“Tutta la vita davanti”

Quando avevo stutta-la-vita-davanti5ette o otto anni la maestra delle elementari ci fece fare una specie di diario della nostra vita fino a quel momento. C’erano tutti i fatti salienti. La nascita, i primi passi, le prime parole, i primi giorni di scuola. Si concludeva naturalmente con quel momento e con una pagina dedicata alle prospettive future. Una cosa del tipo: “Ora invece sono diventata grande e penso al futuro, sono già certa che da grande sarò una…” e ci stavano ‘sti puntini sospensivi che dovevano essere riempiti con le ambizioni di ognuno dei bambini e che mi lasciarono di sasso. Io non avevo mai pensato a cosa volevo essere da grande, non sapevo cosa volevo fare e non avevo idea di come riempire la pagina. Al di là del fatto che trovarmi impreparata di fronte a una qualsiasi cosa di scuola mi lasciasse destabilizzata, andai in panico perché non riuscivo proprio a immaginare quello che avrei potuto scrivere. Come quando uno ti dice: “Pensa l’infinito, ma pensalo tutto”, e tu ti lasci sopraffare dall’incapacità di pensarlo più che dal pensiero stesso. Alla fine pur di rispondere, visto che mia madre faceva la sarta, scrissi che volevo fare la sarta. Non che prima di quel momento mi fosse mai passato per la testa, né che poi ci abbia mai pensato, ma la capacità di improvvisazione non è mai stata il mio forte.

Sono passati quasi vent’anni, ho da poco concluso definitivamente il mio percorso di studi e nulla è cambiato. Non solo non ho idea di cosa farò, ma non ho nemmeno idea di cosa voglia fare della mia vita. L’unica differenza è che col tempo ho imparato a dare valore a questa cosa, ho capito che è un valore aggiunto non sapere dove si andrà nella vita, che la scelta di un percorso non deve essere per forza un vicolo cieco. Forse è una visione ancora troppo romantica, ancora troppo infantile: forse la dottoressa magistrale in filosofia dovrebbe avere uno schema mentale diverso dalla ragazzina di terza elementare. Ma forse no.

Forse il punto, per dire una banalità, non è cosa vuoi fare ma chi vuoi essere. È una cosa a cui sto pensando tanto in questi giorni. Forse la risposta a chi mi ha chiesto tanto a lungo di cosa avrei scritto e di cosa mi sarei lamentata dopo la laurea (la seconda risposta, la prima è sempre che nessuno vi costringe a seguire i miei aggiornamenti) è che scriverò di essermi laureata e tutto quello che per me implica. Il dover prendere delle decisioni, o una direzione almeno.

Bella storia, non sarò mica l’unica al mondo?

Forse no, però sono in una fase profondamente catartica e questa è una cosa alla quale penso tanto.

È come quando scegli le superiori, come quando scegli l’università: in effetti puoi sempre tornare indietro, ma la verità è che poi non puoi più veramente tornare indietro.

Capitano serate di riflessioni nelle quali ti perdi dietro a questi voli pindarici e atterri nella ricerca di vecchie mail e ne trovi una di quattro anni fa in cui insieme ai compagni di sempre riscrivi “La pioggia del pineto” adattandola alla situazione del disastrato centro sinistra di Scafati. Io, che poi sono di Scampia ma che di ogni posto mi innamoro come fosse casa mia. E sembrerà una cosa che non c’entra molto, ma è bello, quando non sai che farai della tua vita, sapere che hai intorno persone con cui puoi fare scleri del genere e irrompere in un’assemblea aprendo degli ombrelli.

(Spotify ha deciso che questo era il momento di passare “Notte prima degli esami” e mi è parso un cliché eccessivo, ho chiuso il programma.)

E poi capita che quella stessa sera ti cadano gli occhi e i ricordi su poche ma significative parole: “La vita che vogliamo, e non quella che ci viene”, “avere un’idea, pensare un progetto e accettare di soffrire un po’ per realizzarlo”. Parole che ti ricordano di scelte importanti, di tutte le volte che hai deciso di stravolgere la tua vita. Quando muori dalla paura di prendere una decisione ma poi scegli, stravolgi la tua vita e ti chiedi come mai ti sembrasse così difficile e ringrazi il coraggio che hai avuto. Avere un’idea, pensare un progetto e sfozarsi per realizzarlo. E questa cosa come si declina col fatto che non so e non voglio sapere che ne sarà della mia vita?

Forse si declina col fatto che voglio fare delle cose belle, e questo mi basta. Cose di cui non vergognarmi. Quante cose teniamo nel cassetto di cui ci vergogniamo? Quante cose facciamo perché così deve essere, perché ci sembrano necessarie, imprescindibili, e poi invece se non le facessimo non cambierebbe niente ma ci sentiremmo meglio?

