Brutti, sporchi e cattivi

Domenica sera siamo andati a consegnare il materiale raccolto per gli sfollati di via Prenestina 944, un’occupazione abitativa in un ex albergo, dove hanno trovato rifugio 170 famiglie, per un totale di più di 500 persone, di cui pochissimi italiani, quasi tutti stranieri.

Sabato c’è stato l’incendio di un plesso della struttura, cui è seguito lo sgombero dei locali, ufficialmente “per ragioni di sicurezza”. Peccato che per ragioni di sicurezza si sia scelto di sospendere tutti gli allacci delle utenze, e quindi da quattro giorni ormai 500 esseri umani sono al freddo, al buio, senza acqua per lavarsi e nulla per scaldarsi se non tutti i beni che gente normale, tipo noi, tipo chiunque, ha scelto di donare.

Coperte, cibo, generi di prima necessità, giocattoli per i bambini: tutto proveniente dalla generosità di chi, seppur con le migliori intenzioni, dopo aver fatto la sua trasferta, se ne è tornato a casa sua, ha acceso la luce subito dopo aver aperto la porta, ha avuto modo di fare una doccia, lavarsi i denti, andare a letto al caldo.

Lo stabile si trova infondo a una lunga e buia traversa della Prenestina, abbiamo fermato le macchine, abbiamo preso i pacchi e abbiamo iniziato a trasportarli dentro, un po’ aiutati dai residenti, più stanchi che grati – giustamente. Al gabbiotto all’ingresso i generi alimentari, dentro coperte e vestiti. Arrivata sulla soglia dell’edificio ho avuto un secondo di esitazione. È stato giusto un attimo, il tempo sufficiente ad abituare gli occhi al buio e le narici all’odore violento di umanità ammassata che mi sono trovata a gestire. Sarei ipocrita se dicessi che far seguire all’ultimo passo, quello sulla soglia, il successivo, addentrandomi nel buio, sia stato naturale. C’ero io, col mio cappottino elegante, il mio vestitino a fiori e le braccia piene di pacchi, e tutti quegli uomini provenienti da ogni parte del mondo, col loro fare losco e le loro battute complici in chissà quale lingua. Sarei ipocrita se dicessi che non sono stata tutto il tempo con occhi e orecchie vigili, provando a fare più in fretta possibile ogni volta che entravo e rallentando il passo all’uscita, quando mi dirigevo alla macchina a prendere un nuovo carico. Mentirei se dicessi di non aver fatto mente locale su dove fossero cellulare e portafogli ogni volta, e non credo che questo sia qualcosa di cui vergognarsi.

Quando più di un anno fa qualcuno è entrato in casa nostra e, mentre dormivamo, ci ha portato via le uniche cose di valore che possedessimo – i nostri pc, con cui ci guadagniamo da vivere, e i nostri cellulari – ho provato molta rabbia per l’ingiustizia subita, ma ho immediatamente pensato che i poveri cristi che lo avevano fatto stavano messi peggio di noi. Ho immediatamente subìto lo scotto di non sentirmi in diritto di essere arrabbiata verso chi ci aveva fatto questo, perché ne aveva tutto il diritto. Non siamo gente per cui la vita è facile: ogni centesimo è una conquista  e spendere anche pochi euro è sempre il faticoso risultato di un’acrobazia che ci lascia un sacco di rimpianti e le solite angosciose domande: ne valeva la pena? Ne avevo veramente bisogno? Perché viviamo un po’ così, alla giornata. E però ce la passiamo bene, rispetto a un enorme, sconfinato pezzo di mondo, e di questo certo non dobbiamo sentirci in colpa, ma dobbiamo ricordarcelo sempre. Per quanto le cose possano andarci male, per quanto ci possa pesare la condizione di precarietà in cui galleggiamo, abbiamo delle cose, le possediamo, e questo dà il diritto a chiunque non ce l’abbia di odiarci, e di provare a prendercele.

Non vuol dire che dobbiamo essere fessi, non vuol dire che dobbiamo essere serafici e lasciarci passare addosso qualunque torto fattoci da chi sta messo peggio di noi. Dobbiamo farci furbi, essere vigili, ma per tutelare quel poco che abbiamo, non perché abbiamo più diritto ad averlo di qualcun altro, non per farlo contro qualcun altro. Le persone si misurano quotidianamente con quello che riescono a possedere, e alcune riescono a possedere meno di altre, e su questo non c’è morale legalitaria che tenga: è un’ingiustizia. Se siamo dalla parte sbagliata di questa ingiustizia, anche se proviamo con ogni mezzo a combatterla, dobbiamo esserne consapevoli.

Alla gente i poveri piacciono fino a che sono riconoscenti. Fino a che sono commoventi, grati e muti. Miti e sfortunati. Alla gente piace chi chiede aiuto e si fa aiutare, purché però sia eternamente grato, con gli occhi da cucciolo e ricordi il Canto di Natale. Il mondo però non va così, la morale che vuole qui rifilarci Dickens è – questa sì – buonista, e se la famiglia Cratchit si fosse mangiata Scrooge durante il pranzo di Natale non ci sarebbe stato nulla di troppo sconvolgente.

