Non è un altro dannato racconto di guerra

12705186_453955804797371_5591609372823591734_nNella mia città è arrivato il famoso contingente di militari che il governo ci ha mandato perché a quanto pare ci sono troppe poche armi per strada, e sabato scorso noi abbiamo fatto un’assemblea che si chiamava “Scriviamo insieme un pezzo di storia”.

Che relazione hanno queste due cose?

Ci pensavo sabato, mentre andavo emozionata all’assemblea. Ci pensavo mentre camminavo per le strade del centro ed erano talmente belle che mi sono dovuta fermare a fotografarle. Ci pensavo mentre attraversavo la Sanità, e mi facevo togliere il fiato da quella meraviglia nascosta, la piccola perla per occhi indiscreti nel cuore del cuore di Napoli, il Palazzo dello Spagnolo.

Ci pensavo e pensavo che a nostro modo stiamo veramente provando a scrivere un pezzo di storia, e che la faccenda è molto più seria di quanto possa sembrare.

Quando scrivi una storia, devi stare attento. Corri molti, moltissimi rischi.

Quando scrivi, intanto, racconti. E questo è il primo rischio. Può andare a finire che quello che scrivi si cristallizzi, che la tua vita, diventata parole, resti solo quello. Che niente di più di ciò che era vita sopravviva alle parole, che diventi tutto di pietra e smetta di essere.

Quando racconti una storia devi stare bene attento a non renderla un racconto, ma a farla restare storia, vita. Questo perché raccontare ha un senso solo se è un modo di assumere su di te la storia che racconti, che scrivi: tenendola in vita, il più possibile e con tutte le armi che abbiamo. Una storia, da sola, può essere un’arma, se la sai usare.

Il rischio più grande che dobbiamo evitare, mi dicevo, è che scrivendo questa storia la neutralizziamo, la pacifichiamo, ci mettiamo l’anima in pace rendendo la testimonianza una staffetta fine a se stessa. Una testimonianza che non è più esistenza ma liturgia, ricordo, e che non ci possiamo più permettere.

In questa città si ammazza con ferocia ogni giorno, decine di giovani hanno perso la vita negli ultimi mesi e molti potrebbero ancora morire. Pare essere una storia già scritta, di quelle di cui sopra, però. Di quelle che però, visto che sono già scritte, sembrano non esistere nemmeno quando esistono. Non c’è clamore, non c’è spavento, c’è forse qualcosa di vagamente simile a un flebile turbamento. Si ammazza e lo sappiamo, ma lo sappiamo così bene che non ci impressiona più.

A questo dobbiamo stare attenti, mi dicevo sabato. Alla storia che scriviamo, alla storia che raccontiamo, a fare in modo che le nostre parole non diventino lettere morte ma restino storie vive, reali, esistenti qui e adesso. Storie alle quali dobbiamo rendere conto. Non solo quelle dei morti giovanissimi che abbiamo pianto, non solo quelle di chi quelle morti le ha causate. Il pezzo di storia che volevamo e vogliamo scrivere noi è un’altra cosa. Tiene in vita quelle morti, sì. Ma solo nell’unico modo in cui può avere un senso: non tenendo vivo il ricordo ma tenendo vive le morti in sé, non tenendo alta l’attenzione mediatica su questo o quell’episodio ma ricordando e ricordandoci costantemente che siamo nel cuore di una guerra e che questa stessa guerra è nel cuore di un’altra guerra. Non esiste un modo più ingiusto, più neutralizzante, più sbagliato di raccontare questa storia di raccontarla a partire dagli ultimi mesi. La guerra degli ultimi mesi è una battaglia, l’ennesima, di una guerra più grande che si sta mangiando la nostra terra da decenni, secoli. La guerra feudale al controllo del territorio che non vede contrapposti buoni e cattivi ma guarda attonita un nemico sorgere dalle ceneri del suo aggredito, come un tumore, il nostro male ce lo portiamo dentro e non siamo in grado di combatterlo perché sta da tutte le parti e sta innanzitutto dentro di noi. Non dentro di me o di chi ho intorno. Nemmeno dentro di chi spara, uccide, spaccia. Oserei dire che non sta nemmeno dentro quelli che si arricchiscono, che con questa roba ci fanno i soldi veri, e le cui facce non vedremo mai. Sta dentro la storia delle relazioni tra noi e loro, dentro la storia di una terra martoriata, sfruttata, sempre esausta ma sempre rinvigorita. Dentro la storia di una terra che non ha mai visto investimenti reali, dentro la storia di una terra che è sempre stata amministrata come un fottuto feudo e che da istituzioni lontane e vicine ha visto sempre e solo clamorose, fragorose, plateali prese per il culo. Accanto a vere e proprie razzie. Ci hanno spolpati, ci hanno dissanguati, hanno creato le condizioni di esistenza del mostro e l’hanno nutrito ogni giorno, per decenni, secoli, mentre fingevano di combatterlo. Lo hanno ingozzato mentre si ingozzavano, con il bottino delle razzie che venivano a fare nelle nostre case, lasciandoci a stecchetto: noi, le briciole e cocc tazzulella e cafè. Lo hanno ingozzato mentre si ingozzavano perché erano loro il mostro, perché nessuno combatte mai veramente contro se stesso e quindi per decenni, secoli, ci hanno riservato enormi, plateali prese per il culo.

È questa qua la storia che dobbiamo raccontare, è questa qua la storia che vogliamo raccontare, è questa qua la storia che abbiamo provato a scrivere sabato, quando ci siamo messi in assemblea e abbiamo discusso di scuola, di lavoro, di diritti. Del bottino che ci hanno rubato. Abbiamo trovato la strada più intelligente per raccontare la nostra storia, l’unico modo in cui era possibile che restasse storia e non diventasse, meramente, racconto.

E mentre noi stiamo a fare questo, mentre noi raccontiamo storie rendendole carne viva, asce di guerra da disseppellire, il mostro ci osserva beffardo e decide di prendere parte al grande show, di fare la sua parte pure lui.

E mentre noi fatichiamo per trovare un modo per tenere in vita la storia, mentre ci attacchiamo con le unghie e con i denti al suo corpo martoriato perché resti viva, ci siamo ritrovati le strade invase di Big Jim con tanto di mitra in bella mostra, ragazzini confusi dagli sguardi alteri che girano per la città a fare non si sa bene cosa, a fare la loro parte da comparse affinché il grande show, lo spettacolo sempreverde e sempre efficace della guerra, possa andare avanti.

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2 risposte a Non è un altro dannato racconto di guerra

  1. cuozzomartino ha detto:

    Lacrime di rabbia
    Non c’è che carita e chiarezza
    Lacrime distanti
    Schiattate in corpo,di una sofferenza vecchia di generazioni
    È il momento di far scorrere
    Sangue di biro nere
    E lacrime d’inchiostro
    Per quattro giornate nuove

    Mi piace

  2. Pingback: ESERCITO A NAPOLI / Una riflessione dal blog Errecinque | Identità Insorgenti

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