di immobilità schiacciante di cui parli e che mi ha fatto scappare ,anche io lo ritrovavo nelle sue canzoni. Morto lui mi sembrava ancora più lontano quell’urlo di esasperazione che una parte di me non ha mai smesso di sperare di sentire. Non parlo di un urlo personale naturalmente, ma di un urlo che è impossibile non sentire, un urlo lunghissimo, collettivo, di battaglia. Un urlo contro l’abitudine alle ingiustizie , al fare spallucce o un sospiro di fronte alla disonestà, un urlo contro i qualunquismi e i facili capri espiatori. Un urlo che io non ho saputo scatenare e a cui mi sarei accodata subito ma non ho mai sentito neanche tra chi mi ha detto che sbagliavo ad andare via e che lei/lui sarebbe rimasto e avrebbe combattuto o resistito. Dopo aver letto questo articolo in me è nata la speranza che la morte di Pino Daniele ricordasse a tutti che quell’urlo è dentro di noi. Bisognerebbe allora celebrare Pino Daniele tutte le settimane in piazza del Plebiscito e in tante altre piazze, proiettando semmai un film di Troisi ma poi passando alla Guzzanti , a Balasso e a tanti altri urlatori di verità, finché quell’urlo alimentato non potrebbe che non scoppiare.

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  11. DarFen ha detto:

    Dirti la mia esperienza sarebbe superfluo, è una delle tanti. Parlarti del mio percorso è inutile, sarebbe una semplice ripetizione. Ma hai fatto centro, hai smosso le coscienze di persone che ” vuless ma Nu pozz” e che ” ti mmagin che ce lo fanno fare a noi?” . Hai incastrato, come solo la risoluzione del cubo di Rubrik ti porta a fare, tempo-atmosfera-parole e concetti. Tutto il resto è noia. E per questo ti ringrazio.

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  12. DarFen ha detto:

    : scusate Rubik ( maledetto smatfon)

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  13. nicola ha detto:

    x giampaolo venafro il tuo commento e in cima basta cliccare su: “older comment” .Mi sa che la lontananza da napoli nn ti faccia bene 🙂

    Cmq tornando al post, parto dal presupposto che tutto non si possa avere nella vita. I “difetti” di Napoli sono vissuti da noi Napoletani in maniera più amplificata perche ci sentiamo figli di questa città. Siamo i primi critici di Napoli e dimentichiamo le bellezze che essa ci offre anche attraverso le persone comuni. E facile vivere altrove, dove ci prendiamo le cose “positive” e critichiamo quelle negative senza sentirci coinvolti perchè non ci toccano più di tanto, perchè quel posto non lo sentiamo nostro, è come se fossimo di passaggio. Napoli si che ci appartiene,(consiglio quest’articolo : http://eroichepassioni.it/content/essere-e-appartenere ) Napoli vive è sopravvive perchè tanti napoletani si danno da fare malgrado tutto. Prendo ad esempio una mia riflessione di quando sono in una lunga fila di traffico in macchina e i soliti furbi mi sorpassano, li conto ed annoto che sono in netta minoranza rispetto a quelli che come me, rispettano il senso comune di convivenza. A Napoli come Parigi e Londra, dove ho vissuto complessivamente per 14 anni, ci sono i buoni e i cattivi, le cose funzionano meglio è questo è un dato, a Napoli molto meno, ma quante cose questa città mette sul piatto della bilancia per compensare? A mio avviso abbastanza per reggere il confronto con qualsiasi altro posto al mondo.

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    • Gianpaolo Venafro ha detto:

      Probabilmente ti manca qualche passaggio.
      Se la titolare del blog mi ha dato ragione e si è scusata, perché il mio primo commento era stato bloccato dai filtri, TU, CHE VUOI?
      E fidati, sto benissimo, rilassato, rispettoso e rispettato dalla comunità tedesca.

