Un sacco di cose tutte insieme

1Prologo: Corviale

Ieri sono stata tutto il giorno a Corviale per lavoro. Corviale è un posto in cui qualche pazzo criminale ha pensato di far costruire un palazzone lungo 1 km in mezzo al nulla. 1 km di cemento, per 1200 nuclei familiari, per 8500 persone. Cioè questa è una stima.

Perché c’è tutto un affare inerente al IV piano di questo mostro, che era stato lasciato libero per essere adibito a luogo ricreativo, dove dovevano sorgere negozi, attività culturali e quanto doveva servire a lenire la coscienza di un’idea folle di urbanistica che a un certo punto ha ritenuto che ammassare migliaia di anime l’una sull’altra fosse un fatto che tutto sommato si poteva fare, purché lasciassi loro qualche spiraglio per respirare, che fosse una salumeria, un negozietto, o altro.

Niente di tutto ciò è mai arrivato, e tutti quegli spazi vuoti sono stati riempiti da chi cercava una casa. E’ una storia che conosco troppo bene, non vi ricorda niente? Cemento, colate di cemento ovunque, giganti solitari in mezzo al niente che pullulano di umanità varia che nessuno conosce, nessuno capisce e che tutti vedono soltanto attraverso la lente distorcente degli schermi tv o pc.

 

La ragazza di Scampia

Io ci sono cresciuta in un contesto del genere.  Ovviamente appena l’ho visto ho pensato a Scampia, e ho pensato alle Vele, perché il collegamento era pure troppo facile. Però, visto che un poco stimo la mia intelligenza, vorrei chiarire che oltre a pensare alle Vele ho pensato a un fatto specifico. 

Mi sono ricordata di quando facevo l’educatrice per ragazzi a rischio dispersione scolastica nella mia vecchia scuola media e uno di loro – con rammarico mi accorgo di non ricordare il suo nome, ma ho la sua faccia impertinente stampata in fronte – mi raccontò senza battere ciglio che abitava al 12 piano e che ogni giorno faceva quelle scale a piedi anche 3, 4 volte. E di fronte allo stupore dei suoi compagni, lui scrollando le spalle modulò una risposta disarmante con la sua vocina stridula prepublerale: “Eh, chill e’scensor l’hann appicciat tanto tiempo fa”. [Agli ascensori hanno dato fuoco tanto tempo fa].

Ora io non credo che qualcuno che non ha vissuto in certi contesti possa capire realmente questa risposta. Il livello di normalizzazione, accettazione, rassegnazione che la scelta di ogni singola parola di quel ragazzino implichi. Avere dodici anni ed essere rassegnati dovrebbe essere una contraddizione in termini, mutuando una nota citazione.  Avere 12 anni e non trovare anormale il fatto di salire 12 piani di scale per varie volte al giorno non è un dato da poco. E’ una cosa enorme, mostruosa, legata la fatto che per tutta la vita hai imparato che è così che deve andare.

E allora, immediatamente, mi viene in mente un altro aneddoto. Qualche anno fa lanciammo una campagna che si chiamava “Io voglio restare” il cui contenuto è abbastanza intuibile. Il tema era “non partire”, restare ma in un contesto che consentisse la crescita personale e a tutti di inseguire le proprie ambizioni, i propri sogni. La prima assemblea di lancio di quel percorso fu un vero successo e in tutta la fase precedente di ideazione mettemmo in piedi una campagna comunicativa molto bella, in cui eravamo vestiti da bambini che giocavano a inscenare i lavori che avrebbero voluto fare da grandi.

Avevo un vestito rosa, i codini e un abbecedario con il quale facevo la maestra delle mie bambole.  Ci eravamo un po’ messi in ridicolo, è vero, ma quella campagna funzionò e ci chiamarono decine e decine di giornalisti. Tra questi, e qui arriva finalmente l’aneddoto, una in particolare che ebbe la bella idea di tenersi nel solco lanciato dalla nostra campagna comunicativa e intervistarci sulle nostre storie di vita individuali. 

