Le quattro giornate di Napoli e i fascisti in città

scugniTra il 27 e il 30 di settembre del ’43 le strade e i vicoli di Napoli pullulavano di vita, erano animati e animosi e imperversava la rivolta di una città che, provata da secoli di subalternità, decideva che per una volta era troppo e si armava per cacciare l’invasore. “Le quattro giornate di Napoli” sono state uno dei momenti più belli e intensi della storia di questa città, così piene di riscatto e così realmente popolari, da aver lasciato una traccia indelebile in tutti i napoletani che ne conoscono la storia. La città si ribellò all’occupazione nazista e diede il via a quel moto popolare, a quell’onda di insofferenza e rivolta che portò gran parte del paese a liberarsi ben prima della venuta degli Alleati. Napoli ne va molto fiera, ci mancherebbe altro. E ogni anno se ne festeggia l’anniversario.

Al civico 169 di Via Foria c’è un portone che o è sempre chiuso, o è presidiato da energumeni e un dispiegamento eccessivo di forze dell’ordine. È la sede di Casapound, un’organizzazione neofascista che esiste in città da anni e che da anni prova, invano, a radicare e costruire delle basi nei quartieri, restando sempre invece relegata a uno sparuto gruppo di nostalgici figlio biologici o d’arte di storici fascisti della città. Anche quel posto è legato strettamente alla storia dei fascisti napoletani: era la sede della Berta, la sezione napoletana dell’MSI. Proprio in quella zona, nel ’75, durante i festeggiamenti per la vittoria della giunta Valenzi, un paio di idioti decisero di riversare la propria frustrazione per la vittoria di un’amministrazione rossa lanciando molotov sul corteo festante. Una delle bottiglie incendiarie si infilò direttamente nel tettuccio di una Fiat 500. A guidarla era una ragazza di ventun’anni, Iolanda Palladino. Dopo quattro giorni, con ustioni che le coprivano l’ottanta per cento del corpo, morì.

Quest’anno, il 21 giugno, è stato il quarantesimo anno dal suo assassinio insensato e folle e, per questa ragione, durante il corteo del 25 aprile gli attivisti napoletani avevano deciso di onorare la ragazza, ricordarla, ripescandone il nome tra quelli che al massimo una volta l’anno vengono tirati fuori per un cerimoniale distratto, e incidendolo su una targa. Durante il corteo si è affissa la targa proprio nel luogo in cui è stata ammazzata. «In memo­ria di Iolanda Pal­la­dino uccisa dalla vio­lenza fasci­sta il 21 giu­gno 1975», diceva. Niente di più e niente di meno di quello che è accaduto. Ma scomoda a qualcuno, le cui mani vigliacche hanno rimosso la targa poche ore dopo, nel silenzio generale. Gli antifascisti non ci sono stati e, qualche giorno dopo, hanno apposto nuovamente una seconda targa. Sparita anch’essa. Il 21 giugno, durante le commemorazioni per l’anniversario della morte di Iolanda, il Comune ha omaggiato la ragazza con una corona di fiori sul luogo, ma la targa non è più tornata. Le è stata dedicata una strada, è vero, “Larghetto Sant’Antonio Abate”, ma il punto in cui Iolanda è morta, in cui è stata ammazzata, non ne conserva la memoria perché i suoi assassini, o chi in loro nome agisce, non ne gradiscono l’idea.

E allora forse è importante che Napoli celebri il ricordo delle sue Quattro gloriose Giornate, ma è allo stesso modo e più importante che la città si renda assolutamente indisponibile a ospitare, sulle stesse strade della più grande rivolta popolare del tempo, chi prova a tutti i costi a restaurare l’immagine del fascismo e a fare presa sulle nuove generazioni. Come Casapound o Blocco Studentesco (sua appendice di studenti), che, nei giorni scorsi, ha affisso nell’Università L’Orientale degli striscioni per protestare contro la decisione dell’ateneo di indire corsi di italiano gratuiti per stranieri. Iniziativa estemporanea, come tutte quelle del nucleo fascista in città, che non ha avuto presa né interesse da parte di nessuno. Ma non per questo da ignorare. Questi stanno qua, esistono, sono in mezzo a noi. Ha senso fare le cerimonie in ricordo delle Quattro Giornate alla luce del sole, se poi i fascisti di notte, come le blatte, escono e attaccano striscioni e strappano targhe?

Non avrebbe maggiore senso uscire dalle celebrazioni rituali e provare a contestualizzare l’esaltazione dell’anima antifascista della città, ponendo una serie di questioni? Perché da anni ogni volta che c’è una perquisizione vengono reperiti armi e strumenti di offesa in quella sede, ma nessuno dice niente? Perché la sede dell’unica forza di estrema destra in città è costantemente presidiata dalle camionette di Polizia e Carabinieri? Chi li paga e perché meritano queste scorte? Che senso ha siano sempre sotto tutela, alla luce del fatto che ogni volta che un attivista di sinistra cammina per Via Foria rischia di essere accerchiato e picchiato, perché sta attraversando un pezzo di terra di cui credono di detenere la proprietà? A chi appartiene Via Foria, se lungo la strada che l’ha ammazzata, una vittima del fascismo non può nemmeno godere del ricordo della sua morte ingiusta?

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