Quella di Macerata è la storia dei ribelli

1Ogni storia ha, a seconda di come la racconti, un significato diverso. Se qualcuno ti racconta che in una galassia lontana e lontana, in perenne guerra, qualcuno ha provato a dare ordine ma un gruppo di folli continua a destabilizzarlo e a portare avanti con ostinazione una guerra infinita, puoi guardare Star Wars tutte le volte che vuoi ma i ribelli saranno sempre i cattivi irresponsabili.

Ed è quello che sta accadendo al nostro Paese, che sta vivendo una dinamica che sarebbe addirittura affascinante psicanalizzare, spaccato da una mediaticità feroce e cattiva e una quotidiana umanità che, per fortuna, si ostina a sopravvivere.

Nel viaggio di andata, ieri mattina, ho letto molti articoli e interviste ai cittadini di Macerata, ad arte incollati in pezzi che avevano come fine ultimo quello di dare un’immagine precisa: una città tranquilla deve subire l’invasione di un gruppuscolo di cacacazzi che non si rendono conto della delicatezza del momento, che la metteranno a soqquadro e che aggiungeranno disordine al disordine, dolore al dolore. I cittadini intervistati dicevano tutti la stessa cosa.

Innanzitutto, si dichiaravano “spaventati”.

Spaventati da un corteo. Siamo arrivati al punto in cui le persone hanno paura di chi manifesta, e non di chi reprime il dissenso. Già solo questo dato, senza guardare all’oggetto del corteo, è enorme, agghiacciante.

“Noi siamo una città tranquilla, qui non succede mai niente e stiamo bene, e poi all’improvviso siamo arrivati al centro delle cronache nazionali”. Ed è vero. Prima ritrovare, e in quel modo, il corpo di una ragazza, poi la droga, la prostituzione, poi l’attentato, e le telecamere, e i giornali, e poi il corteo, e poi Salvini, la Meloni, Gentiloni, e i centri sociali, e Minniti, e poi chissà quanto altro.

Tutto in una settimana, nella dinamica Don Matteo per cui un posto tranquillo e pacificato nel giro di poche ore si ritrova a essere scenario dei più truculenti crimini e delle evoluzioni più articolate di una trama fin troppo fitta, e non riconosci più chi hai intorno, chi hai accanto, chi ti è sempre stato familiare. Non sai più di chi fidarti.

Che la città non fosse pronta forse era vero, ma non lo era perché, di fronte allo sgomento e all’incredulità, i centri sociali, le organizzazioni sociali, la parte attiva di quella comunità da un lato hanno provato a dare coraggio e sollecitare una reazione costruttiva, che mettesse in chiaro quali erano le regole in quella e in tutte le città, e dall’altro qualcuno ha gettato benzina sul fuoco, ha chiuso porte, ha invitato la popolazione a chiudersi in casa, a non parcheggiare nei soliti posti, ha chiuso scuole, chiese, ha rinviato il catechismo, ha chiuso i negozi.

Abbiamo attraversato per sei ore le strade di una città fantasma, senza un posto in cui poter mangiare qualcosa, bere qualcosa di caldo visto che fuori c’era 1 grado. Siamo arrivati da tutta Italia, viaggiando di notte, partendo all’alba, in una città ghiacciata e ibernata, e da lì siamo ripartiti per un viaggio altrettanto lungo, senza che qualcuno se non poche anime pie offrissero a trentamila persone un posto per fare la pipì.

E questo non l’hanno fatto i cittadini maceratesi. Questo è il prodotto di anni di criminalizzazione del dissenso, è il prodotto diretto delle politiche di Minniti e della compiacenza dei media, è il prodotto diretto della concezione della partecipazione e della repressione di ogni forma di manifestazione messa in atto dal Partito Democratico.

Poi magari ai maceratesi siamo veramente antipatici, chi può dirlo. Quello che so è che il dato è platealmente falsato dal fatto che noi non abbiamo mai modo di dire quello che siamo e che pensiamo e che vogliamo, e che qualcun altro lo fa per noi.

Che un attentato terroristico fascista è stato sminuito mentre un corteo di decine di migliaia di persone è stato dipinto come un’invasione della quale resta solo, forse, un coro per le foibe che ha sentito, forse, un giornalista, tutti hanno ripreso ma che nessuno si è preoccupato di documentare.