Ovviamente io ero “la ragazza di Scampia”, e quando le raccontai di come era cambiata la mia vita quando a 13 anni ero uscita dal quartiere per iniziare a frequentare il liceo in centro, le dissi anche che prima non avevo idea che potesse esistere un modello di città diverso, dove il quartiere non era il posto in cui c’erano soltanto le case a cui tornare o da cui partire ma si potevano anche fare cose, anche banali. Che io ero abituata a vivere in un posto in cui vicino alle case c’erano solo salumerie e tabacchi, e pensavo fosse quella la norma. Rita, 23 anni, prima di andare alle superiori non aveva mai visto un negozio” scrisse quella mentecatta di una deficiente.

Ora, al di là di quanto hanno potuto pariare su questo fatto tutti i miei compagni, il disappunto più grande che ebbi da questa storia derivava precisamente da quella sensazione di impotenza nel descrivere cosa implicano i singoli meccanismi di normalizzazione che conosce – a volte senza saperlo – chi vive in certi contesti. E’ una forma di solitudine che non si può capire se non ci si sta dentro, se non si è insieme a chi la vive. È una solitudine collettiva che non si può spiegare se non fai parte del giro,è brutto a dirsi ma è inevitabile sia così.

La nostra solitudine collettiva

Ma siccome gli stimoli alla riflessione in questi giorni si stanno tutti concentrando sullo stesso tema, stamattina M., la mia amica che si sta laureando in rigenerazione urbana girandosi tutte le periferie di merda di Roma, mi ha scritto da Tor Bella Monaca dicendo che vorrebbe proprio portarmici, descrivendo le scene cui stava assistendo live. Retate e sgomberi a gogò”, Gente che conta i soldi e che caccia la pistola, che si droga alla luce del sole e spaccia”. Ora, al netto di cosa pensiamo sia un’attività da compiere in amicizia e quali siano le cose da condividere in un bel rapporto, io ho risposto, come se niente fosse “sì, ho presente”, pur senza essere stata mai a Tor Bella.

E mi è venuta in mente un’altra scena, quella di quella volta in cui pioveva forte e lo spacciatore teneva tutti i drogati bloccati sotto a un porticato governandoli con un bastone. Ci scrissi un articolo che si chiamava proprio così. “Quella volta che lo spacciatore usava un bastone per tenere buoni i suoi clienti”E mi è venuto in mente quando ero in prima superiore, e le mamme delle mie due uniche amiche compagne di classe non volevano venissero a trovarmi a casa perché c’era la faida a Scampia e le tv raccontavano il far west.

E mi è venuta in mente quella volta in cui quello completamente fatto stava alla fermata del pullman brandendo un coltellaccio minacciando chiunque gli si avvicinasse e mi si avvicinasse, perché aveva deciso di dovermi proteggere, e intanto non si reggeva in piedi e aveva una lama lunga come un mio braccio con la quale fendeva l’aria intorno a sé.

E mi è venuta in mente un’altra scena terribile. Quella volta in cui ammazzarono sotto ai miei occhi il capo zona del mio parco e lo ammazzarono in una scuola elementare, nella quale lui era scappato quando si era accorto dell’arrivo delle moto dei sicari. E io ero al balcone pietrificata e guardavo lui correre davanti e gli altri – non so nemmeno quanti – dietro, con le pistole in pugno, e poi lui infilarsi nel cancello e loro dietro di lui, e poi lui sparire in una chioma di alberi del parchetto della scuola e loro dietro di lui, e poi lo sparo, e poi il silenzio, e poi un urlo di donna disperato.

Forse sono Bia

E allora non so nemmeno bene dove dovrei arrivare e nemmeno se ho finito le cose da dire o se le finirò mai, ma forse il punto di questo sproloquio è quello che leggevo stamattina nell’articolo di Daniele Nalbone per la recensione di Bia, che proietteremo stasera e che so che mi devasterà emotivamente. L’articolo di Daniele si chiama “Questa non è Suburra” e io non lo so nemmeno più quante volte in tutta la mia vita ho dovuto ripetere fino alla nausea che Scampia non è Gomorra, che è un altro fatto. Ed è difficile ripeterlo, se non vuoi che gli altri ti fraintendono dicendoti “No, certo, ci stanno un sacco di brave persone”. A fanculo le brave persone, non sto parlando di loro, sto parlando di chi sguazza in quella merda e riesce comunque a sopravvivere. Quelli sono gli eroi. Non le brave persone dalla fedina penale linda e pinta e dalla coscienza morale che più bianca non si può. Quando dico che Scampia non è Gomorra non mi riferisco a loro, ma a quello che dice bene Daniele.

