Un’altra storia dalle saittelle

omicidioL’altra sera eravamo a Piazza Bellini a guardare scorrere lente le ore afose che caratterizzano la laconica estate napoletana. Non facevamo niente di che, seduti intorno al solito tavolino tondo di Peppe chiacchieravamo protraendo quello che era partito come un aperitivo per evolversi, come è naturale che sia, in un’uscita serale qualunque.

Come ogni volta che sei là da un paio d’ore, alternavamo discorsi a silenzi, scrutando ogni tanto i dintorni per vedere chi arrivasse, ché tanto una faccia amica ci esce sempre.

E una visita pure l’abbiamo ricevuta: non è arrivata dall’orizzonte ma dal cielo. Una blatta gigante è caduta decidendo che il suo atterraggio dovessero essere le spalle del mio coinquilino, generando panico e urla e un fuggi fuggi generale, fino a che un eroico energumeno si è alzato e ha provveduto ad ammazzarla.

Ci siamo riseduti, cambiando lato del tavolo come se potesse avere un’utilità qualunque non stare seduti dal lato da cui era arrivata, e l’idea che un altro di quegli esseri schifosi potessero di nuovo piombare tra noi ha generato una tensione che ha pure un po’ spento l’atmosfera della serata. Ce ne stavamo con le gambe e i piedi sulle sedie, a guardarci intorno preoccupati. Ogni volta che qualcosa o qualcuno ci sfiorava sussultavamo, ché poteva essere un altro sgradito ospite.

“Si è aperta la stagione delle blatte e del tutti a casa dopo l’aperitivo”, ci siamo detti scherzando.

Perché è effettivamente così. Da ora e per qualche mese questi esseri schifosi verranno fuori dal buio per tormentare le mie angosciate serate estive, per farmi stare sul chi va là e nessuno, rispetto a sta cosa, può farci niente. Ci dobbiamo stare, dobbiamo convivere con l’idea che all’improvviso, dal nulla, uno di quei cosi orribili possa piombarci addosso e l’unica cosa che possiamo fare è non pensarci, e se accade scrollarcelo di dosso.

Di fatti, dopo una decina di minuti la blatta era dimenticata, e noi eravamo di nuovo gioviali intorno al nostro tavolino, incuranti del fatto che non esiste media statistica e che un’altra bestiaccia poteva attaccarci ancora, come era appena accaduto. Che ogni volta non è mai l’ultima. Che c’è sempre un’altra volta.

In questi giorni di risacca da una estenuante campagna elettorale nella mia città è successo un fatto orribile, l’ennesimo. A Ponticelli, durante un agguato di camorra, la sparatoria che voleva ammazzare un boss ha coinvolto e ucciso anche un ragazzo di appena 19 anni. Si chiamava Ciro Colonna, ed è morto senza una ragione e all’improvviso. La cosa che mi fa più schifo è che, mentre scrivo queste parole, esse scorrono via dalle mie dita e si imprimono sulla mia tastiera quasi senza che io ci pensi. “E’ morto senza una ragione e all’improvviso” è una frase che ormai non elaboro nemmeno più, la vomito sui tasti come un riflesso condizionato perché è quasi un anno che la ripeto. Cambiano le facce, di pochissimo le età, cambia quello che facevano nella vita, ma restano due dati inequivocabili. C’è qualcuno, e in genere sono ragazzini, che muore senza ragione e all’improvviso. E quel qualcuno viene da un posto di merda, da un quartiere di periferia o da uno di quelli del centro dove non batte il sole, e non entra niente dall’esterno, dove l’esterno è un’altra città. Quei quartieri che sono Napoli ma un’altra Napoli, quei quartieri che da quando abbiamo guardato il corpo di Genny Cesarano, diciassette anni, crivellato nella Sanità, disteso sull’asfalto, ci hanno costretti a guardarci in faccia e scoprire che il riflesso di Napoli allo specchio non è solo un riflesso, che le due immagini non si possono sovrapporre completamente. Che esistono diverse anime nello stesso corpo, per dirla con Tabucchi.

E allora io vorrei dire qualcosa su Ciro Colonna perché ognuna delle morti di cui ho parlato quest’anno mi ha colpita veramente, ha devastato la mia emotività e ogni volta non riuscivo ad accettare che fosse un’altra volta. Ogni volta cercavo parole, cercavo ragioni, cercavo un modo per dedicare spazio e righe a questi ragazzini che erano morti senza una ragione e all’improvviso, e ogni volta però le parole erano sempre di meno, ne avevo già usate un sacco e per quante parole si potessero trovare le storie di merda erano troppe per dedicare a ognuna di loro, ogni volta, parole diverse.

