Le promesse non mantenute a un bambino di cinque anni

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Ieri Errecinque ha compiuto cinque anni.

È in quell’età in cui si sta saldamente sulle proprie gambe, si conoscono pressoché tutte le parole essenziali, si comprendono ragionamenti non troppo articolati e, tendenzialmente, ci si fa una propria idea di alcune cose.

Errecinque è come un figlio, visto che l’ho messo al mondo, me ne sono occupata, e ho avuto apprensione per lui, per il suo modo di presentarsi, relazionarsi e farsi comprendere, dagli altri in tutte le sue peculiarità e i suoi difetti. E quindi visto che di un bambino si tratta, possiamo dirci senza alcuna falsa modestia che è sempre stato un bambino un po’ precoce, e le capacità di cui sopra le ha sempre avute, dal primo giorno.

Il suo problema piuttosto, se proprio dobbiamo dircelo, è sempre stata la sua velleità da enfant prodige, per cui andava a bomba senza ragione e ogni passo avanti era come avere sulle spalle un macigno, perché dovevi portarti dietro tutta la qualità, l’apprezzamento e l’autorevolezza che tu non avevi richiesto, ma ti era piovuta addosso a caso.

Da questo punto di vista, il mio problema con il mio blog è proprio questo: è da subito e ingiustificatamente stato sempre qualcosa di più grande che, già appena nato, era alto quanto me e mi guardava in faccia, ma allo stesso tempo mi chiedeva “Allora, che si fa?”, perché comunque dovevo essere io il capo.

Mi ha sempre imbarazzata molto questo nostro rapporto, ragion per cui, come con tutte le cose che mi creano problemi di inquadramento, tante e troppe volte ho deciso di rapportarmici come se fosse un orso: fingendomi morta. Ho disertato le rese dei conti di me con la scrittura, con le mie capacità, con il mio a volte piccolo a volte enorme seguito, come si fa con una battaglia che provi a rimandare perché non sei certo di essere equipaggiato a fronteggiarla. Che è molto diverso dal non esserlo e basta: se non sei equipaggiato tu lo sai, ne sei certo, e a quel punto devi decidere se accollartela comunque e farne la tua grande battaglia, incrociando le dita che sia Salamina e non le Termopili. L’alternativa, in questo  caso, è disertare e dirti che però non stai facendo un caporettesco atto di eroismo dell’umanità, ma invece proprio una mossa strategica, tutta tattica. Fosse questo, ogni scelta sarebbe legittima e ognuno dovrebbe solo decidere, nella vita, se vuole essere Ulisse e non Temistocle, e che ognuna delle due posizioni ha un senso, ma un senso del tutto diverso. Il mio però è un problema ancora precedente: un problema da schiappa. È la non certezza della riuscita a generare la paura del fallimento, e non viceversa: il che è molto più intimo, molto più irrazionale e molto più immaturo. Stupido, se vogliamo dirlo con il suo nome.

Il mio problema con la scrittura, e il blog, e i “follower”, e l’organizzazione del lavoro e con tutto quel che ne consegue è sempre e solo stato un problema stupido ma, come tutte le questioni veramente stupide, a suo modo insuperabile. Scrivo bene, no? Sì, lo penso io e molti, molti dei quali assolutamente degni della mia più totale stima, per cui stiamo parlando di niente. Ma il fatto che io scrivo bene porterà mai da qualche parte? e chi lo sa? E chi ha detto poi che scrivere debba per forza portare da qualche parte? Qua nasce l’inghippo, tra una cosa che uno fa come fosse naturale, come fosse respirare, sospirare da distratto, ridere per il solletico o cantare sotto la doccia, e il carico di aspettative che ognuno si costruisce su di sé, e che tutti gli altri costruiscono su ognuno, in un rapporto di reciproca influenza infernale. Quanto sarebbe bello essere liberi al punto da riuscire a svincolarci, ma davvero e non per proclama, da questa rete morale?

