I sorrentini “cantano” e i trevigliesi “lavorano” perché la scuola media è una parentesi vuota tra l’infanzia e l’adolescenza

In questi giorni si è sviluppata la polemica intorno a un manuale di geografia per scuole medie che, a quanto pare, diffonde messaggi banali e stereotipati rispetto agli abitanti delle diverse regioni d'Italia.

In questi giorni si è sviluppata la polemica intorno a un manuale di geografia per scuole medie che, a quanto pare, diffonde messaggi banali e stereotipati rispetto agli abitanti delle diverse regioni d’Italia.

Io mo voglio dire una cosa che magari non c’entra niente, o forse sì.

Questo è un manuale, a quanto pare, per scuole medie.

Mi trovo da un po’ di mesi a fare ripetizione a una ragazzina che studia proprio alle medie.

Negli scorsi mesi ho avuto modo di partecipare come educatrice a un progetto di una scuola media nel mio quartiere, Scampia, che, essendo quella che ho frequentato anch’io a suo tempo, mi restituisce un’immagine che altrimenti per ragioni anagrafiche avrei rimosso.

Lungi da me difendere gli autori, però non è solo colpa loro.

Questo libro è la rappresentazione plastica di quel calderone inutile e insensato in cui gettiamo i tre anni di vita che vanno dall’infanzia all’adolescenza dei ragazzini.

Non è solo quel manuale a restituire un’immagine del mondo semplificata.

Il punto sono: da un lato il gruppo con il quale lavoravo e i docenti con i quali mi confrontavo che mi affiancavano nel progetto educativo, quindi la visione che ho avuto “da dentro” di quel mondo; dall’altro, la visione parziale che mi viene restituita quando due pomeriggi a settimana mi siedo al tavolo con la mia allieva e provo a capire come funziona il mondo scolastico in cui è inserita per esserle in qualche modo utile.

Il pressappochismo, la banalizzazione, la poca attenzione alla finalità della propria azione, stanno in ogni singolo momento del processo educativo.

Senza ovviamente voler generalizzare, parlo dell’esperienza che ho avuto e sto avendo io: il punto è che magari il ciclo scolastico delle medie così concepito non ha senso, ma nessuno si preoccupa di dargliene.

I docenti che ho incontrato direttamente o indirettamente in questi mesi non si preoccupano della finalità della propria azione educativa, sono tutti presi a “fare il proprio mestiere”, portando a casa la giornata. Mi rendevo conto allora che nessuno conosceva bene gli studenti difficili con cui lavoravo e chi li conosceva, proprio in virtù delle loro storie familiari, si limitava a tollerarli; non provava se non superficialmente ad andare incontro alle loro esigenze e alla meglio, quando proprio voleva farlo, li catapultava dentro progetti come il mio (e altre decine, contemporaneamente), senza che i ragazzi ne comprendessero il senso, senza che volessero realmente parteciparvi in maniera attiva. Quando chiedevo ai ragazzi perché avevano scelto di seguire quel percorso (di una scelta doveva trattarsi), le risposte che ne ricevevo erano cose tipo: “Me l’ha itt a prussuressa” oppure “Accussì vengo promosso”, e simili.

Loro vivevano la scuola come una prigione dalla quale uscire prima possibile, e ci sta; ma la scuola stessa si presentava loro come tale: l’unica ragione che dava ai ragazzi della propria esistenza era il momento dell’uscita, della liberazione. Vai al progetto così vieni promosso pare una banalità ma, da come l’ho visto io, era la resa incondizionata della scuola all’esistente: “Tu ragazzino vieni da un contesto di merda, studiare non ti piace e si capisce, pensi che sia inutile ed è normale, allora visto che studiare non vuoi, che in classe non ci stai, che quello è inutile, tu vieni il pomeriggio a mettere la firma su un foglio che testimoni la tua presenza e siamo pace”.

Nessun impegno reale ed effettivo alla riuscita della cosa, nessun senso manifesto a quello che si provava a fare, attività scoordinate, ma tutte le carte in regola. L’efficienza è facile, dell’efficacia di quello che facciamo invece ce ne freghiamo.

