Sempre lo stesso smalto

gigante fortezzaQuesta estate non finisce mai. Penso che è la prima volta da almeno dieci anni che passo l’intero agosto a Napoli, senza che ci sia la prospettiva di un’alternativa qualunque a infinite giornate in cui i minuti scorrono con il ritmo monotono delle pale del ventilatore. Potrei approfittare per fare moltissime cose, molte delle quali caratterizzate anche da quella che potremmo definire una certa urgenza, ma agosto è una dimensione troppo particolare per cui non puoi immaginarla solo come tempo, e quindi non puoi riempire quel tempo come riempiresti qualsiasi altro tempo.

È questo che sto scoprendo in questa interminabile sequela di ore, che scandisco blandamente giorno e notte da quelle che sembrano molte di più, ma che in realtà sono solo due settimane: agosto è una dimensione. L’estate è una dimensione. Se uno deve scrivere un romanzo secondo me deve valutare l’idea che ogni estate è in realtà potenzialmente un romanzo anche solo presa in sé, perché è una dimensione. È un fatto che è difficile da spiegare ma facile da capire. L’estate è la dimensione in cui il tempo si arrotola su se stesso e non scorre in maniera lineare ma comincia a costituire vortici, spirali. Il tempo si anima e prova a comunicare, e comunica di spazio, di possibilità e impossibilità, ti tiene sospeso ma non si sospende e ti guarda beffardo quando riesci a entrare nel gioco, a stare sospeso, e ti frega e ti riporta sulla terra deridendo il tuo aver scambiato un’illusione per una possibilità.

Agosto è così, e agosto in questo periodo è maledettamente Napoli. È maledettamente il luogo fisico più bello del mondo e il concetto stesso di nostalgia. È questa maledetta saudade d’agosto che sta guidando ragionamenti improbabili e funambolici che provano a sbirciare il fondo di questa pagina bianca per vedere dove arriveranno. È questa nostalgia che è un po’ malinconia, è un po’ agosto e un po’ Napoli ma non Napoli questa qua. Un’altra Napoli. Una Napoli di quando ci stavano un sacco di cose e molte altre non c’erano ancora. Una Napoli da 184 delle 23 il sabato sera, dai capelli lunghissimi e lasciati sempre lisci e sciolti, una Napoli da mattinate assolate a leggere nel cortile del Chiostro di Santa Chiara e fidanzati improbabili che mi scattavano foto artistiche sul terrazzo di Castel dell’Ovo. Napoli che la Feltrinelli era un’uscita pomeridiana, Napoli che pure se ci stavano le auto sul lungomare ci stavi lo stesso, Napoli che la radice di un albero era il posto su cui stare a divorare romanzi. La Napoli assolata e amata, che quando ci cammini te la senti dentro piuttosto che sentirti dentro di lei. L’altro giorno ho capito che mi mancava quella Napoli, che l’amore oggettivato e contemplato è un conto, ma quella era un’altra cosa, quando Napoli ero io e il mio modo di attraversarla e sentirmela dentro. Ho camminato per le strade della mia adolescenza ricordando le sensazioni che provavo quando guardavo quel determinato angolo di strada familiare, che era familiare pure se non ci era successo niente mai, perché familiare era il modo in cui io lo guardavo e perché in realtà non stavo guardando un determinato angolo di strada, ma chi ero io quando passavo quell’angolo di strada là.

Questa invece è una cosa che è difficile da spiegare ma pure da capire: il punto è che stavo cercando Napoli e poi ho ritrovato me, ma non nel senso che ho ritrovato me stessa quanto nel senso che ho ritrovato una me di un tempo diverso, lontanissimo, in cui ero sempre questa qui, ma tenevo un sacco di possibilità e un sacco di sensazioni, e conoscevo un sacco di gente e non ne conoscevo molta altra, e mi sono accorta di quante cose siano cambiate, e quante scelte ho fatto e quante non ne ho fatte, e come ho fatto a costruire tutto quel percorso che da quell’angolo di strada ha fatto mille giri per riportarmi a quello stesso angolo di strada, con cosa ho costruito quella strada e quali sassi ho fatto bene e quali no a scegliere.

Mo praticamente mi stavo sentendo un po’ di musica deprimente e mi sono ritrovata a cantare Valvonauta e ridere, per dire. Poi è arrivato a tradimento Zeta Reticoli e ho pensato che, nonostante tutto, conservo di nascosto sempre lo stesso smalto.

Mi sono messa a ridere pensando a ‘sto fatto, e ho iniziato a scrivere sto papiello senza senso.

Chissà dove arrivo a fine pagina.

Chissà dove arrivo a fine agosto.


mare

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in blog. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Sempre lo stesso smalto

  1. loscalzo1979 ha detto:

    Buone Vacanze 🙂

    Mi piace

  2. napolimalafemmena ha detto:

    Penso che questo post sia azzeccatissimo perchè anche io sto vivendo le stesse sensazioni in questo mese di Agosto che sembra interminabili. Sono un paio di anni che mi godo d’estate una Napoli nostalgica e desolata, ma allo stesso tempo più bella e affascinante che mai. Sai anche io desidererei una Napoli passata piuttosto che futura, una Napoli spacciata e non arrendevole come quella di oggi. Un abbraccio e godi finchè puoi queste ultime settimane di Agosto.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...