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  14. alfonso ha detto:

    condivido pienamente il tuo pensiero…
    nn possiamo pretendere ke sia il cittadino il solo a cambiare la città! è vero è anke colpa nostra ma la stragrande maggioranza dei napoletani è educata pulita onesta e lavoratrice
    nn facciamo sempre i moralisti in una nazione dove il vero danno è la politica
    eppoi pino Daniele come massimo si ama nn perche hanno guardato napoli cadere ma xke sono riusciti a portarla in alto

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  15. Vincenzo ha detto:

    tutto perfetto ,discorso senza una piega,ma il fatto è che questi artisti e non me ne voglia nessuno,sono scappati dalla Napoli tanto amata solo e soltanto attraverso le canzoni,chi ama la propria terra ci resta,chi ama una persona gli sta vicino,se lascia e se ne và ,non gli frega nulla,Napoli è così prendere o lasciare,la gente non vuole cambiamenti,Napoli è arrangiarsi,non vuole stare bene ,quel senso di arrangiare ne fà un popolo esaltato e allo stesso tempo piagnugoloso,si parla dei Borboni,bene il regno delle 2 sicilie era al top in Europa ma dovevano lavorare senza arrangiare,voi credete che mille uomini conquistarono il regno?Di Pino Daniele ,un grande artista non si discute,ma perchè lasciare Napoli,io penso solo una cosa,tutti siamo utili e nessuno indispensabile,nessuno verserà mai una lacrima per un contadino,eppure si rompe la schiena per fare in modo che altri essere viventi mangianoi prodotti che lui coltiva ,perchè senza non si potrebbe vivere,ma nessuno tranne i familiari riescono a versare una lacrima,gli artisti se non ci fossero si dovrebbero inventare,ma sono solo esseri umani come tutti,ad ognuno il suo premio,non c’è nulla da piangere e nulla da vedere,siamo di passaggio a Napoli e su tutta la terra,la morte non ci toglie nulla ,è una cosa che sappiamo dal momento che si viene al mondo.

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  16. Samuele ha detto:

    è la realtà…lavorare insieme è il vero problema perché impegnarsi da soli non basta. Vale per Napoli in primis e l’articolo parla di Napoli ma vale anche per l’Italia e non solo…

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  17. genny ha detto:

    Ciao,come e’ facile puntare il dito alle spalle del problema senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi.I commenti le belle o triste parole che si possono esporre posso fare solo da cornice alla nostra splendita e amata citta’.Lo dico,perche’ sono fiero di essere figlio di questa citta,dove la potrei raffrontare ad una seconda mamma.Le persone che possono dare una scossa in senso positivo alla nostra citta’ ci sono,e sono sicuro che se avverrebbe una collabborazione seria i risultati sarebbero imminenti.ALLORA FIGLI DI NAPOLI QUESTA CITTA CI HA ACCOLTI,RENDIAMOLE GRATITUDINE FACCIAMOLA RIFIORIRE,FACCIAMO CHE LA FENICE DIVENTI LA NOSTRA NAPOLI.AMARE NAPOLI NON E’ UNA SFUMATURA MA UNA CULTURA….IO AMO NAPOLI FINO ALLA MORTE……

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  18. Alessandra ha detto:

    Sul no comment ai Borbone già avevo capito che non valeva la pena continuare.

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  19. laura stirner ha detto:

    lo sappiamo benissimo che anche nel resto d’Italia ci sono dei problemi, ma questi sono di portata e d’impatto NOTEVOLMENTE inferiore a quelli di Napoli. Ma una persona sfortunatamente laureata che vive in questa città,senza raccomandazioni politiche, di famiglia piccolo borghese.. che dovrebbe fare ? incantarsi davanti al panorama ? che è OLOGRAFICO, IL MARE è SPORCO ! ed i “panni spasi ” che fascino trasmettono ? i bassi, i vicoli, a me personalmente provocano ANGOSCIA ed a tratti disperazione. E non si vede via d’uscita, come un vicolo cieco che non ti porta da nessuna parte …

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  20. laura stirner ha detto:

    PS: non so chi l’ha scritto, ma rappresenta il mio pensiero al 100×100 : “Non posso provare a salvare Napoli, ho una vita da vivere. Per questo semplice motivo molti vanno via. E’ una scelta. Restare e provare a fare qualcosa o andare e vivere davvero? Se per un certo tempo si può provare a restare, a un certo punto però, occorre andare. A meno di non accontentarsi e scendere a patti con se stessi. Perchè anche chi resta, magari ci prova a fare qualcosa, ma poi alla fine anche lui si arrende. E a questo punto tanto valeva andare via e fare qualcosa di buono altrove. Io andrò via, ho anche provato a fare qualcosa, non è servito, forse sono stato incapace io, chi lo sa. Ma ora è tempo di virare e provare nuove strade, di vivere davvero la mia vita; si farà a pugni con la nostalgia magari. Ma si potrà vivere Napoli come amante (come dice l’articolo) in vacanza. So che a molti non piaceranno le mie parole, ma a me e quelli come me che andiamo via, ormai non piacevano più le nostre vite”…. grazie !…

