La Coppa Italia

76bdbb518400efbd898eac049004401c-49413-1399414776Mentre la nonna agonizzava nel suo letto, mentre la mia famiglia si ritrovava e si allontanava intorno al suo corpo martoriato, mentre il pubblico non pagante era tornato alle proprie case e soltanto le sue figlie erano accanto a lei, la città era presa dal fervore di una importantissima partita di calcio che ha avuto occasione, in una sera di maggio, di divenire simbolo di molto altro.

Nonna rantolava nel suo letto e nel frattempo giungevano voci di assurdità ulteriori che si consumavano per le strade della capitale. Pareva che un gruppo di tifosi napoletani fosse stato attaccato da un gruppo di romanisti (la partita era contro la Fiorentina) e un ragazzo di trent’anni ci stesse rimettendo la pelle.

Gli avevano sparato, in pieno petto, e nessuno sapeva cosa sarebbe successo.

C’erano molteplici versioni del fatto: poca chiarezza e tanto chiacchiericcio. Si diceva fosse stato un fioraio spaventato dalla rissa, ma la versione convinceva veramente poco tutti quanti. Allora c’era chi diceva fosse un fatto di camorra. Certo, c’era Napoli di mezzo e la tendenza naturale ad associare Napoli alla malavita era abbastanza scontata.

Il fatto è che l’unica certezza che si aveva era che ‘sto ragazzo era stato preso al petto, mentre al momento il resto era una nube di ipotesi tanto più fumose per me che rispetto a certe questioni paleso una candida ignoranza.

La notizia era rimbalzata sui vari social, sui siti dei giornali e su qualche tg, ma in fin dei conti non è diventata un caso mediatico fino a quando la partita della sera non ha imposto una riflessione sul da farsi.

A dispetto delle richieste a gran voce dei vari social network (vox populi), tutto faceva presagire che la partita si sarebbe giocata lo stesso, a prescindere dalle condizioni del ragazzo.

Poi, venti minuti di panico.

Gran parte dei tifosi non aveva idea di cosa fosse accaduto e ha cominciato a capire che qualcosa non andava quando, a dieci minuti dall’orario in cui sarebbe dovuta iniziare, Hamsik è stato chiamato in campo da certi dirigenti per discutere il da farsi, e l’eventuale sospensione della partita.

A un certo punto si è verificata una scena che, all’alto della mia ignoranza, ho guardato con la neutralità più assoluta. Il capitano, insieme ai dirigenti di cui sopra, si sono avvicinati alla curva della tifoseria del Napoli per parlare con i tifosi. Anche qui, nelle giornate successive è stato ipotizzato e detto di tutto: la certezza è che Hamsik è andato dal capo degli Ultras, che questi aveva una faccia poco rassicurante, che hanno discusso delle condizioni del ferito e dell’opportunità di rimandare o meno la partita, e che il signore in questione abbia detto che per i tifosi, di cui era rappresentante, la partita poteva essere giocata visto che le notizie che parevano arrivare dall’ospedale erano rassicuranti.

Questo signore, il cui soprannome “Genny a carogna” e la cui parentela con un boss si sono diffuse sui media subito dopo la partita, ha assicurato che non ci sarebbero stati problemi con lo svolgimento del match e che i tifosi partenopei avrebbero soltanto, per rispetto, evitato di festeggiare l’eventuale vittoria.

Io, che ammetto di capirne ben poco, mi sono chiesta senza troppa curiosità perchè fischiare l’Inno nazionale e festeggiare la vittoria di una Coppa chiamata Italia. Ma sono certa che chi dedica più attenzione alla cosa di me abbia una risposta valida.

Il resto è cronaca sportiva: il Napoli ha battuto tre a uno la Fiorentina, e i festeggiamenti ci sono stati.

Non so se sottotono o in linea con la tradizione. Quello che so che è che per ogni urlo, per ogni trombetta, per ogni esclamazione, si sollevava flebile un lamento dal letto di mia nonna.

E che mentre lei, in quel letto di una vita, lottava per morire senza che nessuno lo sapesse, da un’altra parte, in un letto d’ospedale, qualcuno lottava per vivere sotto i riflettori e la coltre polemica di tutta Italia.

Ho cercato compulsivamente questa pagina nel mio computer.

Sapevo che c’era, ma non sapevo più dove si fosse cacciata. L’ho scritta esattamente un anno fa. Erano gli ultimi giorni del corpo stanco di mia nonna, lei se ne era già andata ma il suo fisico forte stava ancora qua, e pareva proprio non voler mollare questa valle di lacrime. Erano giornate emotivamente difficili, per reggerle tenevo un diario sotto forma di racconto. Quando succedeva qualcosa prendevo degli appunti brevi, e poi appena avevo modo mi sedevo e scrivevo tutto. Questa una delle pagine che scrissi la mattina del quattro maggio.

È singolare il fatto che si chiuda con una speranza che ora sappiamo tutti che non può più essere possibile, che quel ragazzo biondo di trent’anni si rimetta da quella brutta storia in cui è stato coinvolto. Fa veramente strano leggerlo da qui, ora, e non solo per le giornate dolorose che evoca.

Ciro era in ospedale, ma c’era ancora. E tutti si sperava e si era convinti che ce l’avrebbe fatta.

A guardarla da qua il fatto che non ce l’abbia fatta pare un controsenso, pare un errore nello svolgersi della storia.

C’è qualcosa che non va.

Nel corso di quei giorni il quartiere si è riempito di striscioni, dappertutto. La maggior parte di quelli è ancora attaccata.

Prima lo imploravano di resistere, lo abbracciavano, lo difendevano, lo chiamavano eroe.

Poi, tristemente, lo salutavano disperati.

L’autolavaggio dove Ciro lavorava sta di fronte a casa mia. Io non lo conoscevo, non frequento il quartiere e quindi non ho avuto modo di incrociare questo ragazzo anche se eravamo quasi coetanei. Ma sono stata al suo funerale. Non ci ho pensato nemmeno un secondo. Ci sono andata perché ci dovevo andare. Credo sia stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

Niente, non lo so che voglio dire.

Voglio dire poche cose.

Voglio dire che guardata dalla prospettiva di quella paginetta che scrivevo per non pensare ai miei drammi, il dramma di Ciro non ha senso.

L’intero svolgimento, tutto l’intreccio e il modo in cui è andato a finire. Non c’è niente che funzioni.

Ciro è morto.

La famosa “carogna” di cui tutta Italia parlava alla fine dei giochi è stata condannata per ragioni evidentemente lombrosiane, perché era un capo ultras.

La mamma di Ciro, una donna che ha avuto una forza disumana nel suo dramma, si è dovuta trovare a essere vittima di attacchi da parte degli ultras romanisti.

L’animale che ha ammazzato Ciro, un fascista romano che ancora viene acclamato nella sua curva, ha passato quasi tutto quest’anno in ospedale, a raccontare la storia vittimista di lui che spara per legittima difesa, che era l’unico modo per salvarsi, e che la sua unica colpa è di esserne uscito vivo.

È passato un anno da quella maledetta sera di maggio, e io non voglio celebrare, non voglio ricordare, non voglio commentare niente.

Voglio solo dire che se guardiamo da qua a quello che è successo, alle premesse che quella pagina scritta un anno fa sembra delineare, tutto quello che è successo non ha senso.

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