Comprendere le contraddizioni di questa società vuol dire scendere dal piedistallo. Vuol dire smettere di sentirsi costantemente migliori, pensare di avere qualcosa da insegnare. Non abbiamo niente da insegnare, al massimo abbiamo tanto, ma tantissimo, da condividere.

Sono cresciuta in quartiere popolare dell’estrema periferia del disagio, ma questo non è un elemento di novità. Sono stata enormemente fortunata perché la mia famiglia ha deliberatamente scelto di emanciparmi da quella condizione: ha oculatamente, scrupolosamente e scientificamente organizzato la mia vita facendo in modo che potessi avere accesso a cose che, per nascita, per censo e per destino pareva dovessero essermi negate. Hanno spaccato il soldo e mi hanno mandata a scuola prima, all’università poi. Me lo ricordo il primo giorno in cui ho messo piede al liceo ginnasio statale Giuseppe Garibaldi. Manco ci volevo andare, io volevo fare l’alberghiero perché mi piaceva cucinare. Non ci fu storia, la discussione non fu manco aperta: i professori delle medie dicevano che promettevo, e chi prometteva doveva fare “il classico”. Quanto mi spaventava, il classico. Era una spada di Damocle anche se non sapevo cosa fosse una spada di Damocle. Incombeva imponente sulla mia testa, imponente come quell’edificio a Piazza Carlo III, quei tre piani di scale pesanti, quelle mura di pietra, piene di storia. Che ci facevo io là dentro?

Ne entrai spaventata, ne uscii entusiasta come una cui consegnano per sbaglio il meraviglioso regalo destinato a qualcun altro: era una cosa troppo bella per me, dovevo assolutamente cogliere l’occasione, farla, meritarmela. Dovevo prendermela a tutti i costi. Quel momento ha cambiato la mia vita  e da quel momento, ogni giorno, millimetricamente, mi sono allontanata da quello che, per statistica, sociologia e antropologia, sarei dovuta essere. Non c’è nessuna più grata di me per questo, non c’è nessuna più consapevole di me di questo.

Sbaglio sempre, scivolo nell’autobiografia correndo il rischio che quelle certezze che ho, che mi derivano dalla mia storia personale, possano sembrare autocelebrazione ed egocentrismo. Quello che voglio arrivare a dire è che, per tutta la vita, tutte le cose belle che ho potuto vedere, imparare, sperimentare, non ho mai lontanamente pensato di avere il diritto di insegnarle a qualcuno. I miei slanci sono sempre stati quelli di chi si trova senza merito a possedere una cosa bella e, come prima reazione, si gira verso gli altri a mostrargliela. “Guarda qua che bello!” e non “ora ti insegno la bellezza, perché io ho avuto modo di vederla”. È questo che per me vuol dire il mio forte desiderio di condividere quel poco che ho vissuto, senza avere la pretesa di essere migliore di qualcuno.

È con questo spirito che secondo me andrebbero affrontate le marginalità. Non c’è nulla che abbiamo il dovere di migliorare. Il nostro “dovere” di sistemare le cose è una velleità borghese filantropa di cui dobbiamo sbarazzarci prima possibile, perché altrimenti è vero che siamo buonisti, che siamo ipocriti, che siamo dei radical chic di merda. Scendere dal piedistallo e guardare la realtà per quella che è, senza romanzarla, senza fronzoli vittoriani, ci serve a mettere in campo una capacità di intervento reale non solo evocata.

E questo, tralasciando dati ovvi, come quelli per cui se lasci 500 persone senza acqua per lavarsi e luce per vivere, è chiaro che le stai deliberatamente abbrutendo e non puoi avere alcun diritto a predicare decoro, così come se stipi in un quartiere settantamila cristiani e ci lanci a caso quattro salumerie non puoi evocare legalità e senso civico, vuol dire anche altro. Vuol dire che le persone cui abbiamo portato cibo e coperte domenica sera hanno diritto a cibo e coperte a prescindere da quello che fanno nelle loro vite. Vuol dire che la mezza baruffa che si è scatenata tra di loro, quando una signora rom non voleva si consegnasse parte delle donazioni a un gruppo di uomini dall’accento dell’Est perché “quelli se le vanno a vendere”, lungi dallo schifare qualcuno, dovrebbe essere un valore aggiunto alle ragioni per cui uno si dovrebbe mettere a raccogliere cose per portargliele. Vuol dire che chi vive ai margini ha tutto il diritto di stare col coltello tra i denti, per sopravvivere. E che se non lo fa per sopravvivere ma perché vuole vivere così, non ne ha meno diritto.

“Ci avete visti, siamo brave persone”, ci ha detto  la ragazza che stava all’ingresso, chiedendoci fare appello alle istituzioni, perché vogliono una cisterna con acqua per potersi lavare e nient’altro. La verità è che il diritto all’acqua per lavarsi non ce l’hanno solo le brave persone. Ce l’hanno pure i ladri, ce l’hanno pure gli assassini. La dignità delle condizioni di vita è un cazzo di alloro su cui ci culliamo ogni santo giorno mentre c’è gente intorno a noi che vive nella merda, che combatte con i pugni chiusi e controvento. E non è detto che sia gente migliore di noi, e non è tenuta a essere migliore di noi, per avere diritto a campare come esseri umani.

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