Il filo rosso

Cominciò tutto dal filo rosso. Quel dannato filo rosso le pendeva dalla giacca che aveva acquistato mesi prima e mai indossato, e lei continuava nervosamente a provare a strapparlo via con le mani con scatti improvvisi e violenti, senza mai riuscirci.

6a00e54f0b19908834017d3d3ec7f2970c-800wiIo le ripetevo che non era importante, che era impercettibile, che stava andando bene.

Io ero preoccupato, ero solo preoccupato. Ero così preoccupato che non feci niente.

Camminava, sorrideva, conversava. Nessuno se ne sarebbe accorto. Ma ogni tanto allungava il braccio destro oltre l’orlo della giacca, si infilava il filo rosso tra le dita, e tirava con uno scatto nervoso.

Dopo un paio d’ore capii che non potevo fare finta di niente. Quando allungava il braccio allora avvicinavo la mia bocca al suo orecchio e le parlavo con voce rassicurante.

“Va tutto bene, non è niente, stai andando bene”.

All’inizio non rispondeva. Sbatteva le palpebre e annuiva.

Poi mi accorsi che stava peggiorando precipitosamente perché mi rispondeva nervosa, a scatti, come tirasse il filo anche con la mente.

“Lo so. Lo so”.

La cerimonia proseguiva ma nessuno si accorgeva di niente. Solo io vedevo l’indice della mano destra gonfio e arrossato per aver reiterato la stessa operazione di sfregamento migliaia di volte.

Migliaia di volte con lo stesso, identico, impercettibile movimento.

Migliaia di volte e io non avevo nemmeno una parola per fermarle.

Avevo solo un’attesa e una speranza. Che le passasse, che fosse un caso.

Tornammo a casa e io non parlavo. Avevo paura. Non poteva essere successo di nuovo. Il medico era stato chiaro. “Le ricadute sono frequenti in casi come questi, ma c’è da sperare in un lungo periodo di stabilità”.

Due mesi, appena due mesi. E ora quel maledetto filo rosso.

Non le dicevo una parola e guardavo la strada. Con le mani fisse sul volante, le braccia rigide e lo sguardo fermo. Una roccia.

Lei sembrava serena. Faceva ben sperare: magari era stato un caso. Guardava fuori con la testa appoggiata al finestrino. Ogni tanto si appisolava e poi si risvegliava all’improvviso, sorridendo come a scusarsi.

Andava tutto bene, era stato solo un caso.

La mattina dopo i capelli erano ancora lisci, anche se già gonfi e con qualche onda. Con il trucco sfatto della sera prima preparava il caffè scalza e allegra. Chiacchierava, ciarlava e mi sentivo bene. È passato, è tutto passato.

Per cena aveva preparato il pollo. Ricetta elaborata, procedimento lungo, risultato impeccabile. Nessuna distrazione, nessuna dimenticanza. Tutto liscio.

Alzai gli occhi dal piatto e notai che continuava ad accarezzare un punto preciso della tovaglia con il polpastrello dell’indice della mano destra.

No, dai.

Stava in silenzio e assorta osservava e toccava quel punto.

Fili. Pensavo solo a quello.

Ora la chiamo. La chiamo e lei mi risponde. Ora la chiamo e lei sarà pronta, lucida. E se poi non risponde? E se poi sta da un’altra parte? Ora la chiamo, e conto fino a tre. Al tre mi preoccupo, se lei non risponde. Non posso fare finta di niente, devo sapere. La chiamo. Sì, la chiamo.

Sospiro. La chiamo.

L’ho chiamata uno. L’ho chiamata du..

Ha risposto. C’è.

Va tutto bene. Se non mi do una calmata la fissazione compulsiva la prendo io.

Giorni tutti uguali a quelli di sempre, giorni veloci o lenti, giorni come un fiume che in realtà è acqua stagnante.

Una sera erano spariti i lacci delle tende. Ma non ebbi il coraggio di fare domande. Feci finta di niente e per lei non era successo niente.

Una domenica mattina, l’intero armadio svuotato sul letto.

“Sistemiamo gli abiti rovinati, tagliamo i fili”.

“Non ce ne sono di fili, davvero, non c’è nessun filo”.

“Come fai a dire che non c’è nessun filo? Ce l’hai addosso il filo”. Il maglione agitato in faccia e nessun filo, assolutamente nessuno. Poi l’etichetta, tra il suo pollice e il suo indice. E un millimetro, forse meno, di filo eccedente dalla cucitura.

“Così ti irrita la schiena, poi ti dà fastidio. Ora noi lo tagliamo e tagliamo tutti i fili così non ci danno più fastidio”.

La furia nello sguardo. Nemmeno avevo varcato la soglia che un cataclisma si annunciava con tutti i crismi. Arrabbiata come mai, mi lanciò un cuscino in faccia.

“Questa casa è piena di fili. Guarda questo! – mi lancia il cuscino in faccia – Cosa direbbe mamma se venisse a trovarmi? Che viviamo in mezzo ai fili? E tutti quei cavii? Non possiamo nasconderli? Li taglio. Un giorno li taglio. Sono brutti. Brutti. Perché non possiamo avere una casa normale anche noi e invece devono esserci dei fili ovunque? Devi per forza portare scarpe con i lacci? Non ti piacciono queste scarpe? I fili, i cavi, i lacci, le stringhe, le corde, i nastri. Ovunque. Gli altri ci guardano male, pensano che casa nostra è brutta. Che ci piace vivere così. In mezzo ai fili”.