Io ho trent’anni – quasi – e sono tutto sommato soddisfatta della persona che ho scelto di rendere me stessa. Anche nei passaggi più bui, anche nei ragionamenti più tortuosi, ogni singolo fotogramma di questo psicodramma ha avuto un ruolo costituente che non mi sento di negargli. Ma io, da trentenne da manuale, da precaria con un lavoro creativo, da persona “di sinistra” impegnata “nel sociale”, da ragazza di periferia e per questo comunista, da napoletana che ama la cucina e il caffè, da donna di mare e quindi impetuosa, io personaggio, io fumetto, io cliché, come faccio a capire a che punto sto, come ci sono arrivata e che voglio fare? Oggi l’unica cosa sicuramente buona e senza la minima macchia che io abbia mai fatto compie cinque anni, e come mi sento io rispetto a questa cosa? Mi ci sento incompleta, temo seriamente di aver macchiato pure quella. Penso che avrei dovuta trattarla meglio, curarla di più. Penso che, se di un mio figlio si tratta, l’ho dimenticato in macchina fin troppe volte.

E questo che vuol dire? Che non gli volessi bene? Secondo me vuol dire che mi sono fatta prendere da troppo e da tutto e tante volte ho dimenticato l’importanza che ha per me. Che, come con gli affetti più cari, ho dato per scontata la sua presenza nella mia vita. Quanti amici, amanti, amori, affetti, quante persone, cose, fatti, trattiamo come stelle fisse di un firmamento che è invece in costante mutamento? E cosa succede a chi non ha il culo di vivere così poco, da non veder mutare mai il proprio cielo? Succede che i rimorsi poi gli stanno alle calcagna tutta la vita.

Soffro di dolori di stomaco da quando ero a stento un’adolescente, e, se c’è una cosa che i dolori di stomaco mi hanno insegnato, è il rimorso. Nel senso proprio che io quando penso al rimorso me lo figuro come il mio mal di stomaco, come se fosse un morso allo stomaco. Un dolore lancinante, estenuante e, soprattutto, disarmante. A me questa cosa qua del dolore ha sempre fatto un sacco paura. Più del dolore in sé, io sono spaventata del dolore come concetto.

Ho una capacità di sopportazione del dolore molto alta. Non lo penso io a caso, me l’ha proprio detto un dottore. Ero al Pronto Soccorso del Cardarelli e questa dottoressa mi guardava stupefatta e mi chiedeva come avessi fatto a resistere una settimana prima di andare in ospedale, con un dolore al cuore simile a quello di chi ha un infarto.

Questo piccolo aneddoto per dire che non è che mi fa paura il dolore perché sono una mammoletta ma anzi, riesco a sopportare una quantità di dolore, seppur non di tanto, sicuramente un pochino al di sopra della norma. Il punto è la questione di principio. Il punto è sempre, maledettamente, la questione di principio e la mia assoluta incapacità ad accettarla. A me non fa paura il dolore. A me fa paura il dolore assoluto, quello per cui puoi cambiare tutte le posizioni che vuoi, puoi assumere tutti i farmaci e le pozioni che vuoi, ma quello sta là, implacabile, e tu devi solo aspettare che passi, senza poterci fare niente. Non aumenta e non diminuisce. Semplicemente, si cristallizza, diventa una parte di te, ma una parte insopportabile. Ci pensavo in questi giorni di sciatica, e pensavo al giorno in cui è morto mio nonno. Quel pomeriggio di domenica in cui è morto, quando ho capito che stava morendo, io, che ero poco più di una bambina, ho avuto un solo e assoluto pensiero, lucidissimo, cinico e spietato verso di me e verso di lui. Mi portavano a casa mio zio perché c’era da preparare la casa, e il letto, e accogliere i parenti, e non era giusto che una ragazzina di undici, dodici anni stesse lì, e io ero in macchina e guardavo gli stradoni vuoti di Scampia, e le aiuole e le siepi, e pensavo “vorrei fossero passati già due mesi”. Ed è quello che ho pensato ogni volta che ho avuto un grosso dolore, di qualunque genere. Ancor prima di: “Vorrei che questa cosa non esistesse”, il mio primo, e forse vero, pensiero, era: “Non voglio farmi tutta la via crucis del dolore. Non voglio dover aspettare fino a che non sarà passato”. Mi sono sempre rifiutata, l’ho sempre trovato un intollerabile spreco di energie e quindi, per principio, di nuovo, una cosa che era ingiusto dover sopportare.