Non si tratta solo della guerra di camorra. Quando io penso a questi ragazzini, non riesco a non annoverare tra le loro facce anche quella di Davide Bifolco. Mo Davide non lo ha ucciso la camorra, a Davide hanno sparato perché non si è fermato a un posto di blocco e questo, unito al fatto che veniva da un posto di merda, ha decretato la sua morte.

E dopo la sua morte il suo processo e la sua condanna, in uno strano meccanismo di inversione dei passaggi per cui all’esecuzione della pena di morte è seguita la costruzione meccanica, artificiale e artificiose, di eventuali ragioni per infliggergliela. Come se potesse esistere al mondo una sola ragione per ammazzare un ragazzino di sedici anni. O di diciassette, come Genny. O di diciannove, come Ciro. O uno che teneva la mia età e vendeva i calzini per mantenere moglie e i figli, come Maikol. Tutti morti di morte violenta, tutti morti ammazzati due volte per quello schifo di idea che nessuno si toglie dalla testa che se muori in un posto di merda si deve prima capire se te lo sei meritato, e poi, nel caso, dispiacersene. Tutti quanti morti di serie B, dei quali si parla più con tenerezza che con rabbia, ma solo dopo che si è capito se erano puliti e illibati. È un anno che ne scrivo, non ne posso più. Non ho più le parole per raccontare una storia che è mille storie, per dire che mi fa schifo il fatto che non tutti riescano a provare la rabbia cieca e mortificante che provo io e quelli che ho intorno. È un anno che racconto di strade larghe e abbandonate da dio, del cazzo di altarino a Davide Bifolco lungo Viale Traiano, della piazza della Sanità dove Genny ha incontrato la morte, della piazza di Forcella dove hanno deciso che Maikol non dovesse terminare l’anno.

E però l’elenco si è allungato, di nuovo. E ora abbiamo un altro nome, un’altra faccia, un’altra storia, che si conclude sempre allo stesso modo. Ciro aveva diciannove anni e se guardate in giro sul web ci sta una sua fotografia di qualche giorno fa, sul Lungomare, a bere una birra con gli amici. A me sta cosa che lui ha postato una foto su fb di un fatto normalissimo, che avrei potuto fare io e che avrei potuto fotografare io, mi destabilizza e mi fa pensare al selfie che abbiamo pubblicato ieri sera mentre ce ne stavamo a Bellini, che eravamo tutti allegri e avevamo voluto immortalare il momento.

Poteva essere uno qualunque di noi. Poteva essere tranquillamente che invece di caderci una blatta addosso dal cielo, qualcuno di quelli di cui qualcun altro ha decretato la morte ci fosse seduto accanto, e da un momento all’altro la foto di noi sorridenti divenisse il modo in cui i giornali mostravano le facce delle ennesime vittime di questa guerra a perdere.

Poteva essere che invece di una blatta ci piovesse addosso piombo, e tutti quelli intorno a noi si alzassero impanicati e urlanti, che ci fosse un fuggi fuggi generale e che tutti fossero atterriti, mentre i nostri corpi se ne stavano riversi sull’asfalto. E che tutti quelli che avevano assistito o sentito la nostra storia, per qualche giorno stessero atterriti, preoccupati, e si guardassero intorno smarriti sperando non accadesse ancora, fino a che non se ne scordavano e riprendevano la loro vita, fino alla prossima volta. Ché ogni volta non è mai l’ultima. Ché tanto c’è sempre una prossima volta.

Non si tratta di fatalismo, è che lo sappiamo che è così. Se c’è qualcosa che spegne più di tutto le reazioni a ogni morte violenta, nella mia città, è che non sarà l’ultima. Che, come con le blatte, dobbiamo rassegnarci all’idea che quando sono arrivate è troppo tardi per rimediare. Che dovevi pensarci prima, e che ora devi aspettare che vadano via perché nessuno può farci niente: devi convivere con l’idea che all’improvviso ti trovi in mezzo al panico e che, se vieni da un posto di merda e se frequenti quel posto, può accaderti di essere destinatario di un proiettile che non era per te, o che forse era pure per te perché la tua storia di vita ti ha fatto trovare in mezzo a una guerra in cui gli eserciti di entrambi gli schieramenti muoiono, e i generali di entrambi vincono, insieme, con le loro giacche gessate o i loro colletti bianchi. L’unica cosa che puoi fare tu è non pensarci, e se ti accade qualcosa quelli attorno a te devono aspettare che gli passi il magone, e scrollarsi di dosso la tua storia. Perché è questo quello che accade. È un anno che la storia si ripete e si ripete sempre in tragedia, e noi non possiamo fare niente perché non è quando le blatte sono arrivate che puoi rimediare. Devi rimediare prima, devi fare una bonifica prima che nascano, devi rendere i luoghi che esse vivono dei luoghi in cui esse non abbiano lo spazio e il modo per nascere e svilupparsi.