Devo stare calmo. Devo saper gestire questa cosa. Basta farla sentire serena.

“Domani andiamo al parco?”.

“Sto bene, davvero. Sono solo questi fili che mi innervosiscono”.

“Lo so, va bene. Prova a non pensarci. Non fissarti, ti prego”.

Il bambino calciava un pallone più grande di lui e un padre fingeva slanci esagerati per parate improbabili. Lei era rasserenata e parlava gesticolando, goffa. La ascoltavo sorridendo e chiedendomi quando avresti potuto stabilire se andava tutto bene.

A un tratto abbassò lo sguardo. Lo rialzò stravolta. Terrorizzata.

“Ti rendi conto? Io potrei inciampare. Io potrei cadere e farmi del male. Potrei cadere e sbattere la faccia, e farmi male. Non capisco perché un cappotto debba avere dei fili, dei fili che sporgono, che io poi cado e mi faccio male”.

“Sono i lacci per stringerlo, tranquilla. E poi sono troppo corti, è impossibile che ci inciampi”.

“Ce li hanno messi per farmi cadere, vero? Li hanno messi lì perché io camminando cadessi, e mi facessi male. Ci pensi cosa accadrebbe se io inciampassi? La gente penserebbe che non so camminare. Che sono di nuovo malata e non so camminare. Ce li hanno messi per questo. Loro vogliono che tu creda che io sono malata”.

“Nessuno ce li ha messi, stai tranquilla. Sono lì per stringere il cappotto se hai più freddo. Non servono a nient’altro. E poi quando l’hai comprato questo era uguale ad altri cento. Erano tutti con dei fili per una trappola? Stai serena. Non c’è nessun trucco”.

“Ma posso inciampare, e farmi male. Se mi rompo il naso sei contento? Poi mi credi?”

“Non puoi inciampare, è corto. Guarda, ti arriva appena al ginocchio”.

Il laccio del cappotto era sospeso in aria. Lo presi tra le dita e ne appoggiai la parte finale sulla sua gamba, appena dove finiva, per mostrarle che era innocuo.

Un urlo di dolore

“Sei pazzo? Vuoi farmi un livido? Non premere così!”

Non portava più collane, diceva che poteva strozzarsi. Aveva tagliato i capelli cortissimi e da casa nostra era sparito ogni elettrodomestico.

Pensavo che evitandole il contatto con l’elemento della fissazione avrei potuto aiutarla. E poi la facevo razionalizzare. Le spiegavo di volta in volta perché quel determinato filo non poteva farle male. Lei mi ascoltava prima terrorizzata, poi diffidente, poi con lo sguardo sereno si convinceva.

Poi cominciai a doverle spiegare che i fili non esistevano. Che mentre eravamo a tavola non c’era nessun filo che le legava i polsi alla sedia per non farla mangiare. Che non c’era nessun filo tra i suoi capelli. Che poteva dormire serena perché nessun filo le avrebbe potuto bloccare le caviglie.

Dovevo chiamare il medico, lo sapevo. Lo avrei fatto. Avevo solo bisogno di qualche giorno per accettare l’idea. Solo poco, non al punto di farla peggiorare.

Rigirandomi nel sonno allungai la gamba e il braccio per avvinghiarla. La superificie piatta delle lenzuola mi restituì la sua assenza e spalancai gli occhi. Ci misi qualche secondo per abituarmi al buio, e per razionalizzare il suono che mi pareva di stare percependo da tempo.

Era ancora sogno o era sempre stato realtà?

Singhiozzava piano, a bassa voce, annichilita. Se ne stava schiacciata contro l’angolo, rannicchiata con le braccia abbracciate alle ginocchia. Gli occhi lucidi, inondati di lacrime, terrorizzati.

“Perché non mi hai salvata?”

“Salvata da cosa?”

“Mi ha intrappolata con i fili, e io non potevo fare niente, e tu non mi sentivi”.

“Chi ti ha intrappolato, cosa è successo?”.

Le urla. Quella voce che non era la sua. Quella voce che avevo rimosso. Quella voce che non doveva tornare più.

“Non lo vedi? Mi ha costruito una ragnatela intorno, in tutta la stanza. Mi ha intrappolata in quest’angolo e tu non hai fatto niente. Dove eri finito mentre io ero in trappola? Perché non volevi salvarmi?”.

“Non…non lo sapevo, io non lo sapevo. Dovevi chiamarmi. Chi è stato, chi l’ha fatto?”

“Il ragno. Quel ragno sul balcone che ieri ho visto. Lo sapevo che lo avrebbe fatto. Ho chiuso le finestre ma lui è riuscito a entrare e mi ha intrappolata, mi ha costruito una ragnatela gigante intorno, ha preso tutta la stanza. E tu non hai fatto niente, perché non hai fatto niente?”.

Il delirio. Era arrivato anche l’ultimo sintomo. Ora occorreva tornare in clinica subito.

“Perdonami, davvero. Io non lo sapevo. Forse il ragno aveva bloccato anche me, forse mi aveva bendato gli occhi per non farti aiutare. Ma ora sono qui, andiamo a letto”.

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