La storia di tutti

1185119_10151899151121019_1211821547_nQuando scrivo un articolo vado sempre a guardare, per quanto le impostazioni sulla privacy consentano, cosa hanno commentato quelli che lo hanno letto e condiviso.

Scrivo principalmente per comunicare, per dire agli altri cosa penso di qualcosa, per cui mi interessa sempre molto sapere cosa a loro volta pensano: sia di quello che ho scritto che di quello di cui parlo.

L’altro giorno ho pubblicato un post in cui commentavo una notizia letta da molti giornali in cui si diceva che un ragazzo della mia età si era ammazzato lasciando un biglietto in cui spiegava il suo gesto con l’incapacità di sopportare ulteriormente di non avere prospettive, di non riuscire a trovare lavoro, di non poter raggiungere un grado di autonomia individuale che, alla mia età, vuoi più di ogni altra cosa.

Ho parlato poco di lui come singolo, ho provato a parlare di quelle che sono le mie sensazioni, il mio vissuto quotidiano in questo contesto di precarietà, immaginando, a ragione, che non si trattasse di storie di singoli ma che, messe assieme, rendessero in maniera nitida il ritratto di una generazione (anche più di una) senza punti di riferimento, senza obiettivi precisi e senza cognizione delle strade da percorrere per raggiungerli.

Ci ho messo avvilimento, senso di sconfitta, rabbia. Ci ho messo quel bisogno di raccontare come mi sento che vivo sempre più spesso, ed è successo qualcosa.

È successo che tutti quelli che lo hanno condiviso, hanno fatto la stessa cosa. Era come se il bisogno che tutti abbiamo di raccontare la nostra condizione, quello che mettiamo a tacere perché tanto sappiamo che lamentarci non ci aiuterà, fosse stato stimolato. È bastato che una si mettesse a raccontare la sua storia, dire la propria, che molti altri si sono sentiti di poter fare lo stesso, e lo hanno fatto.

Condividendo il post, commentandolo, mandandomi dei messaggi.

Leggevo quelle che erano storie o solo sfoghi, osservazioni, e pensavo a quanta voglia doveva esserci di raccontarle e più le leggevo e più pensavo che meritavano spazio e diffusione almeno come la mia, e da qui mi è venuta l’idea di questo post.

Ho contattato tutti quelli che sono riuscita a raggiungere e gli ho chiesto il permesso di rubare la loro piccola storia, di utilizzarla come tassello di un puzzle più grande che ritrae tutti noi. Sfortunatamente non sono riuscita a raggiungere tutti, ma questa è una parte delle storie che ho avuto il permesso di riportare: non sono storie di singoli.

Siamo tutti noi, in ogni rigo, in ogni parola.

E grazie a tutti, anche questo è un modo per sentirci meno soli.

Penso.
Ma a cosa devo pensare.
Cosa devo dire, fare, provare.
Angoscia, ansia, paura…ma io vi sotterrerei sotto una montagna di merda, vi ammazzerei i figli e i nipoti e pure i pronipoti.
Vat magnat tutt cos, pure l’istinto di sopravvivenza della gente.
Scusate eh! Ma ho 25 anni, non ho un lavoro e mi sento chiamata in causa.
Vi jastemmeró finche non ho più un filo di voce,
Scrivendolo qui,
Urlandolo in casa
e pure nella tomba.
Ekitemmuort!”

A Gennaro, 25 anni, ammazzato dalla precarietà.
A me, 29 anni, fiaccato dal non avere prospettive ed uno scopo.
Ad una generazione intera, anzi, a più d’una, che ha perso tutto prima ancora di poter cominciare a giocare”

Moltissimi giovani, miei coetanei, più grandi o più piccoli, non sanno dove sbattere la testa, non sanno se domani andranno a lavorare, non sanno se potranno uscire, non hanno prospettiva. Ed allora alcuni alzano bandiera bianca, nel modo più tragico possibile”.

Un esercito di sconfitti a tavolino che vi portate sulla coscienza, ammesso che ce l’abbiate una coscienza”.

Forse il Mal Governo,diventa Induzione al suicidio?”

