Della nostra innocenza perduta

11018357_740760339356230_1491354321_nNon si parla di nient’altro in questi giorni. Un ragazzo di diciassette anni è stato ammazzato brutalmente durante un raid, una vera e propria sparata di cazzo, a opera di qualcuno che probabilmente è un suo coetaneo o quasi, e il dolore di una morte così insensata è tale che ha animato un quartiere, un pezzo di città, ma un pezzo non geografico: un pezzo di persone. Tutti quelli che quella morte se la sentono addosso, tutti quelli che trovano insensato, e folle e sbagliato, tremendamente sbagliato, si possano sollevare obiezioni di innocenza parlando di un ragazzino che muore.

A diciassette anni uno dovrebbe fare un sacco di cose. Dovrebbe andare a scuola, uscire con gli amici, avere le sue prime sbronze, fumare di nascosto, fare tardi e sentirsi dire che casa sua non è un albergo, andare in vacanza da solo, stare male per stupidaggini e pensare siano questioni cruciali. A diciassette anni uno dovrebbe fare un sacco di cose ma se c’è una cosa che proprio non dovrebbe fare, invece, è morire per un proiettile in una notte di settembre.

E invece Genny è morto proprio così, senza un senso, senza una ragione, perché uno a diciassette anni deve pure mettere in conto che si può morire così, “tarallucci e vino”.

E invece no, nessuno dovrebbe metterlo in conto mai e nessuno dovrebbe metterlo in conto a diciassette anni. E nessuno dovrebbe pensare di poter avanzare obiezioni morali o legalitarie su come si vive e sulle fedine penali dei diciassettenni.

Il punto è che qua nessuno è innocente, e siamo tutti innocenti. Della vostra innocenza non sappiamo veramente cosa farcene, a nessuno servono medagliette di purezza da appuntarsi al petto: se qualcuno ancora ragiona in termini di colpevolezza e innocenza in una città in cui i ragazzini vanno in giro armati a sparare a cose e persone evidentemente non ha idea del posto in cui si trova. I figli di Napoli si stanno ammazzando e stanno rovinando innanzitutto le proprie vite, stanno cercando risposte che non troveranno nel piombo, nella sopraffazione, nei soldi facili – e non sono nemmeno tanti, banalmente – in un’immagine di se stessi come piccoli re di pezzi di terra che nessuno vuole.

Non sono innocenti ma non nel senso legalitario in cui si sta ponendo la questione. L’innocenza l’hanno persa prima, l’hanno persa in una città che non offre prospettive, in pezzi di terra di nessuno, in cui la legge è chi decide di esserlo e si impone per esserlo, l’hanno persa nell’abbandono, l’hanno persa quando hanno perso il diritto di giocare per strada senza dover dimostrare di essere i più forti, di poterci stare, l’hanno persa perché nessuno gli ha mai concesso il diritto ad averla.

È ipocrita guardare le fedine penali dei figli rinnegati di Napoli dopo che sono morti o dopo che sono stati armati, è sbagliato, tremendamente sbagliato, tracciare una linea di gesso su una lavagna e distinguere i buoni e i cattivi, i meritevoli e i rifiuti umani. È colpevole, più di tutto, colpevole, cercare innocenze vuote nei quartieri in cui nemmeno il sole entra, di giorno, figuriamoci chi dovrebbe tutelarli.

Nessuno pretende che questo ragionamento sia compreso, nessuno ritiene che si possa spiegare un pezzo di mondo che alcuni non vedono, molti non guardano, e tantissimi ignorano e basta. Non c’è bisogno di spiegarlo perché, se c’è bisogno di spiegarlo, non ha senso parlarne. Ma c’è un fatto. C’è il fatto che venerdì mattina siamo andati al funerale di un ragazzo di diciassette anni e questo funerale è stato celebrato quasi di nascosto, di prima mattina, perché non creasse problemi. C’è il fatto che un ragazzino di diciassette anni prima è stato ammazzato senza senso in una notte di settembre, poi ha subito un processo mediatico dovuto a un paio di stronzate da scugnizzo che ha fatto nel corso della sua brevissima vita, e poi non si è nemmeno meritato la dignità di un funerale che sbattesse in faccia a quanti non vogliono vedere che semplicemente è tutto insensato.

E allora non c’è niente, veramente niente da spiegare o da capire: c’è solo un fatto da vedere, che abbiamo tutti quanti davanti. Ed è un fatto che fa schifo.

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