Le domeniche a Via Po

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Agorà. Informazione all’italiana.

Sono le quattro del pomeriggio di domenica.

Sono in sede attaccata a questo computer che è diventata una mia appendice da inizio marzo e tendenzialmente lo resterà fino a fine mese.
Mi fanno male le gambe, le spalle, la schiena e ho sonno. Le mie occhiaie sono impressionanti e non mi fermo, nel senso proprio che non ho una giornata in cui fisicamente non esco di casa e vado a occuparmi di questa campagna, da almeno venti giorni.
Non è una cosa che mi pesa nella misura in cui so benissimo che tutto ‘sto stress, ‘ste giornate concitate, mai un attimo di tregua, nemmeno il tempo per fare una lavatrice, dedicare diciotto ore al giorno a questa cosa e tutto il resto, sono uno sforzo che vale la pena fare, perché stiamo parlando di una battaglia molto più grande di quella che ci vogliono rappresentare.

Vincere questo referendum non vuol dire soltanto abolire l’abominio giuridico per cui regaliamo a tempo indeterminato un pezzo del nostro paese a delle aziende private che ci fanno profitto, e che fanno profitto pure sulla nostra pelle, per altro.
Vuol dire affermare un principio sacrosanto, e cioè che esiste un altro modo di stare al mondo che non contempli uccidere il pianeta e chi lo abita, che esiste un altro modello di sviluppo e di sviluppo energetico, che si può fare in un’altra maniera e che quest’altra maniera è migliore.
E che tutti quelli che dicono diversamente lo fanno perché hanno da guadagnarci.
Sono state settimane entusiasmanti, ho conosciuto un sacco di gente e imparato un sacco di cose. Settimane di nomi, facce, numeri, dati, storie, fatti di cronaca recenti e remoti, analisi scientifiche e ragionamenti politici, cozze e trivelle, insight e grafiche, slogan e articoli, di striscioni di notte, che di giorno non c’è tempo.
Sono state settimane stancanti, di levatacce e nottate, corse e autobus, metropolitane e poi tram, caffè, anzi litri di bevanda che per colore e convenzione definiremo tale ma sappiamo tutti che non stiamo parlando di quello, di manco il tempo per una telefonata e non sono riuscita a fare un giro in questa città, di pasti saltati e pezzi di pizza che non è pizza, ve lo giuro, sono dannatissimi cracker conditi.
Sono state settimane frustranti, di discussioni e obiezioni, di argomentazioni e ragionamenti, ma soprattutto di senso di impotenza.
Il senso di impotenza di quando sai che stai combattendo contro qualcuno che è enormemente più grande di te e non sto certo parlando di un governo fantoccio burattino di grandi imprese, ma piuttosto delle stesse lobby che c’hanno talmente tanti più mezzi di te che fanno pena a guardare gli strumenti con cui provano, costantemente, a fregarti. Dei dati falsi che usano, e della gente che gli crede senza manco prendersi la briga di verificare. Di geologhe d’assalto che scrivono post qualunquisti e nessuno che guardi tra i rivoli di quei fiumi di parole per vedere che dietro non c’è niente. Di interviste sempre troppo morbide, di giornalisti sempre troppo accomodanti, di premier che parlano solo a una webcam e mai a chi ha qualcosa da dirgli, di un intero apparato mediatico calibrato sempre e solo su un unico obiettivo, che è sempre, dannatamente sempre quello di far vincere il più forte.
Questa roba di questa grafica sarebbe ridicola, se non facesse tanta rabbia. Che tu dici “non è niente, un occhio attento lo vede che la fetta più grande è indicata con la percentuale più piccola, è palese l’inganno” e però lo sai che non è così. Lo sai che è tutto dannatamente studiato, tutto dannatamente fatto apposta per andarti – scusate il francesismo – dritto nel culo e allora ti viene solo da pensare “vaffanculo, sono le quattro del pomeriggio di domenica, io sono in questo ufficio da settimane e ho bisogno di sonno, cibo sano e riposo, però sto qua perché so che per una battaglia del genere ne vale la pena, però questi non giocano ad armi pari, questi imbrogliano e qualsiasi tipo di competizione, così, non vale”.
E ti verrebbe da mandarli tutti a quel paese e basta, ma in fin dei conti ti ritrovi a pensare che una delle ragioni per cui stai qua è per poterli guardare beffarda, alla fine di tutto, e sbattergli in faccia il fatto che l’hai vinta, ‘sta battaglia.
Nonostante l’oscuramento mediatico. Nonostante le bugie. Nonostante il fatto che tu stai in un comitato autofinanziato e loro sono pagati dalle grandi multinazionali che stuprano la tua terra e ammazzano chi la abita. Nonostante tutto.
Perché se la vinciamo, la soddisfazione più grande di tutte è questa.
E’ Davide che batte Golia.
Alla faccia di tutti i prezzolati, incravattati, grassocci o impomatati, arroganti e presuntuosi, che da giorni, settimane, mesi, si sbattono a dire palle per difendere il loro piccolo, squallido, triste, passato pezzo di mondo.
Perché loro non lo sanno, ma sono morti già.
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Una risposta a Le domeniche a Via Po

  1. KnockOut ha detto:

    Saranno anche morti ma come zombie continuano e continueranno a imperversare e a non fare prigionieri
    Battaglia o resa? Guerra o fuga?
    Ci sarà mai un giorno in cui il sole scalda e nutre per davvero e la luna tramonta in orario?

    Mi piace

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