Se ci fossero stati degli scontri, le telecamere sarebbero uscite pure dai tombini. Per il coro sulle foibe nessuno ha visto e ha sentito nulla, però quel mezzo rigo buttato giù da un precario alla ricerca del titolo in home su Repubblica.it o da un caporedattore in malafede, è stato ripreso da tutti e improvvisamente il corteo è svanito, puff! c’era solo il coro e quegli irrispettosi che sono andati a cacare il cazzo fino a Macerata e a offendere i nostri morti. I fascisti non sono i morti miei, comunque, ma questa è un’altra parentesi che aprire ora sarebbe troppo faticoso e ci distoglierebbe da quello che voglio dire.

E quello che voglio dire ora è che ieri da quella finestra una famiglia ha deciso di mostrarci dei palloncini a forma di cuore e darci il benvenuto mettendo in chiaro che rifiutava il razzismo. Che sono certa che parte di quelle finestre erano chiuse perché le persone erano in strada con noi. Che i gruppuscoli che si affacciavano a farci foto e video, che quelli che hanno avuto il coraggio di spalancare le finestre e applaudirci, sapevano chi stavano salutando. Ma di questo non ha parlato nessuno.

Una volta abbiamo fatto il corteo cittadino del 1 maggio a Scampia.

Camminavamo per le strade del mio quartiere e la gente affacciata ci salutava, un po’ incuriosita, e noi proseguivamo, marciando e cantando, con le nostre bandiere rosse.

E mi ricordo che io mi commossi. All’inizio ero stupita, un po’ frastornata dalla sensazione di sovrapposizione di due pezzi della mia vita che avevo sempre vissuto come due spazi tra parentesi che non interagivano tra di loro: i canti comunisti, e le bandiere rosse, e le rivendicazioni politiche da un lato, i miei palazzoni e le mie strade larghe, il grigio immobilismo di quel quartiere di periferia, mia gabbia e nido, dall’altro. Erano due parti che nella mia percezione bisticciavano.

Poi però le persone si sono affacciate, e ci salutavano, e ci sorridevano, anche se non tutti sapevano precisamente che stavamo facendo, magari del quartiere per strada con noi ci stava poca gente. Magari eravamo tutti estranei (io pure ero estranea) che avevano invaso la vita di quella nicchia d’asfalto ai confini del mondo e che se ne sarebbero andati lasciando tutto come lo avevano trovato, però ci accoglievano con lo stupore contento di chi accoglie qualcosa di nuovo nella propria vita, e questo mi commosse.

La differenza lampante tra il mio 1 maggio a Scampia e il mio 10 febbraio a Macerata sta in questo: a Macerata la città era blindata, le strade mute e tutto concorreva a darti la sensazione che tutto fosse sospeso nell’attesa che quelle decine e decine di pullman si riprendessero quelle persone e se ne andassero. Lì non eravamo i benvenuti, qualcuno ha voluto fare in modo che il messaggio fosse chiaro, plateale, non fraintendibile.

Però non so se a non darci il benvenuto fossero i maceratesi: so che per una settimana si è giocato al massacro con la rappresentazione di questo corteo, so che si è sollevata l’allerta sicurezza massima e da tutti i tg e da tutti i giornali si è fatto il possibile per dare una rappresentazione di guerra, rappresaglia, alle nostre intenzioni.

Oggi sulla home di Repubblica troneggiano titoli che riducono il corteo a un coro sulle foibe e contemporaneamente si definisce il monologo che ieri Favino ha fatto sul palco del nazionalpopolare per eccellenza come il momento più toccante di Sanremo.

Ieri sera una canzone (banalotta) che parla di reagire con coraggio agli attentati terroristici ha vinto un festival che ha battuto tutti i record di share della storia e ieri pomeriggio il corteo che ha provato a fare la stessa cosa è stato a stento ripreso dai media.

Il pubblico di Sanremo ha premiato un ragazzo nato in Albania e venuto qui a cercare una vita di pace lontano dalla violenza di casa propria e ogni giorno però i migranti che arrivano in questo Paese vengono trattati come dei criminali, come un peso che non ci meritiamo di accollarci.

