Làb-uso ovvero: avete costruito una società infame e l’avete chiamata sicura

1È interessante questa nozione di “abusivo” di cui vi riempite la bocca, di cui fate “abuso” da un paio di giorni a questa parte.

“Quell’occupazione è abusiva”

“Quegli allacci sono abusivi”

E’ molto interessante, al punto che adesso ci mettiamo a fare un bel gioco con le paraetimologie del termine.

Abuso, da ab-usus, da ab-utor, dove utor sta per “utilizzare” e “ab” una preposizione latina che indica un moto da luogo, un allontanamento.

Un ab-uso, detto in termini molto profani, è un utilizzo di qualcosa in maniera anomala rispetto alla sua funzione.

La nozione però è peggiorativa, seppure questo significato, preso alla lettera, potrebbe non implicarlo necessariamente. In realtà lo fa, ma facciamo finta che no.

Con lo stesso cucchiaio, per fare una citazione dotta, posso zuccherare il mio thè o squagliare la mia eroina. In quel caso sto utilizzando il cucchiaio per una funzione che non è la sua propria e, volendo attenerci al codice morale cui risponde la nostra società, anche per una funzione peggiorativa.

Non sempre, tuttavia, è così. Ci sono decine di tutorial, tra i video di Facebook, che illustrano come si possono utilizzare oggetti del quotidiano con tutte altre funzioni rispetto alle originarie, e sono tutte utilissime.

Con una gruccia si possono fare una cosa come 15 orpelli, una cannuccia può diventare un porta shampoo da viaggio.

E così via.

Si tratta di utilizzi lontani da quelli originari, ma non peggiorativi. Semmai alternativi.

Quelli, sono abusi simpatici, ben vengano quegli abusi.

Allo stesso modo, posso trattare qualunque nozione, oggetto, struttura. Posso distinguere tra gli abusi di qualunque cosa.

Tipo, una caserma è un luogo di ordine e disciplina. La storia più o meno recente del nostro Paese ci insegna che, nella maggior parte dei casi, volenti o nolenti, d’accordo o meno, le caserme sono stati luoghi di dolore. Anche il più ligio al dovere, anche il più integerrimo e legalitario dei cittadini non si sentirebbe di andare a passare la Pasquetta in caserma, per dire. Sono luoghi che stanno là, che per alcuni sono più indispensabili che per altri ma che ci vuole una buona dose di disadattamento per avere in simpatia nella vita.

Rendere un posto una caserma, significa destinarlo a un uso. Ogni luogo è di per sé neutro, è uno spazio, e la sua destinazione d’uso implica quello che poi quel luogo diviene.

Se io prendo uno spazio x, per esempio, e cambio la sua destinazione d’uso, ne sto oggettivamente facendo un abuso.

Se il mio spazio x è un luogo in cui, per definizione, si nega la libertà di qualcuno – ciò a prescindere da qualsivoglia giudizio di merito, è un ragionamento astratto – e lo faccio divenire uno spazio in cui liberamente chiunque può fare più o meno quel che vuole, diviene oggettivamente un abuso migliorativo.

Se prendo un luogo che era destinato alla fruizione di pochi, la maggior parte dei quali ci sta dentro malvolentieri, e lo trasformo in un luogo in cui può andare chiunque e fare quello che gli pare, e in cui molta gente vuole andare, sto oggettivamente facendo un buon abuso di quel luogo.

Contemporaneamente, io posso fare ab-uso di una mia funzione. Posso decidere per esempio che la mia funzione di assicurare ordine e disciplina sia letterale, e che tutti gli strumenti che ho a disposizione possano essere utilizzati in tutti i modi che mi vengono in mente.

Posso decidere di impugnare un manganello in una maniera o in un’altra, e scegliere quindi se farne uso o abuso. Il curioso caso che questa scelta che appare così banale renda quell’oggetto più o meno doloroso, dovrebbe però essere sufficiente a stabilire che tipo di abuso ne sto facendo, se migliorativo o peggiorativo.

Ma posso anche fare altro, nell’abuso delle mie funzioni.

Posso decidere che se qualcuno sta seduto a terra davanti a me e non ha intenzione di muoversi, e io ho l’ordine di farlo muovere, provo a trascinarlo via fino a quando non ci riesco o uno dei due non si stanca.