Quante volte abbiamo preso decisioni che non ci piacevano per necessità? Quanti voti abbiamo dato che non volevamo dare per responsabilità? Quante cose abbiamo fatto di cui speriamo che nessuno ci renda mai conto, ma che non potevamo non fare?

Io forse non so cosa vorrò fare della mia vita ma poche cose le so: non voglio dovermi mai vergognare di quello che faccio, nemmeno delle cose piccole. Non voglio non saper spiegare in maniera chiara, semplice, le ragioni per cui ho fatto qualcosa. Tutto ciò che richiede una spiegazione che vada oltre una frase è una pomposa presa per il culo. Non che uno non possa dilungarsi, io in questo sono palesemente la prima. Ma tutto ciò che non può essere spiegato in una frase, non può essere spiegato senza scendere a patti con se stessi. Voglio darmi questa regola stupida, da ragazzina di otto anni. Del resto stamattina quella ragazzina di otto anni mi è tornata in testa e mi ha fatto ricordare quanto saggi si può essere nel non avere risposte.

Voglio fare un patto con me stessa in cui io e me stessa ci impegniamo a fare cose belle e in cui crediamo, anche soffrendo per realizzarle, ma abbandonando tutte quelle che ci vergogniamo che gli altri vedano. Voglio che entrambe decidiamo cosa ci piace e cosa non ci piace di noi stesse, e ci lavoriamo su. Ma sul serio, non come quando iniziamo una dieta o ad andare in palestra di solito. Voglio che decidiamo quali sono i limiti che ci rendono noi stesse, e quali sono quelli che è ora di superare, perché dice che i limiti sono limiti finché uno non li supera, o che uno è i limiti che decide di superare, o qualcosa del genere.

Voglio che questa cosa che sta succedendo ora, questa isteria che da una settimana accompagna ogni mia azione e valutazione, diventino qualcosa di buono e bello, diventino entusiasmo e non paura, diventino coraggio e non agitazione, voglio che sia chiara una cosa, più di tutto: è un fatto bello, per tutti, avere tutta la vita davanti, nonostante il film 🙂

E niente, alla fine mi sono laureata.

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4 risposte a “Tutta la vita davanti”

  1. Alfonso Pirozzi ha detto:

    sinceri auguri per la laurea… e per il futuro

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    • papullo1952 ha detto:

      non è davvero importante sapere cosa fare, nella vita davanti. L’importante è non perdersi, non perdere il coraggio, garantirsi l’autonomia, economica e di pensiero. L’importante, davvero, non sono le risposte, ma, come sempre, le domande.
      p.s. sondtrack: ” La mia giovinezza” Ivano Fossati, di nuovo auguri per la Laurea

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  2. monicauriemma ha detto:

    Io ho deciso veramente cosa volevo fare (che poi era anche cosa volevo essere) a 35 anni suonati, ho recuperato un vecchio sogno, fatto un progetto e sofferto un po’ (anche più di un po’) per realizzarlo.
    Prima di questo ho fatto tante di quelle cazzate e cose di cui vergognarmi che potrei riempirci libri e va bene così, anche gli errori mi hanno portata a quella che sono.
    le decisioni che stai prendendo sono importanti, sono belle, mostrano una consapevolezza che alla tua età io non avevo, perciò anche se non ti conosco faccio il tifo per te, so che ce la puoi fare, magari ogni tanto ti capiterà di sbagliare, ma ce la farai senza dubbio.
    adesso, a 47 anni, di vita davanti ne ho parecchia meno di te ma sono ancora talmente proiettata verso il futuro che non ho quasi il tempo di guardarmi indietro.
    Mi sto godendo il viaggio, goditelo anche tu.
    Con profondo rispetto.
    Monica

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  3. Salvatore ha detto:

    “Tutto ciò che richiede una spiegazione che vada oltre una frase è una pomposa presa per il culo.” Bellissimo concetto, chiaro e semplice, condivido in pieno. E twitto.
    Ti leggo dall’articolo su Pino Daniele, che ha fatto il giro degli account Facebook napoletani … approfitto per farti i complimenti, la laurea è un traguardo importante. E’ un pezzo di carta, alla fin fine, ma se pensi ai sacrifici fatti è carta intrisa di sudore.
    Decidere del proprio futuro lavorativo … è dura, ci sto provando da tempo, e questo articolo è uno stimolo a non mollare. Da come scrivi mi dai l’impressione di essere una grintosa, è una qualità che ammiro perché io la sto cercando di acquisire nel tempo.
    In bocca al lupo!

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