Daniele scrive: “Bia è l’esatto opposto di quella narrazione artefatta che oggi va tanto di moda: Bia è la quotidianità, la noia di tutti i giorni, le difficoltà che di ora in ora si accavallano, il dover affrontare situazioni che si fanno sempre più estreme, spesso nostro malgrado. Chiunque sia nato e cresciuto in periferia ha conosciuto, o almeno saputo dell’esistenza, di una Bia, di un “fidanzato di Bia”, di un piccolo boss di quartiere, di un bastardo datore di lavoro. Tutti, sicuramente, hanno dato almeno un calcio a un pallone contro un qualche muro di un qualche palazzo sognando il lontano, lontanissimo stadio Olimpico. Perché in certe periferie non si vive, si sopravvive. E Bia tenta in ogni modo di trovare una via d’uscita da quella quotidianità infame. In questo cortometraggio, però, non si piange. Non si piange mai. Si urla in cerca di quella speranza sepolta tra banali bollette da pagare.”

Ora io in periferia non ci vivo più, non in quella di merda descritta qui sopra almeno. Però io quella quotidianità la conosco a memoria, la noia di tutti i giorni mi stringe la gola ogni volta, rovinandomi la gioia di andare a trovare la mia famiglia, perché se abiti in periferia e sei a piedi, banalmente, sei ostaggio della noia. Non è che sia propriamente noia. E’ l’impotenza che ti fa cadere le braccia, la frustrazione di non avere alternative. Non sei tu a decidere che per uno, due, tre giorni al mese vuoi stare chiusa nella casa in cui sei cresciuta, ma il fatto che tu abbia voglia di vedere la tua famiglia ti costringe a farlo. Come lo faceva quando avevi 18, 20, finanche 25 anni e non potevi uscire di casa se non eri certa di aver trovato un passaggio al ritorno. Ho cominciato a dormire fuori per periodi sempre più lunghi quando avevo 13 anni, i Di Lauro e gli Scissionisti si sparavano e io volevo fare i compiti con le mie compagne di banco.

Da lì non ho mai smesso, anche la mia famiglia lo ha sempre compreso al punto che quando, nel settembre 2015, quando andavo alla ricerca disperata del mio primo lavoretto da laureata, sono stata a casa del mio migliore amico in centro prima per una, poi per due, poi per tre settimane, e poi per un mese, a un certo punto non ce lo siamo nemmeno detti, a casa, che non sarei più tornata a vivere lì. E non ci sono più tornata.

Quindi io quella noia, quelle difficoltà, quelle situazioni estreme là me le sento ancora dentro, anche se ora sto in quartiere residenziale di famiglie con bambini in cui se parcheggi sulle strisce o davanti alla rampa per i disabili il primo che passa ti alza i tergicristalli in segno di protesta.

Forse è la cosa che meno tollero di questo quartiere, è la stronzata più residuale ma questo perbenismo, questa ostentata superiorità morale mi fa accapponare la pelle e venire voglia di urlare ogni giorno. E’ identica ai comitati civici degli abitanti del Vomero che si battono per far alzare dai marciapiedi le merde di cane.

Io sono cresciuta nella merda, quella vera: ci sono stata dentro, l’ho conosciuta, ci ho sguazzato, IO SONO QUELLA MERDA, sono quell’umanità, e l’ostentazione di superiorità di chi si sente migliore e redarguisce gli altri con disprezzo mi fa impazzire, letteralmente, al punto che scrivo con rabbia e non ricordo più nemmeno cosa volevo dire, quale era il punto.

Io conosco Bia, forse sono Bia. Conosco il fidanzato di Bia. I tanti e diversi fidanzati di Bia che potrebbero esistere. Conosco cosa voglia dire avere un boss di quartiere, conosco cosa voglia dire quando uno spacciatore ti guarda per strada e tu hai solo 12 anni e tua nonna mette in chiaro con chi di dovere che devono lasciarti stare, e poi nessuno ti guarda più.

Conosco il rumore sordo di un pallone che sbatte contro il muro di un porticato. Lo conosco a memoria, io sono quel rumore.

E ha ragione Daniele quando dice che questa roba non fa piangere, ma fa urlare. Se ci sei dentro, se tu sei questa roba qua, non ti fa piangere. Ti fa urlare di rabbia. Di frustrazione. Di impotenza.

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