Il precariato è un pozzo pieno di fango dentro il quale si cade ogni giorno con le mani legate. Essere precari è come camminare con le gambe mozzate e senza gli occhi necessari per vedere il domani. Essere precari vuol dire abbassare gli occhi dinanzi ad un figlio, essere precari vuol dire perdersi nelle paure e nei timori, essere precario è sentirsi attaccato addosso il veleno e il puzzo menefreghista dei corrotti e dei potenti. Resistere non basta più, rassegnarsi ed urlare nemmeno, è dunque necessaria una lotta, una ripresa veemente e costruttiva, bisogna prendere a calci in culo l’arroganza dello strapotere finanziario e mafioso, e riprenderci quello che ci è stato tolto. Gennaro era un’anima sensibile al quale questo mondo bastardo e capitalista ha bruciato gli occhi e il futuro. Un abbraccio alla famiglia”.

Tanti Gennaro, quanti ancora Renzi???”

Non è che si possa aggiungere molto. Io ho 44 anni, due figli, una laurea, anni di esperienza e un contratto che scade a dicembre. Si va avanti di incertezze finché si ha la forza”.

È uno stato di sconforto totale. La stima di sè si annulla e la sensazione di inutilità ti attanaglia . Se non lavori non sei niente, non sai di niente, non hai nulla da raccontare. E non è solo una questione di ciò che non ti puoi permettere, è essere invisibile agli occhi del mondo.
I morti non fanno più notizia tutt’al più vengono offesi, ancora, come codardi. Che non vi sia pace per l’indifferenza. Che siano maledetti tutti gli inermi !!”

La morale è che nn esiste nessuna favola, il precariato è una bestia nera che ti assale, è un tumore che ti si insinua addosso e ti indebolisce a tal punto che nn sei capace nemmeno di guardare tuo figlio negli occhi xchè sai di nn poter esaudire i suoi desideri, xché anche se ci provi, combatti, ti fai valere…la tua voce è troppo flebile. La mancanza di lavoro ti debilita, ti rende piccolo e fragile, ti rende nullo… Nn giudicate i gesti estremi abbiate solo pietà x chi si è sentito annegare e nn é riuscito a galleggiare nel mare di merda che ci circonda rip g”.

Io credo che sia giunto il momento di fare un elogio alla sofferenza.
Son sincero, non ne posso più della retorica trionfalistica e speranzosa che spesso leggo in tanti interventi, riflessioni, analisi, spunti di persone o associazioni di sinistra o che tali si professano. Oggi voglio fare il guastafeste, fare quella cosa che è quasi un tabù, perché bisogna mostrarsi uniti, forti, mai sfiduciati. Voglio sdoganarci e dirlo, finalmente.

Voglio dire che noi
siamo il popolo degli sconfitti, i perdenti della storia.
Siamo il popolo che muore di fame, perché la speranza non si mangia.
Siamo il popolo dell’ISEE che ci fa bestemmiare.
Siamo il popolo del lavoro nero, della vita grigia, del futuro color merda.
Siamo il popolo che vede più prospettiva in un salto nel vuoto.
Siamo il popolo dei sofferenti.

Ma in tutta questa tragedia non mi scordo mai di una cosa, una consapevolezza fondamentale: il mondo è diviso, consapevolmente diviso, volutamente diviso. Tra gli oppressori e gli oppressi, tra gli sfruttatori e gli sfruttati. E allora voglio che noi perdenti ci riappropriamo di quello che è nostro, anche di ciò che è orribile: la sofferenza. Non siamo tutti sulla stessa barca. 

La mia non vuole essere una conclusione che vede già in lontananza il sol dell’avvenir. Non c’è niente che mi ispiri fiducia nell’essere consapevoli che basta un passo falso e siamo tutti morti. Però dico solo che a un certo punto la sofferenza non si sopporta più. E ve la rilanceremo tutta addosso, con gli interessi. E con piacere”.

