Ricordare Siani. C’è chi può e chi non può

giancarlo_sianiChe senso ha ricordare Siani a trent’anni dalla sua morte se il giorno prima e il giorno dopo riempi le colonne del tuo giornale dei volti e delle storie di quegli stessi ragazzini, quei muschilli che raccontava, senza averne capito nulla?

Che senso ha omaggiare, celebrare, commemorare, se non preservare la dimenticanza di una lezione preziosa? La memoria e l’oblio si confondono nella celebrazione per la celebrazione, fine a se stessa, sterile: una medaglia appuntata al petto.

E così succede che un ragazzo di trent’anni viene ammazzato perché capisce che la camorra non è chi con la camorra si arricchisce, ma che chi si arricchisce con la camorra lo fa sulla pelle di un esercito di soldati semplici, a loro modo indifesi, senza schemi né schermi. Che sono le prime vittime. E li racconta, e per questo, perché riesce a capire questo, ma senza abbandonarsi a condanne e moralismi, piuttosto denunciando un meccanismo perverso che sovrappone le figure dei soldati semplici e delle vittime, muore.

Succede questo, e succede che dopo trent’anni quel ragazzo viene ricordato ma il giorno prima e il giorno dopo quegli stessi ragazzini “con precedenti penali”, “di ambienti strani”, “con frequentazioni pericolose”, quegli stessi ragazzini coi motorini veloci e gli occhi attenti, sono condannati senza appello dall’agone mediatico, meritano di fare la brutta fine che poi effettivamente fanno.

C’è da chiedersi veramente se e quanto può essere utile ricordare un giornalista come Giancarlo Siani a trent’anni dal suo omicidio, se abbia un senso o sia solo vuota celebrazione, quasi offensiva, in un periodo in cui un giorno sì e l’altro pure siamo costretti a leggere di biografie lombrosiane e antropologie d’accatto per raccontare il dramma di una città che sta sacrificando un’intera generazione di ragazzini, colpevoli, a quanto pare, del posto in cui sono nati, dei contesti da cui provengono, dei sogni che non hanno avuto.

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