Chi conosce le periferie della nostra città sa di cosa sto parlando. Chi conosce i casermoni o le palazzine basse e fitte, quelle enormi lingue d’asfalto che potrebbero portare ovunque e invece non portano da nessuna parte, sa di cosa sto parlando. Il giorno delle elezioni mi trovavo a Scampia a girare e i seggi e stavo con una compagna che viene da un altro bel posto di merda, il Rione Traiano. Si guardava intorno e io le indicavo, scherzando, le brutture del quartiere e tra il serio e lo scherzo ci dicevamo cose che ci diciamo da sempre. Che non esiste nessuna estetica delle periferie, che non c’è niente di romantico in quei posti di merda, che sono oggettivamente brutte e che pure noi, che schifiamo i vomeresi, vorremmo le palazzine Liberty nei nostri rioni. A un certo punto, parlando della bruttezza che tenevamo attorno, lei mi ha detto: “Ma po’ so’ tutt’ e stesse Cantalì. So’ tutte quante o cesso’ tale e quale. Sti’ cazz e strad enormi comm’e schifo”.

Ecco, fino a che i posti da cui veniamo saranno solo strade giganti che non vanno da nessuna parte, palazzi ciechi e muti che si accendono solo di sera che torni a casa, ceni e vai a letto, fino a che i posti da cui veniamo saranno brutti, sporchi e scassati, stupirsi per le nostre morti senza ragioni e improvvise sarà ipocrita, perché sarete voi ad averci condannati a morte.

Ciro Colonna teneva 19 anni, stava per strada nel suo bel quartiere di merda ed è morto per questo. E per questo si è detto, un’altra volta, di lui, che si deve capire bene chi era e cosa faceva prima di trovare inaccettabile la sua morte. E sapete perché? Perché se la faceva in un circoletto dove se la faceva pure certa gente di merda, e quindi bisogna capire. Giustamente, il ragazzo teneva da scegliere, la sera. Doveva capire se andarsene al cinema, a teatro, a guardare i panorami di Ponticelli o se buttare le serate dentro un circoletto a trovare la compagnia. E per questa ragione bisogna capire bene prima di dire che la sua morte è inaccettabile.

Ciro Colonna teneva 19 anni e non era mai andato oltre il primo anno di superiori, per sua scelta. Si è fatto bocciare fino alla fine dell’obbligo scolastico, e poi si è ritirato. Per scelta, non ha voluto studiare. “Tanto vengo dal Lotto Zero” diceva. E quindi non aveva senso studiare, era una perdita di tempo. Futuro non ne poteva tenere, quindi meglio costruirselo altrove e mettersi a faticare. Che il futuro di chi va a scuola è quello dei privilegiati: per quelli che vengono da un posto di merda non ci sta il futuro come qualcosa di lontano da costruire, ci sta solo un presente che ti sta addosso e che ti devi muovere a prendere di faccia, che tanto non si scappa. Non mi sto inventando niente, non sto raccontando una storia patetica. I suoi insegnanti raccontano di un ragazzo che si era rassegnato all’idea che qualcun altro ci ha cucito addosso, che se vieni da un posto di merda non puoi sognare, è una perdita di tempo. E che poi diventa che se vieni da un posto di merda puoi pure morire così, all’improvviso e senza una ragione. E si deve capire se te lo meritavi o no.

E io, che pure vengo da un posto di merda come Ciro, come Maikol, come Genny, come Davide, e che mo tengo la mia bella casa al centro storico e la sera invece degli agguati dei proiettili devo stare attenta a quelli delle blatte, io che mi sono diplomata e laureata, che ho fatto le esperienze e mi sono letta i libri, io che cito Tabucchi, io che però lo so di che sto parlando, oggi mi metto doppiamente scuorno.

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5 risposte a Un’altra storia dalle saittelle

  1. pippo ha detto:

    bel post. anche io vengo da un posto di merda e non vedo speranza. La scelta di decretare la “merdosità” di un posto deriva dalle scelte urbanistiche e sociali, fatte 40-50 anni fa. Punto!

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  2. ghirigoro ha detto:

    schifare i vomeresi fa parte di quella serie di cose che fanno assai ‘popolo io sto con te non mi piacciono i borghesi’. fa assai demagogue chic.

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  3. Vix ha detto:

    Ciao, ti ho nominato per i Liebster Award. Ecco il link
    https://vixlarox.wordpress.com/2016/07/08/liebster-award/

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