«Piamose er treno!»

2015-04-08-143033Prologo.

Non sono mai stata campionessa del prendere treni in orario e anzi azzarderei di dire che la mia specialità è il salto a bordo all’ultimo secondo, con picchi di salto del treno, nel senso che lo perdo e poi prendo quello successivo. Mi piace tuttavia sorprendermi, e così ogni tanto mi diletto a stupire me stessa arrivando con largo anticipo in stazione, vagando per i binari, esplorando sale d’attesa e arricchendo bar per avventori annoiati più che affamati.

Questa era una di quelle mattine, e il mio largo anticipo in stazione ha saputo restituirmi la soddisfazione di avere un viaggio da raccontare.

Vicenda.

Il treno regionale veloce che da Forlì doveva condurmi a Bologna si è presentato in stazione puntuale. Era un bell’ammasso di ferro, su due piani, con sedili apparentemente comodi e, insomma, tutto regolare. Abbiamo iniziato a intuire che qualcosa non andava solo una volta saliti. Negli atri dei vagoni la folla era ammassata, seduta su valigie, seduta a terra, seduta sui gradini. Grazie alle nostre pregresse esperienze di campioni regionali di twister siamo riusciti a entrare nella carrozza stabilendo dei rapporti di un’intimità a tratti imbarazzante con gli altri viaggiatori e i loro bagagli. Giunti che fummo sul lato opposto dell’atrio, ci stabilizzammo con le nostre valigie assumendo la pratica e comoda posizione del deportato stipato nel treno merci, nota ai più esperti utenti dei servizi delle ferrovie dello stato.

Dalla prospettiva della porta opposta a quella dalla quale eravamo arrivati ci guardavamo intorno, prendendo nota con la mente di tutto ciò che accadeva durante il viaggio. Signore alla mia destra con giubbotto bianco e baffo brizzolato controlla ossessivamente il cellulare, ragazza dai capelli lunghi e biondi seduta su trolley scrive su whatsapp in una lunghissima conversazione nella quale nessuno le risponde, ragazza con sciarpa verde seduta sui gradini a destra si sbuffa via una ciocca dal naso, ragazzo appoggiato all’angolo opposto al nostro si fissa le scarpe, ragazzo poggiato alle porte di fronte, quelle dalle quali siamo entrati, legge un libro divulgativo di fisica, ragazzo con capelli lunghi e chitarra guarda uno alla volta i vari compagni di viaggio e probabilmente compie la stessa operazione che sto compiendo io, ragazzo dalla testa sproporzionatamente grande legge un libro di storia dell’arte e non fa che sedersi sugli scalini a sinistra e poi rialzarsi, incerto sulla posizione da adottare, signora con capelli corti alla mia sinistra sbuffa e sposta in maniera millimetrica e del tutto irrilevante il suo enorme trolley.

Sembra mettano in scena una coreografia, senza volerlo: tira fuori il cellulare, scrivi un messaggio, sbuffa via una ciocca, abbassa la testa sulle scarpe, gira la pagina del libro, distogli lo sguardo da quello incontrato, siediti, alzati, sposta la valigia.

Dopo qualche minuto di viaggio si è stabilito un certo ritmo tra gli utenti, quando a un certo punto, a un mio cedimento dovuto a una curva che mi fa precipitare inesorabilmente verso la spalla della signora coi capelli corti, lei rompe gli indugi e ci spiega la ragione della nostra modalità di viaggio. Io, abituata ai trasporti in Campania, non ero nemmeno poi tanto indignata dalle condizioni del viaggio.

Fatto sta che //si stava come/dopo il pranzo di Pasqua/dei pantaloni/i bottoni// perché i regionalini che partono abitualmente erano tutti strapieni per il rientro dalle vacanze e tutti gli utenti abituali di quei treni erano stipati nei regionali veloci della tratta Ancona Piacenza. A peggiorare le cose ci si è messa ovviamente l’ingiustizia sociale perché, come la nostra compagna ci illustrava, c’erano immense praterie di vagoni di prima classe deserti, dove stavano seduti due o tre papponi in smoking bianco, con le pesanti gambe posate sui sedili di fronte mentre fumavano sigaroni aggiustandosi il monocolo, che a tratti, a causa delle oscillazioni del cilindro, gli cadeva sul panciotto.

Mentre la nostra Sherazade da viaggio ci narrava di dimensioni inesplorate di agi e lussi di classi sociali a noi sconosciute che avevano potuto pagare ben quattro euro in più per il biglietto in prima, si era ormai formata una piccola comunità di viandanti frustrati nel nostro angusto atrio che, come ogni comunità autoctona, guardava con sospetto e diffidenza tutto ciò che le era esterno: chiunque provasse a salire sul vagone alle varie stazioni.

Le occasioni non erano poche, visto che a ogni stazione il treno sostava per tempi biblici che ci vedevano boccheggianti e stipati mentre ci scambiavamo pestate di piedi e occhiate rassegnate. Come ogni piccola comunità abbandonata a se stessa, anche noi durante le soste ci siamo dati da fare innescando varie dinamiche sociali: a Faenza una donna salita sul treno con un vitino da vespa ha partorito tre gemelli, a Castelbolognese abbiamo giocato un torneo di Risiko, a Imola due fidanzati, sperimentata con successo la condivisione intima degli spazi, hanno deciso di andare a convivere e a Castel San Pietro Terme una famiglia di napoletani ha fatto assaggiare a tutti dei cozzetielli di pane inzuppati del loro ragù, ricetta tradizionale e cottura con pepetiata.

