Gli auguri di una mezza nevrotica ossessiva

1Esiste un modo molto semplice ed estremamente efficace per essere felici, ed è non farci assolutamente caso. Appena vi accorgerete di esserlo, appena in un momento di vuoto a caso realizzerete che il modo in cui si sono messe le cose, tutto sommato, nonostante tutto, vi ha resi felici, qualcosa andrà storto.
Con questo non voglio certo assegnare un qualche potere costituente in senso ontologico alle sensazioni e ai processi mentali, non sono ancora diventata pazza. Quello però in cui credo davvero è la capacità che abbiamo di fornire a noi stessi molteplici lenti di lettura del reale, tutte realmente  valide, tutte egualmente reali.

È questo che mi rende molto convinta del fatto che, nell’istante esatto in cui realizzeremo di esser felici, ecco che tutti gli elementi a noi circostanti sembreranno concorrere inesorabilmente a minare questa felicità, nell’attuazione di un piano volto a mandare tutto a puttane, che sia stato costruito con fatica o che ci sia piovuto addosso così, tra capo e collo.
Questo non vuol dire che qualcosa di concreto e nuovo potrebbe accadere: siamo noi che cominceremo a guardare tutto quello che accade ed è sempre accaduto con occhi nuovi, come una minaccia alla nostra stabilità, come un pericolo contro cui difendere tutto ciò cui teniamo.
Non lo so se questa cosa dipende dal fatto che siamo la prima generazione cui non è mai stata promessa stabilità, e che quindi guardiamo con orrore a qualunque cosa gli si avvicini minimamente, o se deriva dal fatto che ogni piccola felicità cui riusciamo ad accedere ha sempre carattere individuale, singolo, quasi segreto. Non conosciamo cosa sia un piano di felicità collettiva: tendiamo a volerlo evocare, a volte lo intuiamo e lo inseguiamo ma in realtà non abbiamo idea di cosa sia concretamente. Non l’abbiamo visto mai.
Forse, molto più banalmente, non esiste nessun senso e nessun disegno in virtù del quale appena riteniamo di essere felici restiamo atterriti dalla paura che una cosa, anche piccolissima, possa fare come il granello di sabbia che si insinua nell’ingranaggio dell’orologio perfetto, facendone saltare tutti i meccanismi, inceppando tutto le rotelle mastodontiche che hanno sempre funzionato. Forse è così e basta, e la spiegazione è molto più banale e non c’è nessuna logica da ricercare: abbiamo paura di perdere quello che abbiamo e che ci piace avere. Come se tutto, la vita, la crescita, le azioni e i giorni, fossero non un dono ma una specie di conquista, di quelle che devi ottenere a fatica e andare a sotterrare come un tesoro dei pirati, perché nessuno te le porti via, anche a costo di non goderne per primo.
Anche questo potrebbe derivare dal fatto che siamo tutti enormemente spaventati, anche se non sappiamo bene da cosa. Forse non esiste nulla di tutti i mostri che ci spaventano, ma noi li vediamo lo stesso e forse anche questo è il senso.
Forse quando siamo felici e ci facciamo caso smettiamo di esserlo perché, in definitiva, non esiste un modo di essere felici che non implichi paura, e ansia, e senso di inadeguatezza a preservare quanto ci è dato. In definitiva, forse, è la felicità che non esiste. Non come la intendiamo in letteratura, non come la disegna quella cultura che la vede come appagamento totalizzante che nessuna ombra ammette.
Forse, semplicemente, tutto questo non esiste ed è un enorme, mastodontico scherzo di un architetto supremo o forse significa proprio che non esiste alcun architetto supremo ma che ci siamo solo noi, abbandonati a un caso un po’ bello e un po’ brutto, senza nulla e nessuno che lo orchestri.
E allora se così fosse, questa felicità mutila, che sarebbe l’unica a noi concessa, dovremmo farcela bastare e sentirci appagati dal modo in cui riempie le nostre vite, e non temere e non fuggire la paura, darle il suo posto così che si ridimensioni invece di provare a nasconderla, dandole così il potere di monopolizzare le nostre vite.
Io non ho maggiori possibilità di ogni singolo essere umano di ammalarmi di mali incurabili, di avere incidenti gravissimi o di vedervi coinvolti quelli che amo. Non è assolutamente detto che io sia quella designata dal destino per avere una morte violenta o atroci sofferenze, eppure non esiste momento di calma e tranquillità in cui non mi sorprenda ad aspettarmi queste cose. Oppure, i momenti in cui la consapevolezza della loro attesa mi folgora sono così intensi che mi ricordo soltanto di essi e, seppure siano rari, seppure siano proporzionalmente di meno di quelli in cui non me le aspetto, mi paiono costanti.
Ecco che allora tutto quello che può sembrare un’angosciante riflessione frutto forse di pasti troppo abbondanti e di giornate troppo vuote potrebbe invece essere una singolare, e sicuramente articolata, maniera di augurare voi che il nuovo anno, ma anche ogni nuovo giorno, perfino ogni nuova ora, possano scorrere in maniera tale da lasciare tranquille le vostre piccole felicità, e dando il dovuto spazio a tutte le singole infelicità che pure vorranno insinuarsi.
Se mai debba arrivare il disastro, e dove possa collocarsi, nessuno di noi può dirlo. Tanto vale smettere di aspettarlo.
Buon 2019.
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