Oppure posso decidere di picchiarlo e costringerlo ad alzarsi.

Anche questo è un abuso.

Ma se la nozione di abuso, presa alla lettera, può essere interpretata in maniera quasi neutrale, che ne è delle valutazioni sulle singole azioni? Come faccio a stabilire se una cosa è giusta o sbagliata, allora?

Io, mi rendo conto, vivo il forte limite di essere una persona comunista. Il che può essere condivisibile o meno, però nella vita mi ha insegnato che ci sono una serie di nozioni in virtù delle quali leggere il mondo.

Tipo, che tutti dovrebbero essere messi nelle stesse condizioni di accesso a qualunque cosa, ma che in effetti non è così.

Ora, se io posso picchiare qualcuno, e qualcuno non può picchiare me perché la pagherebbe molto di più di quanto la pagherò io, nel mio sistema di valori c’è qualcosa che non va.

E se io approfitto di questa cosa, perché la so, e decido di picchiare qualcuno perché non può picchiarmi, faccio schifo.

Non si tratta solo di totale assenza del senso dell’autorità che, mi rendo conto, magari è un limite solo mio.

Nessuno di noi si sognerebbe di picchiare chi gode di un qualsivoglia handicap. Non si picchiano quelli con gli occhiali, figuriamoci gli altri.

Eppure sono abbastanza certa che il mondo sia pieno di portatori di handicap o persone con gli occhiali che nella vita una mazziata, almeno una volta, se la sono meritata.

Però non si fa, e ok.

E non lo si fa non perché fanno pietà, ma perché hanno meno strumenti per difendersi.

O anche se li hanno, perché in linea di massima noi abbiamo più strumenti di offesa di quanti loro ne hanno di difesa.

Anche handicap ha un’etimologia interessante. Deriva da hand in cap: mano nel cappello. Era il nome di un gioco d’azzardo inglese per cui si estraevano monete da un cappello. Il termine si è poi diffuso nell’ippica, identificandosi con un eventuale vantaggio o svantaggio da dare ai concorrenti delle gare, a partire dalle proprie condizioni di partenza.

Nelle corse di cavalli si distingueva un handicap ascendente, e si fissava il peso che un cavallo menomato doveva portare e poi per gli altri, man mano, in proporzione al loro valore, si saliva, e un handicap discendente che, come potrete intuire, si calcolava al contrario.

Per estensione di significato, con handicap si intese il vantaggio o svantaggio imposto ai partecipanti a queste gare e poi vabbè, come si è trasformato il significato più o meno lo potete intuire.

Tornando al punto, proprio in virtù di tale nozione, nessuno di noi picchierebbe una persona che ha un handicap perché, mancandogli qualcosa, è svantaggiato.

Ma se io ho un manganello e tu non hai un manganello; se io ho la garanzia di impunità e tu la quasi certezza che la pagherai cara; se io ho le coperture politiche e tu una vuota nozione di “abuso” che ti pende sulle spalle, oggettivamente tu hai qualche handicap, e io ne sto approfittando.

E sono veramente, veramente una brutta persona.

E se tutti gli strumenti di cui io godo e tu no derivano dal fatto che io dovrei, per definizione, essere l’espressione di come deve girare il mondo, o almeno di come devono funzionare le cose nel posto dove stiamo, e io utilizzo questo mio ruolo per picchiare o maltrattare o sopraffare te che non godi di questi strumenti, direi che sto facendo un abuso del mio ruolo.

Un abuso enorme.

Ora è vero che fino a ora abbiamo detto che la nozione di abuso può essere giusta o sbagliata, ma è pure vero che abbiamo detto che nessuno di noi picchierebbe Forrest Gump. Quindi possiamo chiaramente, senza troppe difficoltà, dirci insieme tra il liberare uno spazio di prigione, dare a tutti uno spazio di pochi, e picchiare chi non ha strumenti per difendersi e approfittare della propria posizione di supremazia per avere la meglio sugli altri, quale abuso sia più riprovevole.

Tutto questo per dire tre cose facili facili:

– il Làbas era una cosa bella, e avete deciso, in virtù di una nozione vuota, di mettervi fine. Ma non vi sognate di esserci riusciti;

– non è con la vostra nozione di legalità che svuoterete i nostri presidi di democrazia;

– con le mani quando volete.

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