Dopo la quarta di queste soste non richieste e assolutamente fuori luogo Trenitalia ci ha gentilmente informati del fatto che la sosta non era un omaggio turistico per i passeggeri ma una conseguenza di un prevedibile ma imprevisto guasto alle linee generando il salmodiare di una serie di formule di rito come: «È veramente uno schifo!”», «Ci trattano come animali», «Il problema è che non ci ribelliamo!» «Siamo un popolo di caproni». A un tratto una voce metallica ha interrotto la liturgia lanciando una provocazione non indifferente: innanzitutto eravamo tenuti a controllare la corrispondenza tra la classe del nostro biglietto e quella in cui stavamo viaggiando (ho cercato anche ma non c’era scritto, in compenso mi sono fidata della destinazione segnata: Birkenau) ma inoltre eravamo informati che, volendo, avremmo potuto raggiungere il capotreno (saltando sulle teste degli altri o pattinando sui trolley, probabilmente) e chiedergli di pagare una sovratassa di otto euro per pagare poi la differenza di prezzo tra la prima e la seconda classe, e poter accedere a quella dimensione iperuranica che a noi, poveri comuni mortali viaggianti a poco più di cinque euro, era negata.

A quel punto non ci ho visto più. Sono salita in piedi sul mio trolley e ho aizzato la folla con sermoni infuocati: insieme siamo partiti in corteo risalendo il serpentone metallico. Con le valigie come scudi ci siamo fatti largo attraverso i fortunati che avevano trovato posto a sedere, e i controllori che svenivano dal terrore. Intonando cori e canti continuavamo ad avanzare, la prima classe era sempre più vicina e con lei il profumo di libertà.

Improvvisamente, la reazione. Un gruppo di donne in divisa Trenitalia ci ha sfidati e, fronteggiandoci, ha preso a lanciarci salviettine imbevute appallottolate. Hanno fatto fuori parte dei nostri, ma infervorato ancora di più di sopravvissuti. Una signora indiana ha cominciato ad agitare in aria la sua sciarpa colorata fino a farla diventare un’arma che ha in men che non si dica sbaragliato il muro di hostess che si parava tra noi e la meta. Quando ormai era chiaro che niente ci avrebbe fermati, il nemico ha provato a trattare. Un controllore dai baffoni grigi si è avvicinato agitando un fazzoletto bianco e con voce flebile ci ha detto che ci avrebbero fatto accedere alla prima classe senza sovratassa, pagando solo l’integrazione. È stato definestrinato. Qualcuno era pronto a cedere, ma tutti gli altri immediatamente lo facevano ragionare: ormai era troppo tardi.

Dopo quest’ultimo ostacolo la meta era giunta. Sentivamo o ci pareva di sentire il gorgogliare allegro delle fontane ornamentali della prima classe, il cinguettio degli uccellini, il profumo di torte e biscotti. Eravamo là con i nostri scudi di trolley a forzare il blocco della porta metallica, pronti a vendere cara la pelle ai ricconi che si erano comprati i posti in paradiso.

Siamo entrati, e loro ci attendevano. Avevano costruito un muro di banconote compattissimo e da dietro le loro trincee improvvisate ci lanciavano monete da due euro. Eravamo pronti a tutto, ma non a un attacco aereo su un treno. La nostra retroguardia già si volgeva verso la porta quando uno dei nostri ha avuto la brillante idea: con un accendino abbiamo dato fuoco al muro di banconote e quelli, riccastri ma taccagni, sono usciti allo scoperto per salvare il salvabile del loro vil danaro. Erano in tre. Solo tre.

Li abbiamo legati, imbavagliati e abbiamo banchettato mangiando uno di loro particolarmente antipatico. Gli altri due abbiamo promesso di salvarli se fossimo arrivati a Bologna in orario. Ovviamente, ce li siamo mangiati. Dopo aver brindato e intonato canti di vittoria intorno al fuoco, abbiamo deciso di celebrare il momento nel campetto di pallavolo che la prima classe offre ai viaggiatori annoiati, con un giuramento che abbiamo per questo denominato “giuramento della pallavolo”.

A quel punto il treno era nostro, e come sempre accade non ci bastava più aver conquistato tutto quello che richiedevamo, la meta era oltre, l’ambizione più alta. “Piamose er Treno!” ha detto un tizio mediorientale alle mie spalle. Tutti abbiamo acclamato la sua idea, e abbiamo iniziato a ipotizzare eventuali dirottamenti proponendo mete per la destinazione. “Dove vogliamo andare, allora?”, “Beh, ogni dirottamento che si rispetti ha una sola meta”, “Cioè stiamo dirottando su Cuba?!” e la folla festante ha iniziato a scandire: “Cuba! Cuba! Cuba!”…

Epilogo.

…giunti a Bologna sono quasi caduta direttamente a culo a terra perché ero schiacciata contro la porta, Simone mi ha afferrata, siamo scesi, e ci siamo tristemente avviati al bar prima di dirigerci al binario del treno per Napoli.

Un pacchetto di Tuc 2,10€, ma vafancul!

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