Un atto d’accusa per Gennaro

20150513_faracoQuesto non è un articolo, è un atto d’accusa.

Ci ho messo un po’ a macinarlo perché certe cose ti trafiggono, e a volte anche se le parole sono la tua sola strada, quella strada non hai voglia di percorrerla.

Cinque anni fa un dottorando in filosofia dell’Università di Palermo si è lanciato dal settimo piano della sua facoltà. Aveva 27 anni, e se l’espressione “morire di precarietà” può avere un volto, il volto in questione è quello di Norman Zarcone. Quella vicenda mi scosse profondamente: Norman aveva deciso che, in tempi di tagli e di riforme, di fronte al baratro metaforico che gli si prospettava, preferiva un baratro reale.

Aveva deciso che dopo aver passato una vita a combattere per raggiungere la sua meta, voleva rinunciare a ogni battaglia. Era stanco, e ha deciso di morire.

Penso spesso a Norman, anche se di lui pare non ricordarsi più nessuno. In realtà anche al tempo parve non accorgersene nessuno: la notizia girò poco, veramente troppo poco. Era un suicidio come un altro, un giovane troppo sensibile, un debole, aveva mollato e si era ammazzato. Io però non ci stavo, e scrissi un articolo pieno di rabbia, in cui oltre a parlare di lui parlavo di me, di noi, di tutte le paure con le quali quelli della mia generazione fanno i conti ogni giorno.

Delle aspettative tradite, delle speranze sfumate, dei desideri impossibili.

Parlavo di paura, parlavo di debolezza, parlavo di sconfitta.

Quell’articolo cominciava così: “A un uomo che non ha più niente da perdere non resta che saltare da un palazzo”.

Gennaro Faraco era un ragazzo di venticinque anni. Ieri anche lui ha deciso di saltare nel vuoto, per sfuggire al vuoto che aveva davanti. Era un ragazzo che voleva un lavoro. Non era un dottorando come Norman, non gli interessava la carriera universitaria, non aveva la flebile speranza che un giorno una graduatoria qualunque avrebbe posto il suo nome su un podio qualunque e allora forse sarebbe potuta arrivare una specie di stabilità.

Lui voleva un lavoro, uno qualunque, ma che fosse una certezza. Non era un dottorando come Norman ma viveva di precarietà pure lui, e come Norman di precarietà è morto. Aveva fatto mille mestieri, come tutti i giovani di questo paese sono costretti a fare pur di emanciparsi, ma non era riuscito ad approdare da nessuna parte. Non riusciva a trovare la certezza che cercava, una seppur labile forma di stabilità, che gli garantisse di tirare il fiato. Di sentirsi, per una volta, sicuro.

Gennaro si è lanciato nel vuoto ed è morto a venticinque anni perché non sapeva più dove sbattere la testa. E ce ne sono migliaia di ragazzi come Gennaro, che si svegliano la mattina e non sanno dove sbattere la testa, e si devono reinventare una prospettiva di vita ogni uno, tre, sei mesi. Ce ne sono migliaia di ragazzi come Gennaro che non sanno che fare della propria vita e non riescono più ad avere stima di se stessi perché non si sentono utili a niente. Perché non trovano un posto nel mondo.

Io sono una ragazza come Gennaro, i miei amici lo sono, molti miei conoscenti lo sono. Siamo in migliaia, in decine di migliaia. Ci svegliamo la mattina e non sappiamo che fare. Passiamo le giornate in casa o a girovagare come idioti in cerca di un senso alle nostre vite. Siamo iscritti a decine di siti che ogni giorno ci inviano mail con proposte lavorative dai nomi difficili e dai compensi nulli. Stage, tirocini, corsi di formazione, avviamenti. Siamo ovunque, portiamo i curriculum nelle pizzerie, nei bar, nei negozi. Inviamo centinaia di mail al giorno. Facciamo ripetizioni ai vostri figli per pochi euro all’ora. Vi telefoniamo a tutte le ore per proporvi un’offerta speciale o rispondiamo alle vostre chiamate incazzate, incassando gli insulti rivolti a qualcuno con cui siamo più incazzati di voi.

Non ci lanciamo tutti nel vuoto, e per questo non facciamo notizia. Perché quello che abbiamo intorno fa talmente schifo che solo quando un guerriero si toglie l’elmo e sventola bandiera bianca gli si dà attenzione. Gennaro ha dovuto morire perché fosse riconosciuto in maniera unanime il fatto che conduceva una vita che non si può definire dignitosa. Perché quando a venticinque anni ti mantengono ancora mamma e papà, quando hai lo stesso grado di autonomia dal tuo nucleo familiare che avevi a quindici anni, quando se vuoi andare a mangiare una pizza devi capire come avere i soldi per la benzina, stai vivendo senza dignità. Quando ti svegli la mattina e passi in rassegna i tuoi successi e i tuoi insuccessi, i tuoi traguardi e le tue sconfitte, e ti rendi conto che anche se sei stanco morto sei ancora al punto di partenza, non riesci ad avere stima di te stesso.