È più o meno questo tipo di immaginario che io associo al rimorso: il rimorso è il dolore in quanto tale. E che c’entra questo con un piccolo blog di una ragazzina di periferia? C’entra che quella cosa là compie cinque anni e questo, lungi da essere un fatto intimo e personale, è un fatto assoluto, che riguarda ogni essere umano, a prescindere dalle diversità, dalle sfaccettature e da tutto il resto. È un fatto umano e, come tutti i fatti umani, attrae in maniera inesorabile la mia curiosità e la mia riflessione. È la cosa che sono, è la cosa che mi rappresenta più di tutte, quella che voglio essere e quella che volevo fare, e io l’ho fatta. Ma l’ho fatta male. Perché riguarda solo me, e non tutti i miei doveri verso il mondo. Perché è un regalo che mi faccio in maniera del tutto altruistica, nel senso proprio che non mi aspetto e che non voglio niente in cambio, ma proprio per questo è troppo prezioso perché le mie piccole mani tremanti siano in grado di custodirlo, senza temere di mandarlo in frantumi appena se ne presenti l’occasione.

Ognuno ha un tesoro così nella vita, e ognuno, proprio per questo, lo tratta peggio di come non tratti altri ammennicoli cui tiene decisamente di meno. Ecco, facendo torto a Errecinque io nella vita ho fatto torto a quella parte di me cui tenevo di più, quella più intima e che avevo paura che gli altri non potessero accogliere, comprendere, accettare. Tutti quanti hanno una cosa così, per questo i cinque anni del mio blog sono un fatto che secondo me riguarda tutti. E se non riguarda tutti, sicuramente riguarda tutti quelli come me: quelli un po’ disillusi e però ancora tanto incazzati, quelli che vorrebbero avere tutti i giorni il coraggio di mollare con i sogni e i presagi stellari e accettare quello che abbiamo intorno per quello che è: niente di che. Riguarda tutti quelli che sono scamazzati e comunque ancora non smettono di aspettarsi qualcosa. Non solo perché sentono di averne il diritto, ma proprio perché pensano che tutto sommato non abbia senso che vada diversamente. Solo che se lo dicono con una voce così bassa da sembrare impercettibile.  Che si rimproverano del fatto di crederci ancora, ma che tutto sommato sono fieri di non riuscire a smettere di aspettare.  Che cazzo stiamo aspettando ancora? Ma veramente arriverà, alla fine, qualcosa?

Io personaggio, io fumetto, io cliché, non lo so qual è la prossima scena e che parte interpreterò. So che nell’era della grande confusione semiotica ognuno fa un po’ il cazzo che gli pare e se li sceglie, i  simboli, e a questo punto non vedo perché l’unico posto sicuro ed elemento costante che io sia riuscita a costruire negli ultimi cinque anni non possa avere la dignità di esserlo. Non è una gran cosa, ma è una cosa che ho fatto io. Non è una gran cosa, ma è una cosa che sono io.

Sono passati cinque anni, ho cambiato città, vari fidanzati, abitudini, lavori, gusti, colore di capelli e forma fisica, ma sono ancora Errecinque? Sono ancora Errecinque, inevitabilmente. Sono ancora quella ragazza spaventata e in guerra preventiva col mondo. Sono ancora quella delle questioni di principio come esercizio di intelligenza. Sono ancora quella arrabbiata senza soluzione di continuità. Talvolta, quando tutto va bene, contro un oggetto preciso, ma non nella maggior parte dei casi. Più che altro ostile a tutto quello che vede storto e, per una che ha uno sguardo geometrico, è un fardello veramente gigante. Sono quella là, con le sue paure e le sue convinzioni, con la sua razionalità spietata, piegata a una resa incondizionata a quegli aspetti di irrazionale così affascinanti. Sono sempre quella, e allora perché ho smesso di dirlo a gran voce? Veramente mo che teniamo trent’anni possiamo mettere nel cassetto il nocciolo duro delle nostre identità, per dirci che  è ora di finirla con queste stronzate, pensare alle bollette, ai ritmi, alla stanchezza o ai doveri sociali verso il mondo? E che ci resta, se decidiamo di diventare questo? E chi siamo, se quella parte di noi tardo adolescenziale che ha dato il via al viaggio che ci ha resi chi siamo, la buttiamo nel cesso?

Avessimo, da qualche parte, la garanzia che il gioco vale la candela, potrei far finta di pensarci. Ma non è così. Il mondo fuori è brutto, e cattivo, e l’unica cosa certamente bella che ci resta è il sogno di quel che volevamo diventare, di quello che avremmo voluto creare. Tenercelo più stretto, avere cura di lui, forse può aiutarci a rendere la notte meno buia.

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Una risposta a Le promesse non mantenute a un bambino di cinque anni

  1. Vix ha detto:

    Auguri al blog, auguri a te, sempre in piedi, sempre con grinta e cazzutaggine. Daje forte.

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