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  21. pulicano ha detto:

    L’ha ribloggato su La terrazza del Pulicanoe ha commentato:
    Questa mattina una mia amica lontana mi ha inviato questo articolo su Napoli. Mi ha molto colpito, credo sia da leggere e rifletterci sopra…

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  22. Pingback: Napoli. La narrazione difficile. | È prevista neve a Trebisonda

    • errecinque ha detto:

      Ci sarebbe tanto da dire sulle narrazioni su Napoli e l’argomento è talmente complesso che, come dici tu, è abbastanza improbabile riuscire a trovare una lente di lettura universale per ogni sfumatura di questa città. Forse anche questa è una banalità. forse una lente di lettura universale non esiste per nessuna cosa e l’unica strada che uno può darsi, qualora avesse ambizioni universalizzanti, è quella di semplificare il più possibile, facendo finta che quelle sfumature non esistano.
      Non è una strada che tuttavia mi appartiene e soprattutto che mi interessi, sono molto più affascinata invece proprio dalle imprecisioni, dalle dinamiche che eccedono le cristallizzazioni e, a questo proposito, un minimo di onestà intellettuale e un enorme legame affettivo con ciò che scrivo (sia che sia piaciuto come l’articolo che hai citato, sia che non lo sia, come molti altri articoli ai quali forse tengo addirittura di più) mi impongono di chiarire che il senso del pezzo su Pino Daniele non è quello che tu illustri per portarlo a esempio di una narrazione, che pure esiste.
      Non esiste nessuna città allo sfascio da ammirare. Esistono tante città in quella città ed esistono tanti sfasci come tanti fasti. Esiste una città contraddittoria, dove ognuno – o comunque molti – nella propria vita individuale crede di incarnare una legge universale, e si comporta come se la realtà fosse omogenea, ma nessuno – o pochi, o frammentati, anche questo è complesso da dire in poche righe – riesce a compiere un passaggio di prospettiva verso la collettività. Sia tutti quelli che amano definirsi “napoletani per bene” (una definizione a me odiosa e della quale ho parlato in altri articoli) sia quelli che vengono bollati come “cuozzi e vrenzole” (e anche di questo parlo a lungo, perché chi ti scrive non viene dalle colline della città) guardano alla propria vita come si trattasse di un percorso individuale, che solo casualmente si incrocia con altri percorsi, anche essi individuali.
      È questo quello che contesta il mio articolo, e non lo fa assolutamente nell’ottica di lanciare l’ennesima lamentela verso lo stato in cui sta questa città per riscuotere consensi facili, ma piuttosto per porre interrogativi che, nei loro limiti, possano essere da sprone: per questo è preziosa la metafora di Pino Daniele, perché parte di una corrente artistica che della e per la città aveva fatto la stessa cosa, e per questo l’articolo si chiama “Napoli si è scordata di Pino Daniele”, per sottolineare quell’abitudine alla lamentela passiva che da vent’anni è fin troppo diffusa in città, e che secondo me aveva subìto una forte scossa quando un personaggio al quale tutti erano più o meno legati, e che aveva insegnato ad avere un’ottica diversa, era venuto a mancare.
      Per il resto condivido pienamente la tua riflessioni e anzi è esattamente quello che provo a dire, non solo in questo ma in molti altri articoli; non mi aspetto, tuttavia, che uno legga necessariamente ogni articolo di un blog per citarlo ma sono sicura che, alla luce di questo chiarimento, rileggerai quell’articolo in un altro senso.

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  23. pollo ha detto:

    mi dispiace caro Pino Daniele per la tua morte cosi improvvisa, sono sicura che tutta Napoli è rfimasta colpita di questo tragico lutto, mi dispiace anche perchè hai lasciato delle figlie una moglie . Abitavi a Roma non mi ricordo in quale zona non lo sò. Un saluto in ritardo

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