errecinque

Sul nome di questa pagina virtuale si sono scatenate le più disparate ipotesi: l’iniziale del mio nome e l’aggiunta di un numero a caso, il riferimento a un’aula di una delle università della mia città, un codice segreto riferito a chissà quale avvenimento importante della mia vita.

Errencinque, l’R5, è un autobus, nulla di più.

È il pullman che mi portava da casa mia, in una periferia qualsiasi, a scuola, nel cuore della mia città. Ho imparato a guardare il mondo da quei finestrini: a scorgere le contraddizioni, a guardare i mutamenti del paesaggio urbano e dei volti delle persone a mano a mano che macinava chilometri.

L’R5 è lo sfondo di gran parte delle cose che ho scritto, lo resterà ancora a lungo, mi darà sempre qualcosa da dire.

Ho cominciato a scrivere quando avevo otto anni e da allora non mi sono più fermata. Ho consumato migliaia di fogli volanti, centinaia di quaderni, decine di agende e un sacco di pagine word, che non saprei come catalogare altrimenti.

Molte delle cose che ho scritto sono andate perdute perché non ho un buon rapporto con la tecnologia e devo dire che la cosa è reciproca visto che numerosi hardisk in mio possesso si sono improvvisamente ammutinati e così sono rimasti: muti, a custodire un sacco di parole che non so se mi restituiranno mai più.

Errecinque è nato perché a un certo punto ho deciso che le cose che scrivevo potevano interessare a qualcuno, e quindi dovevo provare a condividerle con il mondo.

È la cosa più preziosa che ho.

So solo scriverlo: non riesco a parlare di ciò a cui tengo di più; ho fatto politica così tanti anni che la cosa dovrebbe essere spontanea, ma ogni volta che ho tanti occhi puntati sulle mie parole, queste ne vengono fuori tramortite, goffe, e non è giusto.

Errecinque perché, come ho già detto altrove, “se dovessi immaginare la mia vita come un’immagine fissa e uno sfondo in costante mutamento a raccontare giorni e anni l’immagine fissa sarei io seduta in questo autobus”.