Il punto non sono solo la scuola disastrata o il ragazzino disagiato: quando parlo con la mia allieva, che ha una buona media scolastica, che è una ragazzina di buona famiglia e di un’intelligenza molto vispa, vedo le stesse cose. Non le viene data la percezione di quello che fa, del perché lo fa, di quello che studia. Non studiano nemmeno veramente, a dirla tutta.

Leggere la paginetta per leggere la paginetta, studiare l’autore per imparare quattro banalità, senza sapere perché, per come, senza inserire nella vita di tutti i giorni quello che si incontra.

Perché uno dovrebbe voler studiare la storia, o la letteratura, se non si ha la capacità di tirarle fuori dai libri e dalle aule e farle vivere nella vita quotidiana?

Detta così pare banale, ma perché devo essere io a spiegare a una tredicenne che se fa una foto a un testo inglese e lo traduce con un click non imparerà mai l’inglese, e quindi non potrà viaggiare, non potrà vedere nuovi posti, non potrà cantare le canzoni che le piacciono?

Non è umanamente possibile che i suoi professori non si accorgano che c’è una facilitazione per ogni cosa, che non c’è acquisizione reale di nulla di ciò che studiano, che niente gli resta, che la scuola è la giornata di scuola: “Entro alle 8 e esco alle 12, la vita è un’altra cosa”.

Come fai a confrontarti con un altro essere umano se hai la percezione che non capisca di cosa gli stai parlando? Questo vogliono: gli alunni. E questo sfornano: alunni e non persone.

Ma come fanno a dormire la notte?

Arrivo solo all’ultimo esempio di questo sproloquio: la tesina dell’esame di terza media. Mi ha disarmata vedere la passività con cui lei affrontava la cosa: le hanno chiesto di proporre un tema di massima, e poi, per ogni materia, le hanno assegnato un argomento azzeccato con gli spilli che lontanamente avesse a che fare con quel tema. Lei la sta vivendo come l’ennesimo cartellino da obliterare: facciamolo e basta.

Una cosa del genere, la prima volta che metti un giovane essere umano di fronte a se stesso e alla necessità di stimolare la propria capacità di ragionamento, di scelta di ciò che le piace, di selezione di un pezzo di realtà che preferisca agli altri per approfondirne le conoscenze, può mai essere ridotta a questo?

“Porto l’autore x di italiano che un po’ ci azzecca, l’argomento z di arte che non so perché ci sta bene ma me lo ha detto la prof., di francese non lo so, me lo deve assegnare lei…”.

Ma allora perché mantenere l’istituto formale dell’ipocrisia? Visto che di questi ragazzi non vi volete realmente occupare, visto che non vi prendete veramente cura di loro, perché fate finta di farlo?

Tra voi e quelli che entrano ogni giorno in aula, fanno l’appello, spiegano guardando il muro e interrogano continuando a guardarlo, mettono numeri sul registro e hanno esaurito il proprio compito, non c’è alcuna differenza.

Risparmiate ai vostri alunni la fatica e, se avranno la fortuna di capirlo col tempo, l’umiliazione di essere strumento del vostro lavarvi la coscienza.

Se fate gli insegnati come fareste gli impiegati, se la vostra scuola è un ufficio, non abbiate velleità ipocrite di strumenti alternativi di educazione: fate solo ridere chi vi guarda dall’esterno, e fate a questo paese più male di qualunque riforma scolastica anzi, di qualunque governo.

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Una risposta a I sorrentini “cantano” e i trevigliesi “lavorano” perché la scuola media è una parentesi vuota tra l’infanzia e l’adolescenza

  1. papullo1952 ha detto:

    la scuola, in questo caso, si comporta come un ( cattivo ) genitore, accondiscendete. Piazza il figlio, alunno, davanti al ” televisore” perchè ha altro da fare e non vuole essere disturbato, oppure ti spiana la strada dalle ” difficoltà ” perchè scontrarsi con la difficoltà, metterebbe in crisi il modello.

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