E pensi che ti stanno calpestando la dignità. E pensi che non hai più niente da perdere.

Gennaro è la prima linea di un corteo di sconfitti, a cui non è mai stato consentito di giocare la partita. Sconfitti a tavolino, senza possibilità di riscattarsi.

Ce l’abbiamo tutti sulla testa l’ipoteca di questa sconfitta, e qualcuno alla fine non ce la fa più.

Norman, Gennaro, e molti altri.

Nomi di singoli che non sono singoli, che incarnano un dramma che non è capitato come una sciagura, che è stato provocato e dei responsabili conosciamo i nomi e i cognomi.

Questo non è articolo, è un atto d’accusa. A quei nomi e cognomi.

È un atto d’accusa e una maledizione.

Possano la faccia di Gennaro, la faccia di Norman, le nostre facce rassegnate, essere il vostro incubo.

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7 risposte a Un atto d’accusa per Gennaro

  1. nnsmettodsognare ha detto:

    Non è che si possa aggiungere molto. Io ho 44 anni, due figli, una laurea, anni di esperienza e un contratto che scade a dicembre. Si va avanti di incertezze finché si ha la forza.

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    • errecinque ha detto:

      Ed è proprio questo che è inaccettabile. Sapere che devi andare avanti, sapere che devi darti la forza, ma non sapere per cosa. Porti una meta, decidere di raggiungerla, darti l’obiettivo di farcela, ma a scatola chiusa. Senza sapere questa meta, questo obiettivo, cosa saranno per la tua vita. È inaccettabile.

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    • veronica ha detto:

      Non perdiamo la speranza!!!! Non abbattiamoci x le sconfitte di un mondo che vuole vederci disperati!
      C’è un progetto di salvezza x ognuno di noi, dobbiamo solo ricercarlo con tutte le forze e con il Cuore.
      Parlo a te, ma anche a tutti quelli che non hanno trovano un senso nella vita. Il senso c’è ed esiste (x tutti) l’essenziale è non mollare!!!!
      Uniti nella ricerca c’è la faremo!!!

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  2. tiZ ha detto:

    È uno stato di sconforto totale. La atima di sè si annulla e la sensazione di inutilità ti attanaglia . Se non lavori non sei niente, non sai di niente, non hai nulla da raccontare. E non è solo una questione di ciò che non ti puoi permettere è essere invisibile agli occhi del mondo.
    Grande erre i morti non fanno più notizia tutt’al più vengono offesi, ancora, come codardi. Che non vi sia pace per l’indifferenza. Che siano maledetti tutti gli inermi !!

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  3. Angelo ha detto:

    Sei riuscita con poche e dirette parole a raccontare quello che ogni fottuta mattina provo dentro quando apro gli occhi!
    Da uno dei milioni di quei ragazzi

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  4. Pingback: La storia di tutti |

  5. clotilde gargiulo ha detto:

    Non sono giovane quanto voi, ho vissuto, per mia fortuna la mia adolescenza, nel boom dell’economia di questo fottuto paese e poi ho conosciuto i favolosi anni ’70, quando per molto meno si scendeva in piazza al fianco del papà, che lavorava in fabbrica e si trascinavano anche i cosiddetti” colletti bianchi” e le strade si affollavano di fiumi di persone che sventolavano bandiere e urlavano e bloccavano produzione e servizi. E’ vero qualcuno ci rimaneva sull’asfalto, ma qualche diritto lo abbiamo avuto. Per troppo tempo, noi genitori 50/60enni abbiamo protetto voi ragazzi e vi abbiamo pulito un percorso, crescendovi in un finto benessere, fatto di computers, cellulari e altre stronzate che il sistema piano piano ci ha imposto e siamo caduti in questa trappola. La situazione è collassata e neanche ce ne siamo accorti, o forse ne siamo consapevoli tutti, ma ognuno difende il proprio figlio: Me compresa, che mai vorrei che i miei figli scendessero in piazza, ne avrei troppa paura. Ecco che cosa abbiamo ottenuto oggi: da una parte un sistema che subdolamente ci ha distrutti e dall’altra noi che passivamente abbiamo subìto perchè troppo distratti da ciò che il sistema stesso illusoriamente ci ha messo davanti

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