Qualche giorno fa Cecilia Strada ha presentato il suo libro, “La guerra tra noi”, nel mio circolo Arci e ha detto una cosa importante. Nella percezione che abbiamo, come paese, decine di migliaia di morti sono poca cosa, rispetto alle nostre singole storie individuali di frustrazioni, drammi, precarietà e rabbia generica e genericamente espressa. Le singole storie no. Le singole storie riescono a colpirci, a scalfire la coltre di diffidenza che i media ci stanno costruendo ad arte intorno e a parlare all’essere umano che è in noi. È stata così per la foto di Aylan, il bimbo siriano che è rimasto nel cuore degli italiani per la solitudine del suo corpicino in riva al mare. È stato così per il monologo toccante di Sanremo di Favino, è così che un singolo albanese che ci dice di avere coraggio contro il terrorismo va bene, ma chi prova a rifarsi una vita qui no.

Immaginiamo come sarebbe avere i mezzi di raccontare tutte le storie di vita che contribuiamo a distruggere. Immaginiamo se quelle stesse vite avessero i mezzi per farlo, se non fossero relegate in prigioni chiamate “accoglienza”, se non ci impedissero di conoscerle, di avere a che fare direttamente con loro, lasciandole morire in mare o nei lager di casa propria prima.

Immaginiamoci se si lasciasse spazio alla realtà di esprimersi davvero, se il modo in cui ci viene raccontato non fosse manipolato ad arte, se avessimo un modo vero per averci a che fare.

Se ognuno dei morti del Mediterraneo potesse parlare per bocca di Favino sul palco del festival di Sanremo.

Immaginiamo che tutti i cittadini di Macerata che erano in piazza con noi ieri avessero modo di parlare e dire che ci stavano e perché. Immaginiamo che per una settimana giornali e tg avessero titolato “Gli antifascisti si riprendono le strade” dipingendo quel corteo come la cacciata di Traini e della feccia che lo accompagna dalla vita di quella comunità. Che il sindaco avesse dichiarato che Macerata era pronta ad accogliere la solidarietà di tutta Italia a una città colpita da un attentato. Che qualcuno, oltre noi, lo avesse chiamato “Attentato” e trattato come tale.

Immaginiamoci gli hashtag, #iosonoJennyfer, Wilson, Omar, Gideon, Mahamadou, Festus. Immaginiamoci che da trenta secondi dopo la rete fosse stata invasa da un ipocrita #JesuisMacerata, invece che da giustificazioni al fatto.

Cosa si sarebbe detto di quel corteo? Quello che si dirà al massimo tra una settimana.

Il titolo di Repubblica dedicato alle foibe ha già visto diminuire il proprio carattere a fronte della voce inequivocabile di quella piazza. Man mano le ombre che i media e la politica hanno voluto costruire si sono ritirate e continueranno a farlo, perché quella piazza enorme è la clamorosa figura di merda di chi cavalca il momento e non ha mai il coraggio di bucare gli schermi e parlare della vita delle persone.

Ci fossero stati gli scontri che tutti attendevano, ora i cori sulle foibe troneggerebbero a caratteri cubitali. Non ci sono stati, e quindi spariranno nel giro di qualche settimane e quella sarà rappresentata come la bella piazza antirazzista di Macerata.

Nonostante questo, la piazza di ieri è stata una vittoria.

È stata una vittoria perché nonostante il terrorismo mediatico e istituzionale una parte della città ha partecipato al corteo.

È stata una vittoria e lo sarebbe stato anche se non lo avesse fatto. Ieri non era del destino di Macerata che stavamo parlando. Eravamo lì in solidarietà, ma assolutamente non solo per quello. Ieri il punto era dimostrare che per quanto potere abbiano, per quanti schermi occupino, per quanta polizia schierino, per quanti titoli dettino, non l’avranno mai vinta.

Possono sbattersi quanto vogliono, ma trentamila persone si sveglieranno di sabato mattina, concluderanno una settimana di lavoro con un viaggio in pullman, staranno a ghiacciarsi per ore e ore per strada per dimostrargli che non hanno vinto un bel niente, che noi siamo qui, vivi e partigiani, e siamo più di loro, e siamo migliori di loro, e forse lentamente, perché hanno più mezzi di noi, ma li relegheremo di nuovo nelle fogne da cui sono stati rigurgitati. E ci resteranno.

E’ da qui che dobbiamo ripartire. E’ questo che ci dobbiamo ricordare. Tutti insieme.

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