È pesante leggere certe cose, pesante perché sono cose vere che viviamo tutti, in realtà n questi casi bisognerebbe ringraziare la persona che è riuscita a mettere nero su bianco varie angoscie e paure che c si portava collettivamente dentro. E in realtà dovrei ringraziarti. Ma per sensibilità mia dopo averlo, dopo essermi ricordato di norman, mi è calata una tristezza devastante, e mi sento fuori luogo a dirti “grazie per sta mazzata nei denti””

Io ho 29 anni. Sono uno di quelli che “ce l’ha fatta”. Sono un farmacista e ho un contratto d’apprendistato. E comunque prima di trovare lavoro in farmacia ho passato 3 mesi a fare colloqui. Mi sono girato tutta Roma, Ostia e Latina. Finché un bel giorno un titolare mi dice che mi fa un contratto d’apprendistato. però ho bisogno che tu mi lavori 12 ore al giorno 7 giorni su 7 perché il mestiere del farmacista ti entri nel sangue”. Ho fatto 6 mesi di stage in un’azienda farmaceutica dalla quale mi hanno buttato fuori con la semplice spiegazione: “non ci sono posti.” E allora perché mi avete fatto lo stage? E quindi mi sono ritrovato ad avere perso poi di 6 mesi a fare un lavoro che in farmacia non vale come esperienza. Fortunatamente un mese dopo ho trovato lavoro nella farmacia dove lavoro ancora oggi e la dottoressa con me si comporta quasi come una mamma. Vivo in una casa che mi è stata regalata dai miei genitori. Ho un’indipendenza economica che mi permette di avere per il momento la dignità tanto inseguita da Gennaro. I miei genitori sono sempre molto preoccupati per il mio futuro, ma non capiscono quanto io sia fortunato. Io capisco l’importanza di questa fortuna perché la mia vera passione è la musica. Una passione che coltivo da quando ero bambino. Ho studiato 10 anni al conservatorio di Santa Cecilia a Roma e ho studiato 2 anni di jazz in una scuola privata. Attualmente oltre al lavoro ho 5 gruppi musicali. 5 gruppi in cui metto tutta la mia passione e tutta la mia voglia di emergere, in un panorama musicale molto competitivo, ma privo di soddisfazioni e di possibilità di emergere se non si è figli d’arte o parenti di artisti già affermati. In un panorama musicale dettato dai gestori dei locali che ti pagano solo se “je porti laggente” (si vede che sono di Roma) e da un consumismo sempre meno musicale ma più d’immagine. E questo è un problema non solo italiano ma del mondo d’oggi. Basta vedere una grandissima cantante jazz come Lady Gaga, che per farsi strada ha dovuto fare la lesbicona provocante in stile madonna per dimostrare la sua bravura come artista. In un mondo dove se non fai spettacolo facendo la zoccola non sei nessuno. E per me fare il farmacista è come per un laureato in filosofia lavorare in un mcDonald’s. Ho tanti amici laureati che sono scappati in giro per il mondo. Hanno dovuto dire addio agli amici, alle proprie famiglie, ad una bellissima terra come l’Italia, per andare a lavorare in luoghi spesso tristi e molto diversi solo perché lì avevano una possibilità. Conosco tante persone come Norman e Gennaro che ammiro moltissimo. Magari quelli che conosco io ancora riescono a stento a andare avanti. E capisco anche la loro invidia nei miei confronti. Ma non smetterò mai di ammirarli. E ammiro ancora di più te che ne parli. Perché quando in tv e nei giornali si parla di precarietà e di mancanza di lavoro se ne parla come dell’estinzione dei pinguini o del buco dell’ozono. Si da spesso la colpa ai “ggiovani” perché la colpa è soltanto loro. Perché hanno scelto il sogno sbagliato. Perché non pensano ai soldi. O ancora peggio i soldi neanche ce li hanno e non sanno come rifornirsene se non spacciando o lavorando in nero. Tu hai tirato fuori il male di vivere che caratterizza la nostra generazione. Una generazione che viene spesso messa in mostra sui giornali perché preferisce drogarsi, ubriacarsi per strada, distruggere le vetrine delle banche e incendiare macchine. Perché quelli sono solo atti di disperazione. Perché siamo una generazione che non ha niente da perdere né niente da guadagnare. Per questo ho sentito il bisogno di scriverti senza sapere neanche chi sei se non dai tuoi blog”.

Questo non è un articolo, è un atto d’accusa.

Accusa alla vita che ci avete cucito addosso, che ha la pesantezza di un bara.
Accusa al baratro della precarietà.

Un giorno, quei nomi e cognomi, pagheranno caro e pagheranno tutto questo.”

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